Istat, i primi risultati del Censimento permanente delle istituzioni non profit


Gianfranco Marocchi | 30 Gennaio 2018

Prima ancora dei risultati, vale la pena di evidenziare come la diffusione dei dati relativi alla prima edizione del Censimento permanente delle istituzioni non profit segni un passaggio importante dal punto di vista dell’attenzione pubblica a questo fenomeno.

 

Sino ai primi anni duemila il terzo settore era un’entità semi sconosciuta per le statistiche; i dati disponibili erano rilevati all’interno del complesso degli enti giuridici rilevati nel nostro Paese. Poi, negli anni successivi, si svilupparono alcune indagini su specifici soggetti del Terzo settore (ad esempio alle cooperative sociali sono state dedicate due rilevazioni nel 2003 e nel 2005). Quindi, in sede di censimento 2011, le istituzioni non profit nel loro complesso sono state oggetto di una indagine dedicata e approfondita.

 

Ora Istat ha pubblicato la prima edizione del Censimento permanente delle istituzioni non profit, con dati riferiti all’anno 2015; d’ora in avanti, scrive Istat, “verranno diffuse ogni anno informazioni aggiornate sulla consistenza e le caratteristiche strutturali di queste unità… verranno inoltre realizzati con frequenza triennale approfondimenti tematici finalizzati a misurare aspetti particolarmente rilevanti…”. Insomma, il Terzo settore dopo il riconoscimento giuridico della legge 106/2016, ottiene un altro attestato del rilievo istituzionale.

Rispetto ai risultati, vanno introdotte due cautele; una è che la pubblicazione in questione ha carattere di “anteprima” e contiene informazioni ancora parziali, per quanto comunque sufficienti per un primo commento; la seconda è che i confronti tra 2015, 2011 e in alcuni casi anni precedenti può risentire in una certa misura degli affinamenti progressivi delle tecniche di stima, che nel 2011 e ancora più negli anni più lontani erano probabilmente meno solide per una minore conoscenza da parte di Istat dell’universo di riferimento. A questo proposito è ad esempio utile ricordare che, relativamente alle cooperative sociali, nel 2011 l’Istat ne censiva 11.264, mentre il II Rapporto Euricse (pag. 105 e seguenti), basato su dati AIDA e Inps, ne contava nello stesso anno 12.570. Queste discrepanze comunque non devono stupire troppo, considerando che un certo numero di situazioni “grigie” (cooperative inattive, neo costituite, in liquidazione, ecc.) possono essere state considerate in modo diverso in sede di rilevazione.

 

Passando ora all’analisi dei dati, anche se i temi trattati da Istat sono più ampi (e per la loro trattazione complessiva si rimanda al testo e alle tabelle Istat), dopo avere richiamato alcuni dati generali sul Terzo settore ci si concentrerà principalmente su alcuni aspetti utili a valutare talune convinzioni diffuse circa l’inadeguatezza dei suoi attori tradizionali (cooperazione e volontariato) a reggere le sfide dell’innovazione.

Nel 2015 gli enti non profit sono, secondo la rilevazione Istat, oltre 336 mila, con una crescita quindi di 35 mila unità rispetto al 2011. Si tratta nella grande maggioranza di associazioni (287 mila, pari all’85%), che aumentano di oltre 17 mila unità in valore assoluto, ma scendono come quota complessiva sul totale, perchè vi sono altre componenti che crescono di più.

Le cooperative sociali passano da 11 a 16 mila (4.8% del totale); anche ammettendo una possibile sottostima del dato 2011 (o, come accennato prima, a discrepanze sul modo di considerare le cooperative inattive, anche considerando che tra le 16.125 cooperative sociali dell’attuale rilevazione Istat 2.797 non hanno alcun dipendente) vi è un indubbio aumento che risulta ancora più significativo se si pensa che il periodo considerato ha visto gli anni più critici sul fronte della spesa sociale degli enti locali, che tra il 2011 e il 2013 aveva visto un triennio di flessione seguito da un lieve recupero nel 2014 – 2015.

Questi numeri richiederanno sicuramente ulteriori specificazioni (ad esempio includendo i dati economici), ma sono coerenti con l’ipotesi che la cooperazione sociale si sia mossa su linee di sviluppo che prevedono 1) l’affiancamento degli affidamenti pubblici con altre fonti, visto che crescono anche quando il welfare è meno finanziato e 2) l’esplorazione di ambiti di attività che presumibilmente si pongono ai confini del welfare strettamente inteso e che hanno contribuito alla crescita nella fase in cui il welfare locale si ritirava.

Questi numeri tendono invece a minare un’ipotesi, forse un po’ semplicistica, ma non infrequente in questi anni, che cioè il mondo della cooperazione sociale fosse in ripiegamento a vantaggio di forme diverse di imprenditorialità sociale.

 

I dati restituiscono un’immagine diversa. Soprattutto se leggiamo i dati relativi al periodo 2011 – 2015 in sequenza con quelli del già citato II° Rapporto Euricse sulla cooperazione relativo agli anni 2008 – 2011 (e che documentano in quella fase un aumento degli occupati dell’8.2%, del valore della produzione del 14.1% e degli investimenti del 19.4%) possiamo affermare che, malgrado una fase prolungata di difficoltà, la cooperazione sociale conferma un notevole dinamismo. Rispetto alla rilevazione Istat di dieci anni prima – con tutte le cautele già prima ricordate – i lavoratori aumentano da 278 mila a 416 mila (138 mila in più nel decennio) e i volontari passano da 30 mila a 44 mila. Percentualmente, lavoratori e volontari delle cooperative sociali aumentano nella stessa proporzione nel decennio, smentendo anche l’ipotesi di una “deriva lavoristica” della cooperazione sociale.

Questo non esclude che siano presenti nella cooperazione sociale segnali di affaticamento gestionale (prima tra tutte la compressione degli utili, evidenziata da numerose altre ricerche), e non dice alcunché circa l’eventuale sviluppo di altre forme di impresa sociale, che, se esistenti, oggi vengono aggregate entro la voce di “altra forma giuridica”.

 

Anche sul fronte del volontariato aumentano in modo rilevante i volontari che ora sono oltre 5.5 milioni, quasi 750 mila persone in più rispetto a quattro anni fa. Ciò contraddice alcune percezioni circa un arretramento del fenomeno del volontariato o comunque di una su tendenza a ricollocarsi verso forme di volontariato individuale, al di fuori di associazioni. Anche in questo caso si tratta di una lettura probabilmente frettolosa, in quanto fenomeni di volontariato individuale sono sicuramente rilevantissimi e documentati dallo stesso Istat, ma questo non si pone, a quanto emerge, in contrapposizione a uno sviluppo significativo del volontariato entro organizzazioni di terzo settore.

 

Accanto ai dati complessivi la pubblicazione Istat evidenzia le differenziazioni territoriali. Ad esempio leggiamo che i volontari in organizzazioni di terzo settore aumentano di circa il 50% in Campania e in Abruzzo (probabilmente come effetto dell’impegno a fronte del terremoto); e che la Lombardia si conferma come Regione con più volontari: oltre un milione, aumentati di circa 200 mila unità rispetto a quattro anni fa; mentre nel centro nord vi è circa un volontario ogni mille abitanti, nell’Italia sud insulare questa quota è dimezzata e solo Basilicata e Sardegna si attestano intorno alla media nazionale. Più di due terzi dei volontari operano nei settori della cultura, sport e ricreazione e dell’assistenza sociale e protezione civile, che insieme vedono la presenza di circa 4 milioni di volontari.

 

Vi è poi una riflessione ancora tutta da sviluppare, ma che i dati Istat suggeriscono di approfondire, che riguarda le organizzazioni che si avvalgono (anche, esclusivamente o totalmente) di lavoratori. La quota di questi enti aumenta del 32.2%: passano da 42 mila a 55 mila, 13 mila in più. È evidente quindi che questo dato non è riconducibile alla sola cooperazione sociale, la componente “produttiva” del Terzo settore per eccellenza, che aumenta di 5 mila unità (comprese quelle senza lavoratori); vi sono anche altri tipi di organizzazioni che iniziano ad assumere. Quali organizzazioni li assumono e per quali motivi? Questa dinamica ha una qualche rilevanza in termini di diversa mission o di modifica delle caratteristiche organizzative di enti non cooperativi?

I dati disponibili consentono di individuare la questione, non di rispondervi. Certamente abbiamo alcune informazioni di sfondo: la gran parte dei lavoratori è concentrato in quattro principali ambiti: l’assistenza sociale (il 36% dei lavoratori operano in tale settore), la sanità (23%), lo sviluppo locale (16%) e lo sviluppo economico (12%); più della metà lavorano in cooperative sociali.

Dal punto di vista della collocazione territoriale le differenze osservate a proposito dei volontari sono ulteriormente enfatizzate, dal momento che a fronte di una media generale di circa 13 lavoratori ogni 1000 abitanti se ne trovano quasi 17 nel nord ovest, 15.6 nel nord est, 14.7 al centro e solo 6.7 nel Mezzogiorno. D’altra parte, va segnalato come le Regioni del sud, partendo (ed essendo tutt’ora) su livelli molto più bassi sia relativamente ai lavoratori che ai volontari, vedono il maggiore aumento di entrambe le componenti (+36% i lavoratori, +31% i volontari, quote più che doppie rispetto ad un aumento medio nazionale rispettivamente del 15.8% e del 16.2%)

Tutti questi dati, pur utili a contestualizzare la questione, sono ancora frammenti parziali da cui partire per cercare risposte.