Snodi di Prossimità

Un modello di sviluppo comunitario nei piccoli territori


Gianfranco Marocchi | 30 Dicembre 2025

Ripensare la prossimità nei contesti fragili

Parlare di sviluppo di comunità nei contesti di provincia non è mai semplice. Le grandi città – Torino ne è un esempio paradigmatico – offrono un terreno fertile per iniziative di comunità: case di quartiere, portinerie sociali, hub comunitari. Tuttavia, cercare di replicare questi modelli in aree frammentate, composte da piccoli Comuni spesso isolati, con pochi servizi e scarsità di spazi collettivi, dove si aggiunge un certo campanilismo tipico dei nostri piccoli paesini, rischia di rivelarsi un’impresa fallimentare. In tali contesti, serve una via diversa, cucita su misura, capace di dialogare con la realtà concreta e le relazioni che la abitano. È da questa consapevolezza che nasce il progetto Snodi di Prossimità, sviluppato nel territorio del CISSAC (Consorzio Intercomunale dei Servizi Socio-Assistenziali del Caluso).

Le origini: un percorso partecipato

Nel 2020, il CISSAC ha avviato un percorso di coprogrammazione e coprogettazione1 con l’obiettivo di promuovere la coesione sociale attraverso un piano quinquennale di sviluppo comunitario. Alla base del progetto vi era un’alleanza ampia e composita: sette cooperative sociali riunite in ATS e 27 associazioni locali, impegnate a co-costruire Snodi di Prossimità.

L’avvento della pandemia da Covid-19 ha interrotto bruscamente l’attuazione del piano. Al momento della ripresa, nel 2022, il contesto era radicalmente mutato: alcune associazioni avevano cessato le attività, altre nuove erano nate, alcune cooperative non erano più interessate a sedere su questo tavolo. Era evidente che non si poteva semplicemente riprendere da dove ci si era fermati. Serviva ascoltare di nuovo, ripartire dal chiedersi come rendere reale e concreta la prossimità.

Il processo di ri-ascolto ha fatto emergere una direzione chiara: valorizzare i luoghi dove le relazioni nascono spontaneamente – come associazioni, circoli sportivi, biblioteche, imprese agricole – trasformandoli in presìdi attivi di ascolto, partecipazione e orientamento. Così si è delineata l’identità di Snodi di Prossimità: un progetto che mette al centro le persone e le relazioni, per attivare legami, generare fiducia e costruire risposte concrete e condivise.

Un modello semplice, innovativo e accessibile

Il progetto si fonda su un principio fondamentale: ridurre la distanza tra cittadini, servizi e territorio. Gli Snodi trasformano i luoghi del quotidiano in spazi informali ma funzionali, dove le persone vengono accolte senza filtri burocratici, ascoltate e orientate con delicatezza, e accompagnate nella ricerca di soluzioni. Niente moduli complicati, niente rimbalzi da un ufficio all’altro. Solo relazioni umane, autentiche, fondate sulla fiducia reciproca.

I tre livelli del modello

Il modello di intervento di Snodi di prossimità si articola su tre livelli:

  1. Luoghi di Comunità: Sono gli spazi della vita quotidiana – bar, negozi, biblioteche, aziende agricole – riconoscibili attraverso un marchio comune. Offrono micro-servizi (bacheche, attivazione di volontari, scambi), ma soprattutto accolgono e ascoltano e si mettono a disposizione nella realizzazione di attività e eventi sul territorio. Formano una rete informale che ha come luogo virtuale di incontro una chat di whatsapp. Ad oggi, la rete conta 67 realtà coinvolte.
  2. Snodi: vere e proprie antenne del sistema, sono realtà che hanno firmato il patto di collaborazione con il Consorzio, realtà molto diverse tra loro ma unite nella vision della comunità che abitano: ad oggi sono sei, una biblioteca, un’associazione artistica, un’associazione di volontariato, un’associazione per il benessere degli adolescenti, un comune, una scuola di danza. Leggono i bisogni del territorio, attivano risorse, stimolano coprogettazione dal basso e dialogano con i servizi pubblici.
  3. Operatori di Comunità: coordinano gli Snodi, animano il tessuto sociale, raccolgono dati, facilitano processi partecipativi e abitano il territorio per rafforzare i legami di prossimità. Il lavoro degli operatori ruota attorno al concetto di cura: cura delle relazioni, cura delle persone, cura delle parole che si usano e dei gesti, cura dei luoghi, in cui chi riceve sceglie di affidarsi a piene mani e chi offre dona la sua professionalità ma anche la propria umanità e la propria storia.

Il metodo di lavoro: un approccio integrato alla costruzione di comunità

Il lavoro sul territorio si articola su diversi livelli, in un intreccio dinamico di azioni che si alimentano reciprocamente. Più che un insieme di attività isolate, si tratta di un metodo vivo, in continua evoluzione, che accompagna il processo di costruzione di comunità con attenzione, flessibilità e cura e che si compone di assi operativi tra loro integrati:

  • Mappatura continua del territorio: conoscere per connettere. Il primo asse operativo è rappresentato dalla mappatura costante del territorio. Non si tratta di un’attività svolta una tantum nella fase iniziale, ma di un processo permanente, essenziale per intercettare nuove realtà, spesso informali o appena nate, e per mantenere aggiornato il quadro delle risorse sociali disponibili. Questo lavoro di esplorazione consente di ampliare continuamente la rete, scoprendo esperienze che altrimenti rischierebbero di restare invisibili o isolate.
  • Rafforzamento della rete: creare legami, generare fiducia. Il secondo asse riguarda il rafforzamento e l’animazione della rete informale, che comprende oggi oltre 67 soggetti distribuiti in 21 comuni. Si tratta di una rete eterogenea, fatta di associazioni, gruppi informali, enti, cooperative e singoli cittadini. A questo scopo vengono organizzate periodicamente “plenarie”, incontri aperti che assumono forme diverse – world café, speed date, aperitivi sociali, future lab – pensati per essere leggeri, informali e stimolanti.
  • Progettazione partecipata: costruire risposte collettive. Un ulteriore livello di lavoro si sviluppa nei tavoli di progettazione partecipata attivati con i sei Snodi firmatari del Patto di collaborazione con il Consorzio CISSAC; finora, le azioni si sono concentrate su tre ambiti specifici: invecchiamento attivo, adolescenti e famiglie.
  • Risposte ai bisogni individuali: prossimità operativa. Una parte rilevante del lavoro riguarda la risposta ai bisogni specifici di singoli cittadini in situazione di fragilità. In questi casi, la rete può attivarsi in modo diretto, offrendo soluzioni concrete e tempestive: un accompagnamento a scuola per un genitore in difficoltà, un passeggino donato, un passaggio in macchina per una visita medica. Quando necessario, la persona viene invece accompagnata o indirizzata ai servizi territoriali competenti.
  • Comunicazione e narrazione: dare forma a un immaginario condiviso. La costruzione di una comunità passa anche attraverso il modo in cui la comunità stessa si racconta. Per questo, il progetto dedica un’attenzione particolare alla comunicazione e alla narrazione del cambiamento in atto. Gli Snodi sono visibili e riconoscibili: presso la sede di ciascuno è affissa una targa distintiva, e accanto ad essa una cassetta delle lettere, dove chiunque può lasciare – anche in forma anonima – una cartolina con un’idea da proporre o un bisogno da condividere. Parallelamente, le pagine social del progetto sono molto attive, e costituiscono un vero e proprio diario di bordo collettivo.

In sintesi, il metodo di lavoro adottato si fonda sull’ascolto attivo, sulla co-progettazione e sulla capacità di tenere insieme visione strategica e attenzione al dettaglio. Un equilibrio complesso, che si nutre di relazioni, tempo, fiducia, cura quotidiana e storie da raccontare.

Il Patto di Collaborazione: corresponsabilità e cura

Altro elemento distintivo del progetto è la firma del Patto di Collaborazione tra il CISSAC e una rete eterogenea di realtà territoriali – associazioni, imprese, esercizi commerciali, enti culturali e sportivi – che scelgono di diventare “antenne di prossimità”. Si tratta, in sostanza, della combinazione di due strumenti di amministrazione condivisa, in quanto un intervento frutto di una coprogettazione dà origine ad un Patto di collaborazione ispirato ai modelli proposti da Labsus,  adottato in una forma semplificata rispetto a quanto avviene in altri contesti. Attraverso il Patto, queste realtà si impegnano ad ascoltare, orientare, accogliere e promuovere relazioni di prossimità, fiducia e solidarietà.

Allo stesso tempo le antenne di prossimità, gli Snodi, ricevono ascolto, formazione, supervisione, superano la sensazione di sentirsi soli nel loro operare nella comunità ma sentono di fare parte di un gruppo unito dagli stessi ideali.

Un progetto generativo, non assistenzialista

Snodi di Prossimità non propone soluzioni calate dall’alto. Al contrario, attiva un welfare relazionale, che valorizza le risorse già presenti nella comunità e ne stimola di nuove. Rende visibili energie sommerse, competenze informali, desideri collettivi. E soprattutto, promuove un cambio di sguardo: dai bisogni alle risorse, dalla frammentazione alla rete, dall’assistenzialismo alla co-responsabilità. Il progetto vive nei social, nei punti di aggregazione, nelle piazze dei paesi del Canavese. È un esempio replicabile di come le comunità possano prendersi cura di sé in modo condiviso, concreto e duraturo. I risultati concreti non si sono fatti attendere e nell’ambito di Snodi di Comunità sono nate diverse azioni di animazione di comunità tra cui:

  • Attività per over 65, orientate all’invecchiamento attivo e relazionale.
  • Progetti per adolescenti, come Canavese Comunità Competente e Civico25, per promuovere protagonismo e cittadinanza attiva.
  • Festival, eventi e laboratori diffusi per l’animazione culturale.
  • Iniziative di inclusione per persone migranti e spazi di riflessione comunitaria.

Sfide e criticità: riflessioni a cinque anni dall’avvio

Quando, cinque anni fa, è stato avviato questo percorso, l’obiettivo era chiaro: costruire una rete di Snodi capace, nel tempo, di camminare con le proprie gambe, facendo a meno della figura centrale dell’operatore di comunità. L’idea era quella di un progetto a termine, destinato a completarsi entro un arco temporale definito. Oggi, a distanza di cinque anni, la realtà ci restituisce un quadro più complesso e – per certi versi – inatteso.

1. Progetto o processo? La differenza che cambia tutto

Abbiamo compreso che iniziative come questa, il cui scopo è trasformare il modo in cui una comunità si pensa, si organizza e agisce, non possono essere trattate come semplici progetti con un inizio, una fine e obiettivi misurabili. Si tratta piuttosto di processi, che richiedono tempi lunghi, capacità di adattamento, fiducia, relazioni costanti, rimodulazioni e una visione di lungo periodo. In questo senso, i cinque anni trascorsi non rappresentano la conclusione di un ciclo, ma piuttosto l’alba di un cambiamento culturale che ha appena iniziato a manifestarsi. Tuttavia, le risorse – economiche e umane – che hanno sostenuto finora questo processo stanno rapidamente esaurendosi. La domanda che si impone è dunque urgente e concreta: come garantire continuità a un processo che ha bisogno di tempo, quando le risorse disponibili sono in via di esaurimento?

2. Il ruolo dell’operatore di comunità: figura transitoria o risorsa strutturale?

Nella visione iniziale, l’operatore di comunità avrebbe dovuto avere un ruolo temporaneo, utile a innescare il cambiamento, ma destinato a “scomparire” una volta avviato il processo. Eppure, l’esperienza sul campo ci racconta un’altra storia. L’operatore è oggi una figura centrale, che tiene insieme la rete informale di 67 realtà, distribuite nei 21 comuni del consorzio, mantenendola viva e attiva attraverso scambi quotidiani, coordinamento, organizzazione di momenti di incontro e confronto. La sua presenza è fondamentale anche all’interno del raggio di azione dei sei Snodi, dove accompagna il lavoro di co-progettazione e supporta i volontari, offrendo un punto di riferimento che evita la dispersione e l’isolamento. In sua assenza, l’intero ecosistema rischia di indebolirsi. La domanda, quindi, cambia profondamente: è realistico – o auspicabile – fare a meno dell’operatore di comunità in questa fase? Oppure questa figura dovrebbe essere considerata un presidio stabile del processo?

3. Comunità e istituzioni: un dialogo ancora difficile

Infine, emerge una criticità strutturale: mentre il lavoro di rete e la costruzione di legami solidali stanno lentamente producendo effetti visibili nel tessuto sociale, risulta ancora difficile incidere in modo significativo sul funzionamento dei servizi pubblici, in particolare sul servizio sociale. Da un lato, la pubblica amministrazione è vincolata a logiche burocratiche e procedurali, necessarie per garantire trasparenza, equità e rigore amministrativo. Dall’altro, il nostro percorso promuove logiche di prossimità, flessibilità e ascolto, che spesso si scontrano con la rigidità dell’apparato istituzionale. La coesistenza di questi due mondi – entrambi legittimi, ma profondamente diversi – richiede un lavoro di mediazione ancora lungo e tutt’altro che scontato.

In sintesi, l’esperienza di questi cinque anni ha messo in luce non solo i risultati raggiunti, ma anche le fragilità strutturali di un processo ambizioso e necessario. Le sfide che si aprono oggi non riguardano soltanto la prosecuzione del lavoro avviato, ma anche una riflessione più ampia su come accompagnare il cambiamento sociale nel lungo periodo, senza semplificazioni, con risorse adeguate e con il coraggio di rivedere alcune assunzioni iniziali.

Conclusione: un ecosistema che si rigenera

In un tempo segnato da disconnessione e frammentazione, Snodi di Prossimità propone un’alternativa concreta e replicabile: un ecosistema sociale che si rigenera attraverso la fiducia, la prossimità e la cura condivisa. Non un progetto tra tanti, ma un nuovo modo di abitare il territorio.

  1. Marocchi (2021)