La disumanità dei raid anti-immigrati negli USA: una scelta strategica


Maurizio Ambrosini | 18 Gennaio 2026

Una regola delle politiche migratorie identifica una tensione tra l’efficacia delle misure anti-immigrati e il rispetto dei diritti umani fondamentali: se un governo vuole rimanere fedele al rispetto dei diritti sanciti dalla propria costituzione e dalle convenzioni internazionali, paga un prezzo in termini di efficienza repressiva. Se vuole perseguire un più alto livello di effettività nell’individuare, arrestare ed espellere gli immigrati che considera indesiderati, deve abbassare il grado di tutela dei diritti umani. Le politiche degli Stati Uniti di Trump sono una chiara dimostrazione di questa relazione inversa tra i due obiettivi politici, con una netta scelta in favore della repressione.

Il caso Minneapolis

Il caso di Minneapolis ha sancito un inasprimento della tensione, arrivando a colpire non solo gli immigrati, tra i quali si erano già contate delle vittime, ma una cittadina statunitense, Renee Good, una giovane donna disarmata, attivista pro-migranti. Il tentativo grottesco di dipingerla come una pericolosa terrorista, adottato dall’amministrazione Trump e abbracciato dai sostenitori, aggiunge un supplemento d’intossicazione culturale alla disumanità di questa logica.  A ribadirla quanto successo nei giorni successivi: oltre ad altri arresti, una donna disabile, è stata trascinata fuori dalla propria auto e arrestata da agenti federali mascherati che le hanno rotto il finestrino dell’auto. La donna, diretta a una visita medica, aveva protestato perché il blocco stradale imposto per un raid le impediva di raggiungere lo studio del medico.

L’ enfasi posta dalla presidenza Trump sulla battaglia contro i residenti stranieri in condizione irregolare, provvisoria o spesso incerta, ha dato mani libere ad azioni repressive brutali. Quando Trump e i suoi seguaci parlano di pericolosi clandestini, assimilandoli a una minaccia terroristica esiziale per la sicurezza nazionale, spesso prendono di mira dei rifugiati, come quelli venezuelani o haitiani, che erano stati ammessi con dei permessi temporanei sotto l’amministrazione Biden, o altri immigrati che godevano di permessi a tempo. Mentre nel passato queste forme di autorizzazione consentivano poi di transitare verso uno status legale stabile, se le persone non commettevano reati e trovavano lavoro, ora Trump ha imboccato la strada inversa, senza lasciare spazio a eccezioni: ha illegalizzato o  sta illegalizzando, a colpi di ordine esecutivi confermati dalla Corte suprema,  immigrati che non erano entrati irregolarmente o soggiornavano senza le debite autorizzazioni, ma erano in regola,  protetti da misure  che ora vengono abrogate.

L’offuscamento dei diritti

Il rispetto dei diritti umani essenziali sembra sempre più scolorirsi, derubricato al rango di espediente per frenare il pieno dispiegamento della spietatezza presidenziale. Non ci sono diritti per gli immigrati non autorizzati, o autorizzati solo provvisoriamente. E ce ne sono sempre meno anche per chi li sostiene e tenta di proteggerli.

Quello di Minneapolis potrebbe forse essere visto da alcuni come un episodio, deprecabile ma non sistematico. Un’altra notizia uscita recentemente offre invece una visione più strategica e strutturale delle politiche trumpiane. Un padre di sei figli, di cui è l’unico tutore, residente negli Stati Uniti da trent’anni, è stato arrestato dall’ICE mentre accompagnava i figli a scuola, per essere deportato. I figli, nati sul territorio, sono cittadini statunitensi, ma questo non tutela più i genitori. Le autorità statunitensi hanno spiegato che non separano le famiglie: danno ai deportandi la possibilità di scegliere se portare i figli con loro, oppure lasciarli nel paese, affidandoli a una persona di loro fiducia. Tradotto: il diritto dei minori a vivere insieme ai genitori, a non subire danni educativi e psicologici abbandonando la scuola e le amicizie, è subordinato alla sacralizzazione dei confini e alla persecuzione di chi si ritiene li abbia violati.

Del resto uno dei primi ordini esecutivi di Trump aveva rimosso la salvaguardia dai raid anti-immigrati di scuole, come in questo caso, ospedali e luoghi di culto. Luoghi cioè in cui le persone accedono a diritti umani fondamentali: educazione, sanità, religione. Per questo erano in precedenza salvaguardati, per non impedire alle persone, per quanto soggiornanti irregolarmente, di fruire di questi diritti. Oggi già si registra una diminuzione della frequenza scolastica da parte dei figli di immigrati e della partecipazione ai culti: alcuni vescovi statunitensi hanno esplicitamente esonerato dal prendere parte alla messa domenicale i fedeli che si sentono in pericolo, dopo che alcuni raid hanno seminato il panico nelle comunità religiose, sollevando proteste.

Le spettacolari operazioni anti-immigrati vengono infatti largamente pubblicizzate proprio allo scopo di diffondere senso d’insicurezza, paura a uscire di casa, ansia per il futuro. Vogliono rendere insostenibile la vita negli Stati Uniti per gli immigrati in condizione legale precaria e le loro famiglie. Trump ha dichiarato esplicitamente di voler indurre gli immigrati privi di uno status legale consolidato ad auto-deportarsi, confermando di non tenere in considerazione il fatto che dei genitori stranieri deportabili possono avere dei figli dotati della cittadinanza statunitense. In questo modo sta già attuando un processo di de-cittadinizzazione di questi minori, il cui status risulta indebolito e meno tutelato di quello dei coetanei che non hanno da temere l’espulsione o la separazione dai genitori.

L’investimento nell’ICE

Oltre ai vincoli rappresentati dai diritti umani, un altro impedimento alla realizzazione dei programmi di contrasto verso l’immigrazione sgradita è il problema delle risorse disponibili. Banalmente, di norma si arrestano, detengono e deportano meno immigrati non autorizzati di quanti vengono identificati perché mancano i finanziamenti per attuare misure più ambiziose: bisognerebbe sottrarre fondi e personale ad altri settori. Trump ha dimostrato di avere presente il problema e ha moltiplicato gli investimenti nella costruzione di centri detentivi e nell’organizzazione di voli speciali per la deportazione. L’aspetto più evidente ed emblematico è proprio l’investimento sull’ICE. Questa agenzia federale, il cui nome completo è United States Immigration and Customs Enforcement è stata istituita nel 2003, fondendo le unità investigative del servizio doganale e dell’immigrazione, e fa parte del Department of Homeland Security (Dhs), preposto alla tutela della sicurezza pubblica a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001. E’ un esempio di come problemi di sicurezza provocati da stranieri entrati con regolari visti da paesi “amici” (l’Arabia Saudita) siano stati scaricati sulle spalle di altri:  persone in cerca di lavoro e rifugiati che cercano di entrare negli Stati Uniti attraversando il confine con il Messico, oppure (e sono i più numerosi) entrati con regolari autorizzazioni, nella speranza  di insediarsi stabilmente sul territorio statunitense. L’ICE è oggi la seconda agenzia investigativa federale per dimensioni dopo l’Fbi, con un budget annuo di circa otto miliardi di dollari e oltre 20mila dipendenti distribuiti in più di 400 uffici, all’interno degli Stati Uniti e all’estero.

Il terzo vincolo: i fabbisogni del mercato del lavoro e le istanze degli imprenditori

C’è però un altro vincolo nei confronti dello svuotamento della popolazione degli immigrati irregolari, che sono tuttora stimati negli Stati Uniti in oltre dieci milioni. Si tratta delle esigenze del mercato del lavoro, che in diversi settori, dall’agricoltura alle costruzioni, dalle pulizie ai ristoranti, pesca largamente tra gli immigrati non registrati. Anche in questo caso alcuni raid spettacolari sono stati realizzati, come quello nei confronti dell’industria automobilistica coreana Hyundai in Georgia, con quasi 500 arresti e 300 lavoratori coreani rimpatriati. A quanto risulta, in questo ambito Trump ha accettato consigli di moderazione provenienti dal mondo imprenditoriale. Lottare fino in fondo contro l’immigrazione irregolare non solo mortifica i diritti umani e consuma ingenti risorse, ma nuoce agli interessi dell’economia e della società ospitante Trump non si fermerà, ma una parte dei suoi sostenitori potrebbero cominciare a porsi qualche domanda.