Il Terzo settore che parla di democrazia


Gianfranco Marocchi | 18 Marzo 2026

Un caso isolato sarebbe poco indicativo, ma quando una circostanza poco tempo fa aliena emerge ripetutamente in contesti diversi, qualcosa vorrà dire.

Ci si riferisce ad un’inedita attenzione, da parte del Terzo settore – e specificamente ad un soggetto di Terzo settore operante nell’ambito del Welfare (in senso ampio) – al tema della democrazia. È consueto, nell’universo culturale del Terzo settore, utilizzare nel proprio lessico termini connessi ai processi democratici: partecipazione, cittadinanza attiva, impegno civico; e, a ben vedere, l’enfasi sui temi dell’amministrazione condivisa rimanda pur sempre alla questione della democrazia, o meglio di una sua specifica declinazione. Ma, in generale, non era affatto consueto per un soggetto di Terzo settore che si occupa di welfare mettere il termine “democrazia” al centro della propria riflessione.

Da alcuni mesi ciò invece sta accadendo con una frequenza inedita. Vediamo alcuni esempi.

La Biennale della Prossimità, manifestazione che nel corso degli anni ha trattato tematiche differenti, ha individuato come tema centrale e come sottotitolo della prossima edizione (la sesta, a Torino, dal 1 al 3 ottobre 2026) il tema della democrazia, intitolando l’evento  “Pratiche di democrazia profonda”, termine preso a prestito dall’antropologo Appadurai. Scrivono gli organizzatori, un’aggregazione di reti nazionali e di soggetti del luogo che ospita la manifestazione: “La democrazia è affaticata e messa in discussione: dalla disaffezione, dalla perdita di credibilità, da ideologie che ne minano i fondamenti. Ma allo stesso tempo, nelle pratiche di prossimità emergono semi di cambiamento, si sviluppano forme inedite di partecipazione, che contaminano le politiche e le istituzioni”, proponendo appunto la via della democrazia profonda, “la democrazia più prossima, del quartiere, della comunità…”

Il Forum disuguaglianze e diversità, iniziativa promossa da alcuni importanti soggetti di Terzo settore, da Caritas a Legambiente, da UISP a Cittadinanzattiva, ha titolato una due giorni svoltasi a Genova nel gennaio scorsodemocrazia alla prova”. Scrive il Forum DD: “Può la democrazia, possono le democrazie, rinnovare i propri strumenti, la propria credibilità? E come? … [Vi è una] forte consapevolezza che la democrazia, per sua natura, non è mai data una volta per tutte e che essa debba continuamente adattare i propri dispositivi al contesto e rigenerarsi. … Relatrici e relatori si misureranno con un insieme di assunti sulla democrazia e sulla sua relazione con il capitalismo, l’autoritarismo e le diverse sfide che affronta”.

Altro esempio. Un gruppo di soggetti di Terzo settore e non solo che si riconosce nel percorso della “Carovana itinerante dell’intrapresa sociale”  e che riflette sul tema di cosa si intenda come “funzione pubblica”, nell’elaborare una “Carta” (ad oggi ancora sotto forma di documento aperto di lavoro) dove si riassumono le riflessioni elaborate, dedica uno dei capitoli di apertura del documento al tema “Rilanciare la funzione pubblica come tutela democratica” e vi scrive: “L’esercizio della funzione pubblica alimenta la democrazia caratterizzandosi come luogo di tutela e promozione dei diritti delle persone, di riduzione delle disuguaglianze, di costruzione di giustizia sociale e ambientale.”

E ancora, con uno sguardo rivolto a soggetti con caratteristiche più istituzionali. Già nel 2024 il forum del Terzo settore rilasciava in occasione delle elezioni europee un documento (“Per un’Europa democratica, solidale, sostenibile”) in cui richiamava la necessità di condividere gli standard di democrazia negli stati membri e nel documento programmatico 2025 – 2029 approvato pochi mesi fa il termine “democrazia” ricorre spesso: “Il tema dello sviluppo e del potenziamento della Democrazia nel nostro Paese è una priorità che va messa tra gli obiettivi strategici del nuovo quadriennio. Le nostalgie verso le autarchie sono sempre striscianti.”

Tutto questo negli ultimi mesi; a ciò si aggiungono posizionamenti più “datati” come il documento strategico di Action Aid, nota ONG molto attiva anche nel nostro paese, che racchiude gli obiettivi verso il 2028 entro un documento che è significativamente intitolato “Verso una migliore qualità della democrazia”.

Qualcosa vorrà dire. Tanto più che solo due anni fa sarebbe stato impensabile che diversi soggetti di Terzo settore scegliessero di far gravitare le proprie riflessioni sul tema della democrazia. Non certo perché esso risultasse estraneo né tantomeno confliggente con la cultura prevalente delle organizzazioni, ma perché si avverte – lo si legge chiaro nelle citazioni sopra riportate – il timore che un aspetto dato per acquisito, il carattere democratico del nostro ordinamento, possa invece dissolversi, per effetto di un vortice di spinte incrociate: gli scenari internazionali, con il crepuscolo della democrazia americana, un’Europa di conseguenza circondata da autocrazie aggressive e con al proprio interno dei pericolosi sconfinamenti verso regimi non più democratici; la disaffezione verso le istituzioni democratiche, testimoniata dalla caduta della partecipazione al voto e dalla diffidenza verso le istituzioni rilevata ogni anno da Eurispes; l’affermarsi di forme di democrazia monche e imperfette, se si considera che la caratteristica che da Toqueville in poi è stata indicata come fondativa della democrazia, quella del rispetto delle minoranze appare relegata sempre più in secondo piano rispetto a quella dell’imperio della maggioranza.

E di qui una diversa declinazione della sensibilità (almeno di alcune parti) del Terzo settore. In sostanza, soggetti che da sempre hanno avuto tra le proprie priorità (e nel proprio vocabolario) questioni quali la solidarietà, l’inclusione, i diritti, i bisogni, l’assenza di discriminazioni, ecc. oggi avvertono come tutto ciò implichi la riaffermazione di una cultura autenticamente democratica ieri scontata, oggi non più.

E questi soggetti evidenziano il rapporto biunivoco tra la cultura solidaristica in cui sono radicati e la cultura democratica. La democrazia richiede che le minoranze non sia escluse dal protagonismo pubblico e questo determina al tempo stesso le condizioni per riconoscerle come soggetto di diritti. O, per converso, come ci insegnano gli echi della rabbiosa ferocia contro le minoranze assurta a bandiera dei regimi ad est e ad ovest dell’Europa, la negazione della democrazia diventa tutt’uno con la marginalizzazione di taluni segmenti della società.

Non è un caso, dunque, che organizzazioni nate intorno alla cultura dell’inclusione oggi vedano la democrazia come un bene ultimo ed estremo da tutelare; ma al tempo stesso ritengano di avere carte e argomenti – appunto, i “semi di cambiamento e le forme inedite di partecipazione, che contaminano le politiche e le istituzioni” di cui sopra – per rilanciarla e rafforzarla in una luce diversa rispetto a quella oggi oggetto di attacchi concentrici.

E, forse, non è un caso che questi contenuti emergano anche da forme non convenzionali di reti di Terzo settore, che aggregano soggetti che operano in settori apparentemente molto distanti tra loro, tanto relativamente al settore di attività quanto alla matrice culturale: organizzazioni in grado di passare con disinvoltura dall’aggregazione orizzontale alla produzione culturale, con caratteristiche movimentiste e forme di governance fluide. Soggetti che hanno spazi di azione istituzionalizzati e formali, ma che al tempo stesso non disdegnano registri diversi.

Se e in che misura questo precipiterà in un’evoluzione culturale del Terzo settore in senso di nuovo protagonismo trasformativo, lo dirà il prosieguo della storia.