Il denaro dei poveri non è come gli altri

I vincoli nel Reddito di cittadinanza e nell’Assegno di inclusione


Giulio Bertoluzza | 1 Aprile 2026

Una dimensione di policy invisibile

Nelle politiche di contrasto alla povertà si discute soprattutto di adeguatezza delle misure, platea dei beneficiari, take-up1, percorsi di attivazione nei servizi e condizionalità2. Sono tutte dimensioni fondamentali, perché permettono di valutare quanto una policy contribuisca effettivamente a sostenere i percorsi di uscita dalla povertà.

Esiste però una dimensione di policy poco discussa, ma centrale nella vita di chi riceve il reddito minimo: la forma monetaria del trasferimento3. Il denaro, infatti, è generalmente considerato neutro, sempre uguale a se stesso: un euro è un euro indipendentemente dalla sua forma. Guardando al denaro del reddito minimo, però, questa idea di neutralità è meno evidente. Il denaro erogato ai beneficiari è infatti diverso da altri redditi, non solo da quello da lavoro, ma anche da molti altri trasferimenti di welfare – ad esempio dall’Assegno unico universale o dalla Pensione di inabilità.

Il denaro del Reddito di cittadinanza (2019 – 2023), così come quello dell’Assegno di inclusione (dal 2024 ad oggi), viene erogato su una tessera prepagata emessa da Poste Italiane a nome del beneficiario: prima la carta RdC, oggi la carta Adi. I fondi vengono accreditati mensilmente e, durante il mese, è possibile effettuare un solo prelievo in contanti presso i Postamat (100 euro per una persona singola, ricalcolati in base al nucleo familiare). Nel mese è inoltre possibile effettuare un solo bonifico. Il resto del denaro può essere speso utilizzando direttamente la carta, ed è qui che iniziano i limiti: alcune categorie di beni sono vietate e alcuni tipi di negozi esclusi. Inoltre, non è possibile utilizzare i soldi per acquisti online.

A partire da una ricerca4 svolta tra il 2021 e il 2022 in quattro regioni del Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto), ci concentriamo quindi sui vincoli di utilizzo del denaro e il loro impatto sulla vita dei beneficiari. Nel corso della ricerca sono state raccolte, in diversi contesti locali, 74 interviste a operatori dei servizi sociali, dei centri per l’impiego e navigator, e 131 interviste a percettori di Reddito di cittadinanza. A queste evidenze si affiancano inoltre interviste e osservazioni etnografiche svolte a Trento dall’inizio del 2024 ad oggi con 22 beneficiari dell’Assegno di inclusione5.

Riprendendo alcuni elementi dell’articolo Constraints and creativity. Social ties in monetary transfers to the poor6, questo contributo propone di guardare più da vicino a questi vincoli per mettere a fuoco un punto: il denaro erogato ai poveri non è un denaro qualunque. È piuttosto un denaro speciale, segnato da caratteristiche uniche che lo rendono meno “denaro” degli altri e che costringono i beneficiari a strategie e fatiche per utilizzare al meglio le poche risorse di cui dispongono, con conseguenze pratiche rilevanti.

Perché il denaro è vincolato

I beneficiari e gli operatori dei servizi sociali e dei centri per l’impiego hanno chiara la motivazione per cui il denaro è vincolato: la spesa delle persone deve essere controllata. Per quattro ragioni diverse.

La prima è che, trattandosi di denaro pubblico, il suo utilizzo debba essere monitorato per evitare sprechi di risorse finanziate con la fiscalità generale e quindi a carico di tutti i contribuenti. La seconda è che il controllo sia necessario per evitare spese moralmente discutibili, come quelle in sigarette, alcolici, gioco d’azzardo oppure beni di lusso (tra gli articoli vietati, ad esempio, compaiono esplicitamente le pellicce). La terza ragione fa da controaltare alla seconda: i vincoli devono esistere perché si tratta di soldi pensati per coprire bisogni essenziali. L’ultima ragione è che il controllo rappresenterebbe una forma di educazione finanziaria per le persone, nell’idea che, essendo povere, abbiano bisogno di aiuto per gestire le proprie risorse.

Va però sottolineato un aspetto importante: l’atteggiamento delle persone intervistate verso questi meccanismi di controllo è spesso ambivalente. Da una parte, molti riconoscono l’importanza dei vincoli in senso generale, soprattutto quando parlano degli “altri” beneficiari; dall’altra, quando queste forme di controllo entrano nella loro vita quotidiana e regolano concretamente le loro possibilità di spesa, vengono percepite anche come forme di umiliazione e vergogna che le fanno sentire “sotto osservazione”.

Da queste riflessioni emerge un punto rilevante: i vincoli non sono soltanto strumenti tecnici di regolazione della spesa, ma contribuiscono a definire un rapporto tra Stato e beneficiari caratterizzato dal controllo – più o meno accettato e giustificato in modi diversi – delle persone che ricevono il sostegno.

Le strategie dei beneficiari

I vincoli sul denaro sono sovradeterminati, perché la carta del reddito minimo, se utilizzata ad esempio per acquistare alcolici, non permette la transazione e impedisce direttamente l’acquisto. Non agiscono dunque attraverso un sistema che sanziona comportamenti ritenuti scorretti, come accade invece per la mancata partecipazione ai percorsi. Nel caso dei vincoli, il comportamento non viene scoraggiato ma reso semplicemente impossibile: i beneficiari non hanno scelta.

Stupisce quindi, in un certo senso, scoprire che questi vincoli vengono superati, aggirati o elusi in una molteplicità di modi. Non che i beneficiari vogliano utilizzare il denaro per acquisti vietati: spesso vi sono piuttosto costretti per riuscire a utilizzare al meglio le risorse che lo Stato mette a loro disposizione, nel tentativo di renderle davvero adeguate alle necessità quotidiane. Il problema non si pone per chi dispone di diverse fonti di reddito (ad esempio reddito minimo più reddito da lavoro, oppure reddito minimo più assegno unico universale o pensione di inabilità). In questi casi i beneficiari organizzano le proprie spese utilizzando il denaro del reddito minimo entro i vincoli stabiliti e ricorrendo alle altre fonti di reddito per tutte le altre necessità.

Più complessa è invece la situazione di chi può fare affidamento solamente sul denaro vincolato. In questi casi le persone raccontano di come convertano il denaro della carta in contanti, ad esempio attraverso operazioni di cashback (cioè effettuando un pagamento sulla carta per un importo maggiore e facendosi restituire la differenza in contanti), oppure proponendo di pagare con beni alimentari acquistati con la carta – una forma di baratto utile per ottenere specifici servizi, come ad esempio una piccola riparazione dell’auto. Altre strategie includono la rivendita, con pagamento in contanti, di tessere prepagate dei supermercati o di prodotti alimentari acquistati con la carta, oppure il prestito diretto della carta in cambio dell’importo in contanti.

Quando necessario, i vincoli vengono aggirati, ma non a costo zero. Per i beneficiari aggirare i vincoli produce infatti costi aggiuntivi. Possono essere costi economici, ad esempio le commissioni richieste per le operazioni di cashback; temporali, legati alla ricerca di esercizi commerciali che permettono spese più flessibili; o cognitivi, dovuti allo sforzo di far quadrare le proprie necessità di spesa con le risorse disponibili. I vincoli generano quindi un effetto paradossale: invece di facilitare i percorsi di uscita dalla povertà, permettendo ai beneficiari di concentrarsi sulla riorganizzazione delle proprie vite, impegnano le risorse disponibili nella gestione del denaro vincolato.

Va inoltre sottolineato un aspetto importante: i beneficiari spesso pensano che i vincoli siano più ampi di quanto non lo siano in realtà. Si interrogano, ad esempio, se l’acquisto di un paio di occhiali, di un fumetto o il pagamento di una visita medica siano spese ammesse. Per sicurezza, evitano quindi di provare a pagare con il denaro del reddito minimo, autoimponendosi restrizioni che in realtà non esistono. Impariamo così che la semplice presenza di vincoli può avere effetti negativi anche sulle spese consentite.

Tutto questo ricade su persone che dispongono già di risorse estremamente limitate e che vengono, in un certo senso, spinte avanti dall’erogazione del reddito minimo e allo stesso tempo trattenute dai vincoli che lo accompagnano.

Tre elementi utili per gli operatori

Dalle evidenze discusse emergono tre elementi che possono essere utili anche per chi lavora nei servizi.

  1. I vincoli influenzano il rapporto tra beneficiari e istituzioni, prima ancora che arrivino ai servizi. I meccanismi di controllo vengono vissuti anche come forme di umiliazione o di stigmatizzazione. In questo senso, i beneficiari possono arrivare ai servizi prevenuti, con la percezione di essere già sotto osservazione da parte delle istituzioni, di cui anche i servizi sono parte.
  2. I vincoli vengono aggirati per utilizzare al meglio le risorse disponibili. Quando necessario, i beneficiari trovano modi per superare o aggirare i limiti della carta. Si tratta del tentativo di adattare il trasferimento alle necessità quotidiane, soprattutto quando il reddito minimo rappresenta l’unica fonte di reddito. Gli eventuali usi impropri del denaro vanno letti alla luce di questo contesto.
  3. I vincoli assorbono energie che potrebbero essere dedicate ai percorsi. Le strategie messe in atto per utilizzare il denaro vincolato richiedono tempo, relazioni sociali, capacità organizzative e talvolta anche costi economici. In questo modo una parte delle risorse disponibili viene impegnata nella gestione del denaro vincolato, invece che nella riorganizzazione della propria vita e dei percorsi.
  4. La forma del denaro come questione di policy

Nelle politiche di contrasto alla povertà non conta soltanto quanto denaro viene trasferito, ma anche che tipo di denaro viene dato. Se la possibilità di prelevare una quota del reddito minimo presso i Postamat rappresenta un elemento di flessibilità, i numerosi vincoli sull’erogazione e sull’utilizzo del denaro finiscono nella pratica per complicare la vita dei beneficiari, in nome di un controllo della spesa che resta comunque solo parziale.

Abbiamo visto come il denaro del reddito minimo non sia un denaro qualunque. Il trasferimento economico erogato ai beneficiari è un denaro “speciale”, caratterizzato da vincoli e modalità di utilizzo che lo rendono diverso da altri redditi. Questo aspetto mette in rilievo come le risorse effettivamente disponibili per le famiglie beneficiarie non possano essere pensate soltanto in termini di importo.

Quando si tornerà a discutere delle aree di miglioramento delle politiche di reddito minimo in Italia, non sarà quindi sufficiente interrogarsi su platea dei beneficiari, take-up, importi, percorsi di attivazione e sanzioni. Sarà necessario chiedersi anche quali vincoli abbia davvero senso mantenere, e quali invece rimuovere, perché complessivamente controproducenti.

  1. Per take-up si intende il grado di effettivo utilizzo di una misura da parte dei potenziali beneficiari, cioè la quota di persone o famiglie che ricevono una prestazione rispetto a coloro che ne avrebbero diritto in base ai criteri previsti dalla normativa.
  2. Gran parte dei contributi di valutazione sull’Assegno di inclusione si concentra su aspetti diversi dalla forma del trasferimento monetario. Ad esempio, la valutazione di processo realizzata dalla Banca Mondiale analizza soprattutto l’implementazione amministrativa della misura e i percorsi di inclusione, escludendo esplicitamente il beneficio economico (ammontare e usi). Analogamente, altri contributi di monitoraggio – come il rapporto Caritas Italiana sull’Assegno di inclusione – si concentrano prevalentemente sulla platea dei beneficiari, sugli importi, sugli effetti distributivi della misura e sulla sua implementazione nei territori.
  3. Una prima riflessione sui significati attribuiti al denaro nelle misure di reddito minimo è stata proposta in Bertoluzza G., Meo A. e Volturo S., “Denaro povero: cambiano le politiche, restano i vincoli”, Welforum.it (10.10.2023). In quel contributo l’attenzione era rivolta principalmente ai significati che il denaro del Reddito di cittadinanza assume per i beneficiari. Un ulteriore intervento sul tema dei vincoli nell’utilizzo del denaro è proposto da Lungarella R., “Se l’aceto balsamico è vietato ai poveri”, lavoce.info (21.07.2023). Nel presente articolo l’analisi si concentra invece su vincoli e strategie per superarli, nonché sulle implicazioni di policy.
  4. La ricerca fa riferimento al progetto PRIN CoPInG – Contrasting Poverty through Inclusive Governance, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e realizzato da una partnership tra Università di Trento, Politecnico di Milano, Università di Torino e Università di Bologna, dedicato allo studio dell’implementazione locale delle misure nazionali di reddito minimo nel Nord Italia.
  5. Il lavoro etnografico citato rientra nel progetto di dottorato dell’autore, Denaro povero. Indagare i significati del denaro per i poveri in Italia, svolto presso il Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università degli Studi di Bergamo, nell’ambito del dottorato in Scienze della persona e nuovo welfare.
  6. Bertoluzza G., “Constraints and creativity: Social ties in monetary transfers to the poor”, International Journal of Sociology and Social Policy, vol. 46, n. 13–14. Disponibile qui.