Vicino alla soglia di povertà
Il recente Rapporto dell’Alleanza contro la Povertà “L’Italia delle povertà” (2026) riporta dati secondari e risultati di ricerche empiriche realizzate dalle associazioni. Nel loro insieme documentano una diffusa condizione di insicurezza economica e nella vita di relazione.
Associazioni e organismi come la Caritas, Save the Children, l’Osservatorio di Antoniano sulla povertà in Italia, rilevano che le persone che accedono ai servizi di accoglienza, di sostegno economico, sono molto differenti da quelle del passato: dieci anni fa gli occupati erano appena il 15% delle persone accolte, i disoccupati il 70%. Ora le persone assistite sembrano dividersi quasi equamente tra disoccupati e lavoratori poveri.
I dati Istat, Eurostat, Banca d’Italia riportati nel Rapporto evidenziano un incremento o una persistente stabilità dell’incidenza della povertà su livelli superiori alla media dell’Unione Europea. Evidenziano, inoltre, la crescita di un’area intermedia di famiglie e persone che non sono considerate povere e che non hanno, allo stesso tempo, la relativa stabilità della classe media. Nella letteratura internazionale sono definiti come near poor (Orshansky, 1966; Newman e Chen, 2007), oppure moderate income group (Short e Smeeding, 2012).
L’Istat introduce una distinzione: l’80,9 % delle famiglie italiane sicuramente non sono povere, in quanto ha un livello di consumi molto superiore alla linea di povertà. Il restante 19,1% è costituito da famiglie che vivono condizioni di povertà o ristrettezze e precarietà economica più o meno elevata:
- il 4,9% sono famiglie severamente povere;
- il 6% è costituito da famiglie che vivono appena al di sotto della soglia di povertà, sono considerate appena povere in quanto hanno un livello di consumi inferiore del 10% o del 20% della linea standard di povertà. (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti);
- il restante 8,2% (erano 8,1% nel 2023) comprende famiglie definite quasi povere dall’Istat in quanto hanno una spesa per consumi mensile appena superiore, fino al 20%, alla linea di povertà relativa (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti).
Queste distinzioni evidenziano una significativa stratificazione della povertà e un mondo numericamente molto esteso di famiglie a basso reddito che vivono attorno alla soglia di povertà. Queste famiglie sono costantemente in bilico fra povertà e condizioni di reddito un po’ più favorevoli. Un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario, un part-time involontario) ma anche di eventi positivi, quali la nascita di un figlio, può determinare condizioni di vita economicamente non più sostenibili.
Sono famiglie e persone che in larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa e possono avvalersi, prevalentemente, di una rete parentale e amicale di supporto emotivo ed economico che trattiene loro in una condizione sociale intermedia ed evita una condizione di deprivazione materiale più profonda. Sono giovani coppie, anziani, lavoratori scarsamente retribuiti, precari o persone che lavorano poche ore alla settimana, famiglie con figli minori o con giovani adulti privi di reddito; sono famiglie che hanno instabili posizioni sociali spesso nel nostro stesso ambito di lavoro, che condividono le aspettative, le consuetudini e i sistemi di valori, i progetti di vita della maggioranza delle persone.
Queste sono le forme di povertà che le famiglie possono nascondere. Sono povertà che entrano nella normalità della vita quotidiana, seppure per le famiglie e le persone che si trovano in questa condizione partecipare alla vita sociale comunemente condivisa è sempre più difficile. In larga misura evidenziano gli esiti di una integrazione costantemente precaria, parziale, instabile, non soddisfacente che riguarda spesso la vita pubblica e la vita privata, che riguarda il lavoro e le relazioni primarie.
In questi anni non stiamo ampliando a dismisura la marginalità estrema, e non stiamo creando una società di esclusi. Stiamo ampliando, invece, l’area dell’insicurezza economica, dell’insufficienza di reddito l’area delle differenze economiche e delle condizioni di vita che tolleriamo e riteniamo normali.
La stabilità persistente
L’Istat, nel suo ultimo Report annuale stima che nel 2024, siano 2,8 milioni le famiglie in condizione di povertà relativa, il 10,9% delle famiglie residenti coinvolgendo oltre 8,7 milioni di individui. Utilizzando, una differente metodologia, l’Istat stima inoltre che siano più di 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta per un totale di 5,7 milioni di individui, l’8,4% delle famiglie residenti. L’incidenza della povertà relativa e della povertà assoluta risultano stabili rispetto al 2023.
La stabilità dell’incidenza della povertà su livelli superiori alla media UE che i dati Istat, Eurostat, Banca d’Italia evidenziano non può essere considerata rassicurante: sostanzialmente significa che nel corso dell’anno una parte delle famiglie ha migliorato la sua condizione, ma uno stesso numero di persone nello stesso anno sono caduti in povertà, sostituendo in un gioco un po’ cinico quelle famiglie che hanno appena migliorato la loro condizione.
In Europa mediamente escono dalla povertà, in un anno, circa il 35% delle persone che negli anni precedenti erano poveri (Cassio, 2026; Vaalavuo, 2015). Una diminuzione dell’incidenza della povertà è determinata da una caduta in povertà di un numero inferiore di famiglie o da un ulteriore crescita delle uscite dalla povertà. Se ciò non accade significa che persistono squilibri e polarizzazioni nel mercato dal lavoro, condizioni economiche e sociali più generali che creano livelli elevati di povertà e che le misure di contrasto che favoriscono una fuoriuscita dalla condizione di deprivazione sono poco efficaci.
In Italia, i movimenti di entrata e di uscita dalla povertà sono meno significativi rispetto alla media dei paesi europei. Chi cade in povertà ha sempre più probabilità di rimanere in questa condizione per lungo tempo; ha una probabilità di uscire da questa condizione fra le più basse in Europa e una delle più alte probabilità di ricadere in povertà dopo un anno. Nel 2024, secondo i dati della ricerca Eu-Silc, l’Italia ha un tasso di povertà persistente (almeno tre anni continuativi in povertà) del 13,7% superiore a quello medio dell’Unione Europea (Eu27) pari a 10,0%. L’incidenza di povertà persistente è fra le più alte in Europa inferiore solo all’incidenza rilevata in Bulgaria, Romania, Malta, Estonia.
L’UE si è impegnata, nell’ambito del piano d’azione del Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR), a ridurre di almeno 15 milioni entro il 2030, il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale compresi almeno 5 milioni di bambini; (attualmente sono 93,3 milioni di persone).
In Italia questo impegno appare molto più sfumato. Fenomeni di povertà molto estesi stanno diventando una condizione ordinaria, l’esigenza di ridurre la loro incidenza sulla popolazione e creare maggiori oppurtunità per favorire un’uscita più frequente da questa condizione non emerge nel dibattito pubblico: la povertà è osservata con naturalità, è diventata una parte stabile delle disuguaglianze considerate inevitabili di una società; è considerata una conseguenza delle inevitabili differenze nelle capacità individuali e nell’impegno attivo delle persone.
Gli arretramenti degli interventi di welfare
Chiaramente le misure di sostegno al reddito favoriscono, più o meno efficacemente, una diminuzione dell’incidenza di povertà e delle forme meno severe di deprivazione economica. Nella stessa direzione operano le risorse di aiuto, le opportunità e supporti informali assicurate dalle famiglie e dalle reti amicali, dalle associazioni che spesso riescono a “trattenere” queste famiglie e queste persone in una condizione intermedia.
In senso opposto operano dinamiche che impoveriscono le famiglie italiane. I bassi salari, la precarietà lavorativa, le dinamiche inflattive, il costo degli affitti, l’instabilità delle reti sociali, la difficile conciliazione tra le esigenze del mercato del lavoro e le esigenze di cura, continuano a riprodurre costantemente forme di povertà e di insufficienza di reddito. Molte storie di povertà sono storie di progressiva perdita di diritti nel lavoro, nella vita privata, nella vita di relazione non fronteggiate da adeguate politiche di welfare.
I dati sulla stabilità o sulla lieve crescita della povertà ci dicono che:
- gli interventi pubblici di welfare come l’Assegno di Inclusione (ADI) e il Supporto per la formazione e per il lavoro SFL) (o l’indennità di disoccupazione) non riescono a fronteggiare le dinamiche presenti nel mercato del lavoro, nella vita sociale ed economica;
- allo stesso tempo, le attuali regolamentazioni del mercato del lavoro sono troppo deboli per contribuire efficacemente ad una diminuzione dell’incidenza di povertà;
- la capacità di iniziativa e di resilienza delle famiglie e delle associazioni di terzo settore in molti casi non sono sufficienti a compensare l’impoverimento prodotto principalmente dal mercato del lavoro e da inadeguati interventi di welfare.
L’Osservatorio istituito dall’INPS per il monitoraggio dell’Assegno di Inclusione (ADI) e del Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) ci fornisce ben pochi dati sul numero dei beneficiari. L’ultima comunicazione del 3 febbraio, riporta solo i dati aggregati riferiti ad un periodo molto esteso (da gennaio 2024 e fino al mese di dicembre 2025). In questi due anni i beneficiari di almeno una mensilità dell’Assegno di Inclusione sono stati 936 mila coinvolgendo complessivamente 2,2 milioni di persone.
Altri dati si riferiscono al Supporto per la Formazione e il Lavoro: in poco più di due anni (da settembre 2023 a dicembre 2025) sono appena 228 mila le persone che hanno percepito almeno un pagamento. L’ADI e il SFL hanno sostituito il Reddito di cittadinanza determinando una riduzione significativa dei beneficiari di misure di supporto al reddito. Nel 2022, le famiglie beneficiarie di almeno una mensilità RdC erano 1.691.000 per un numero complessivo di 3.673.000 beneficiari
Recentemente l’Istat (2026) ha rilevato che le modifiche a soglie e importi dell’Assegno di Inclusione (ADI) e del Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) entrate in vigore nel 2025, comportano un miglioramento del reddito medio disponibile di oltre 100 euro mensili per circa il 3,9% delle famiglie residenti, per un milione di individui. In realtà, come abbiamo visto, le famiglie in condizioni di povertà relativa sono il 10,9% delle famiglie residenti coinvolgendo oltre 8,7 milioni di individui, l’8,4% sono le famiglie in condizione di povertà assoluta per 5,7 milioni di individui.
Le povertà di chi lavora
La crescita dell’occupazione in molti casi non incide sui livelli di povertà. In molti casi, l’inserimento nel mercato del lavoro non è sufficiente per una uscita da questa condizione. L’integrazione delle persone nel mondo della produzione molto spesso non assicura salari e condizioni lavorative dignitose che favoriscono una inclusione reale nella vita sociale. Inserimento lavorativo e inclusione sociale sono diventati due dinamiche sociali distinte e non costantemente correlate.
Eurostat rileva che in Italia circa 2,4 milioni di persone sono lavoratori poveri. Oltre 1 lavoratore su 10 è a rischio povertà (10,2%): un dato in aumento rispetto al 2023 (9,9%) e superiore alla media europea (8,2%). In Germania la percentuale degli occupati a rischio di povertà è al 6,5, in Danimarca al 6,2, in Polonia al 9,3, in Spagna all’11,2, in Finlandia al 2,8%.
Secondo l’indicatore adottato dall’Unione Europea, un individuo è considerato in-work poverty se dichiara di essere stato occupato nell’anno di riferimento per sette mesi e se vive in un nucleo familiare con un reddito disponibile equivalente inferiore alla soglia di rischio di povertà stabilita al 60% del reddito mediano nazionale. Polizzi et al. (2022) sottolineano che la povertà lavorativa è misurata nell’ambito del nucleo familiare ed è definita sulla base del reddito di tutti i membri della famiglia e di tutte le fonti di mercato e non di mercato. In quella stessa famiglia possono esserci diverse persone che lavorano, eppure il reddito complessivo rimane ancora al di sotto del livello di povertà.
Cresce la ricchezza di una parte delle famiglie, allo stesso tempo i redditi medi non nominali sono stabili da oltre 30 anni. Dal 1991 al 2024 i salari reali in Italia sono rimasti fermi, mentre nello stesso periodo sono cresciuti più del 30% in Paesi come la Francia e la Germania Anche negli ultimi cinque anni l’Italia ha fatto peggio della gran parte dei paesi OECD (Leonardi e Rizzo, 2026). È importante anche rilevare se la distribuzione dell’occupazione sia diffusa oppure polarizzata sui nuclei più attivi (Akarçeşme, 2025). In questi anni, la crescita dell’occupazione in Europa ha avvantaggiato significativamente le famiglie che già avevano più redditi da lavoro, mentre ha avvantaggiato solo in misura limitata le famiglie con un’intensità lavorativa molto bassa. Bassi salari, un numero ridotto di ore lavorative, ma anche una distribuzione polarizzata nell’aumento dell’occupazione sono fattori che non hanno determinato una corrispondente riduzione della povertà.
Il sociale come principio di connessione
Le differenti condizioni di vita dei quasi poveri (near poor), delle persone e famiglie appena poveri (in non-deep poverty) oppure severamente poveri (in very deep poverty), evidenziano la pluralità dei fattori che determinano la crescita della povertà e la sua persistenza. I cambiamenti nelle forme di povertà richiedono un ripensamento profondo delle strategie di contrasto delle povertà operando su più livelli: promuovere più efficaci misure di sostegno al reddito e richiamando, allo stesso tempo, l’esigenza di regolare più efficacemente il mercato del lavoro, governare le dinamiche inflattive, promuovere politiche di contrasto del disagio abitativo.
In questa prospettiva, l’intervento sociale non è solo un intervento professionale sul beneficiario; è parte di una strategia sociale più ampia che interviene su una pluralità di condizioni che possono favorire oppure ostacolare il superamento di una condizione di deprivazione economica.
Come ci ricorda Latour (2022), il sociale è un tipo di associazione di elementi eterogenei, è un principio di connessione, un modo specifico (differente da quello che può fare un medico o un ingegnere) di mettere insieme attività eterogenee (il lavoro, il supporto economico, l’intervento sanitario, scolastico, la politica per la casa) al fine di promuovere il benessere delle persone e costruire comunità e legami sociali. È questa l’idea che, più o meno consapevolmente, ha guidato le professioni sociali in questi anni nel proporre progetti e iniziative di integrazione socio-sanitaria, la costruzione degli Ambiti territoriali, i programmi di integrazione scolastica, i progetti di inclusione sociale: i legami sociali sono un sottoinsieme di queste associazioni (Latour, 2022).
Il sociale non è qualcosa di omogeneo, non è uno spazio specifico, non è solo lo spazio dei legami sociali, della comunità, della solidarietà, delle misure di welfare di sostegno al reddito, delle attivazioni standardizzate. Il sociale è ciò che tiene insieme materiali differenti. Il sociale si riproduce mettendo insieme relazioni di diversa natura: lavorative, della scuola e del sistema sanitario, familiari, amicali e di comunità. La preoccupazione di chi opera nel suo ambito è riuscire a tenere insieme questi elementi.
Il sociale è uno spazio di confluenza che è alimentato oppure travolto dalle trasformazioni che si sviluppano in altri ambiti di vita. Raramente ha risorse adeguate per risolvere autonomamente una condizione di disabilità, una dipendenza, un severo conflitto familiare, ma anche per affrontare efficacemente molte delle forme di povertà che osserviamo.