Sicurezza e immigrazione: l’illusione della protezione dei confini
Maurizio Ambrosini | 26 Febbraio 2026
Con il nuovo decreto sicurezza e il successivo disegno di legge che impone nuove restrizioni in materia d’immigrazione, quello che nella comunicazione filo-governativa è diventata la norma sul “blocco navale”, il binomio immigrazione-(in)sicurezza ritorna ancora una volta in primo piano, con il contorno di polemiche contro la magistratura che emette sentenze avverse alla linea governativa. Anche a Bruxelles le decisioni politiche stanno andando nella stessa direzione.
Il binomio immigrazione-(in)sicurezza
Non da oggi, la visione dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza è un cavallo di battaglia del sovranismo politico. Si declina in vario modo, a seconda delle vere o presunte emergenze: pericolo per la sicurezza nazionale, in tempi di attacchi terroristici, criminalità urbana, quando sono le cronache a lanciare l’allarme, attacco all’identità culturale, quando il dibattito si sposta sui simboli religiosi e i luoghi di culto.
Già il fatto di rappresentare l’immigrazione come un problema di sicurezza, oggetto ripetutamente di norme specifiche di contrasto, si traduce in un messaggio: invita l’opinione pubblica a diffidare degli stranieri (poveri), sollecita chi li incontra a stare in guardia, spinge le forze dell’ordine ad alzare la soglia di allerta. Mentre in altri paesi le norme anti-discriminatorie vietano la profilazione etnica, ossia l’intensificazione dei controlli su chi non corrisponde al tipo estetico “nazionale”, in Italia il messaggio va nella direzione opposta: occorre controllare di più, arrestare e punire chi per aspetto fisico sembra appartenere alla popolazione immigrata, chi circola in determinati luoghi sensibili, chi per abbigliamento e comportamento denota un’identità minoritaria, compresi figli e discendenti ormai dotati di cittadinanza italiana.
Un fatto recente dovrebbe far riflettere sulle conseguenze sociali e culturali delle campagne comunicative che insistono sul legame tra immigrazione e insicurezza. A Nizza Monferrato, dopo l’uccisione di una ragazza, una cinquantina di residenti armati di bastoni si sono radunati sotto la casa di un uomo di origini africana con problemi psichici, con l’intento di linciarlo, aizzati dal vero autore del delitto. Una scena da Sud degli Stati Uniti di un secolo fa, con la differenza che nella cittadina piemontese l’intervento dei carabinieri ha evitato il peggio.
Le nuove norme e la dilatazione dell’allarme-sicurezza
Il disegno di legge governativo ancora una volta fa coincidere l’immigrazione con gli sbarchi. Il governo tenterà di convincere gli italiani che comprimendo la tutela del diritto di asilo e ostacolando ancora di più i salvataggi in mare da parte delle navi umanitarie accrescerà la sicurezza del paese.
Sono associazioni infondate, la prima perché i 5,4 milioni di residenti stranieri solo in minima parte (circa 500.000, ucraini compresi) provengono dal circuito dell’asilo, la seconda perché abbina i richiedenti asilo, tutti registrati e dotati di un permesso di soggiorno (sia pure provvisorio) con i problemi di criminalità urbana: quelli che in altri frangenti sono attribuiti in blocco alla crescita nelle periferie disagiate di una generazione di figli d’immigrati che non hanno a che fare con l’asilo. Con un tipico esempio di sostituzione del bersaglio, non potendo espellere un milione e mezzo di giovani di origine immigrata, senza contare quelli malgrado tutto ormai diventati italiani, il governo prende di mira i profughi salvati in mare.
Parlare di “blocco navale” e di “difesa dei confini” enfatizza il messaggio. Già preannuncia una prevedibile estensione dell’applicazione di una norma sul respingimento delle navi umanitarie che di per sé si riferisce a una componente molto minoritaria dell’immigrazione, quella che arriva dal Mediterraneo, e dovrebbe scattare, stando al testo, soltanto in presenza di circostanze eccezionali, come minacce terroristiche, emergenze sanitarie, flussi di arrivi particolarmente ingenti. È prevedibile che quest’ultima clausola verrà dilatata, quando stagione, meteo, allentamenti dei controlli favoriranno un incremento delle partenze dalle coste nordafricane, al fine di far scattare il blocco degli ingressi.
Sulla base di questa impostazione di fondo, le norme annunciate prevedono poi un’altra serie di misure che confermano l’assioma della pericolosità dell’immigrazione: la costruzione di nuovi centri di detenzione sul territorio nazionale, anche derogando dalle norme vigenti, le procedure semplificate per i decreti di espulsione, la riduzione della possibilità di gratuito patrocinio in sede giudiziaria, l’obbligo per il migrante trattenuto – difficilmente attuabile – di rivelare la propria identità e provenienza, le limitazioni alla protezione umanitaria anche per chi abbia instaurato relazioni familiari.
Occorre poi domandarsi che cosa abbia a che fare con la sicurezza una serie di altre disposizioni, come la crudele riduzione dei contatti telefonici per i migranti trattenuti in centri per l’espulsione, ma che non sono condannati alla prigione. O la limitazione a pochi soggetti autorizzati della facoltà di visitare quelle strutture (viene da domandarsi: di che cosa si ha paura, se tutto è in regola?). O l’aggravamento delle condizioni richieste per ricongiungere i familiari, con tanto d’ispezioni fiscali nelle imprese dei lavoratori autonomi: una norma che, ostacolando il ristabilimento di una normale vita familiare, non sembra esattamente favorire l’integrazione e la sicurezza. Oppure la riduzione dell’accoglienza fin qui offerta, come proseguimento della tutela prevista dalla legge Zampa, ai minori non accompagnati che raggiungono la maggiore età: da 21 a 19 anni. C’è da chiedersi: una volta privati dell’accoglienza, non saranno più esposti alla fatale attrazione di qualche strada illecita per procurarsi i mezzi per vivere, e magari un pezzo di presunto benessere?
La millantata protezione dei confini, per contro, mal si concilia con il quadro complessivo della politica dell’immigrazione dell’attuale governo: anche gli oltre 500.000 lavoratori che il governo pianifica di far entrare in tre anni ai sensi dei decreti-flussi attraverseranno i confini nazionali e s’insedieranno sul territorio, la metà circa in teoria provvisoriamente, l’altra metà stabilmente. Saranno dotati di regolari permessi e risulteranno indubbiamente utili per l’economia (e per le famiglie italiane), ma anch’essi finiranno per popolare le nostre vere o presunte banlieue, ricongiungere i familiari, costruire luoghi di culto.
Meno accoglienza, più espulsioni: la nuova normativa europea sui paesi sicuri
Una contraddizione analoga, in realtà, emerge anche nelle disposizioni varate dall’UE in materia di asilo e destinate a entrare in vigore nel giugno prossimo. Il Nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, approvato nel 2024, ha come principale filo conduttore l’aumento delle espulsioni (i ritorni sono citati più di 90 volte). La scarsa effettività dei rimpatri è individuata come il tallone d’Achille del controllo dell’immigrazione: meno del 30% delle persone colpite da un ordine di allontanamento, che a loro volta sono soltanto una frazione dell’immigrazione non autorizzata, sono effettivamente espulse. In realtà però le disposizioni introdotte intendono anche e soprattutto abbassare il numero delle persone accolte: secondo Eurostat nel 2024 oltre la metà delle 754.290 richieste d’asilo (51,4%) sono state accettate. Un richiedente su due, se riesce ad arrivare e a presentare una domanda di asilo, è riconosciuto come meritevole di tutela, a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti essenziali.
Oggi però anche a Bruxelles spira un vento ostile all’accoglienza e ai valori umanitari. Lo conferma il recente voto al Parlamento europeo sulle norme relative ai paesi sicuri (un pacchetto attuativo del Patto del 2024), in cui si è registrata una convergenza tra popolari e destra radicale che ormai, su questa materia, sta diventando un asse consolidato. Nelle nuove disposizioni il concetto di paese terzo sicuro viene declinato su due livelli. Il primo è quello dei paesi di origine definiti sicuri, per i cui cittadini, quando presentano una domanda di asilo, vengono ora previste misure accelerate di trattamento dell’istanza e trattenimento alla frontiera. Si vorrebbe respingerli rapidamente, prima che riescano a conseguire una qualche forma d’integrazione sul territorio, trovando lavoro o stabilendo relazioni sociali. L’UE propone ora un elenco unitario, invece di quelli nazionali e incoerenti finora adottati. L’elenco comprende solo sette paesi, invece dei 19 del governo italiano, ma fa comunque impressione: vi compaiono Bangladesh, Egitto, Kossovo, Tunisia, Marocco, Colombia, India. Il pensiero va a Patrick Zaki, agli oppositori incarcerati e alle minoranze religiose perseguitate in diversi di questi paesi. Ora saranno i richiedenti che provengono da lì a dover dimostrare, caso per caso e con pochissimo tempo a disposizione, di aver subito persecuzioni, perché in linea di principio i loro paesi sono considerati sicuri, cioè rispettosi dei diritti umani.
Il secondo livello è quello dei paesi che l’UE vorrebbe costringere ad accogliere i richiedenti asilo in vece sua, definendoli sicuri. Qui l’elenco si dilata, comprendendo paesi con cui i richiedenti abbiano un legame, attraverso i quali siano transitati, o con cui siano stati stipulati accordi per l’esame delle domande sul posto. Ma la disposizione più controversa è un’altra: la possibilità di espellere i malcapitati verso paesi terzi, aggirando così la resistenza di molti governi a riaccogliere i propri cittadini espulsi. Entra nel lessico delle politiche migratorie il concetto di return hubs. In nome della deterrenza, si punta a spedire in qualche paese africano immigrati che arrivano dall’Asia meridionale e viceversa.
Quanto alla legittimazione del “modello Albania” vantata dal governo italiano, occorre distinguere: c’è consonanza tra gli inasprimenti varati dall’UE e la visione del governo Meloni, ma il nesso con l’istituzione di centri di accoglienza fuori dai confini non compare. I centri in Albania erano stati allestiti per trattenere chi voleva entrare, quelli varati da Bruxelles dovrebbero servire a “scaricare” chi dovrebbe uscire.
Ma la contraddizione maggiore è simile a quella in cui incappa il governo italiano. I fabbisogni di manodopera stanno emergendo un po’ ovunque in Europa, da quando i paesi neo-comunitari dell’Est non ne forniscono più in misura sufficiente. Più o meno tutti hanno riaperto le frontiere ai lavoratori, con alcune cautele e con la minore risonanza possibile, con l’eccezione della clamorosa sanatoria spagnola. Alcuni governi, come quelli di Svezia e Germania, stanno regolarizzando i richiedenti asilo diniegati che vengono assunti.
A Bruxelles si pensa dunque di calmare le ansie dell’opinione pubblica e di contrastare le spinte nazional-populiste chiudendo le porte ai più fragili, le persone in cerca di asilo, e comunicando un’illusoria chiusura dei confini. Ma i confini continueranno a essere attraversati, e se non si cambia linguaggio e visione si costruirà una società europea in cui gli immigrati entreranno, ma saranno trattati come un’umanità indesiderata ed esclusa. Dovremmo invece ricordare sempre che insieme alle braccia arrivano le persone.