Gli scienziati sociali nelle politiche pubbliche

Sette figure tipiche


Costanzo Ranci | 22 Maggio 2026

Nonostante lo statuto epistemologico della scienze sociali preveda lo sviluppo di una scienza “senza presupposti“, ritengo che spesso la sociologia, al pari di molte altre scienze sociali, abbia incluso un’istanza performativa. Si studia la società perché si ritiene che la conoscenza scientifica dei fatti e delle azioni sociali possa contribuire a risolvere alcuni problemi sociali. Nello studio e nella ricerca è dunque inscritta l’aspirazione a favorire, oppure ostacolare, un certo cambiamento sociale. L’importante – in una prospettiva weberiana – è che l’intento prescrittivo, se pure presente, non influenzi il metodo e il processo della conoscenza, né tanto meno la metodologia della ricerca1.

Che questa aspirazione performativa sia andata spesso, quasi sempre, incontro a delusioni è altrettanto noto. Molto raramente una ricerca sociologica è stata in grado di innestare un cambiamento sociale o politico. Anche quando la ricerca ha sostenuto o favorito un cambiamento reale, le forze che hanno determinato questo cambiamento erano ben più potenti della ricerca stessa. In molti casi, la ricerca ha svolto il ruolo di legittimare, ex ante o ex post, un cambiamento in corso già voluto da altri.

Il legame tra intenti conoscitivi e intenti performativi delle scienze sociali diviene molto evidente nel ruolo che la sociologia ha cercato di giocare in rapporto alle politiche pubbliche. Se è vero che esiste anche una “sociologia militante”, finalizzata a sostenere istanze sociali dal basso, è pur vero che in senso più ampio la sociologia ha spesso cercato di giocare un ruolo attivo nel sistema politico, in interazione con i diversi attori politici: le istituzioni pubbliche, i partiti, i movimenti sociali, i sindacati, e via dicendo.

È in questo quadro che la sociologia ha sviluppato diversi approcci orientati ad influenzare le politiche pubbliche, includendo in esse anche le azioni prodotte da attori non istituzionali. Nel corso degli ultimi 50 anni, gli approcci sono cambiati spesso, in base ai cambiamenti del sistema politico e a quelli degli approcci teorici.

È possibile abbozzare una storia di questi approcci, che è utile per cogliere non solo come sia cambiata la politiche pubblica, ma anche come sono evoluti gli approcci di sociologia pubblica nel nostro paese. Identifichiamo, a scopo di sintesi, alcune figure tipiche, che simbolizzano fasi diverse di questa dinamica, tutt’ora in evoluzione.

La prima figura è quella del pianificatore razionale. L’approccio intende la politica come un processo decisionale e pianificatorio che si svolge sulla base di principi di razionalità parametrica, che acquisisce validità maggiore tanto più la conoscenza è ampia e ricca. Il ruolo del sociologo è, in questo caso, di fornire le basi conoscitive oggettive utili al processo decisionale. Basi conoscitive fondate su procedure e metodologie rigorose che garantiscano oggettività e neutralità. Il sociologo è esterno al processo decisionale, specializzato nella produzione di quadri conoscitivi che vengono trasferiti ai decisori allo scopo di aumentare la razionalità complessiva del processo. Nel corso della stagione delle riforme sociali nel nostro paese, tra anni sessanta e anni settanta, è cresciuta una domanda di informazione e conoscenza di questo tipo, alimentata dalla produzione di grandi archivi di dati storici e territoriali. Proprio la collocazione esterna del sociologo rispetto ai processi decisionali ha tuttavia contribuito ad indebolire il suo contributo politico: giacchè spesso i dati raccolti fornivano più un quadro informativo di sfondo che la base informativa utile a poter calcolare i benefici di un programma di riforma. La notevole mole di questi archivi richiedeva anche un ampio lasso di tempo per la loro formazione, riducendo l’efficienza complessiva del processo. Infine, l’approccio della pianificazione razionale si  è ispirato ad un modello scientifico neo-positivista, fondato su un’idea molto astratta di a-valutatività e neutralità della scienza.

La seconda figura, concorrente con la prima nella stessa epoca, è quella dell’intellettuale organico. Sulla base del principio gramsciano, l’ntellettuale organico opera nella costruzione di dati, interpretazioni e apparati giustificativi a sostegno delle istanze e delle lotte del movimento politico di appartenenza. Le sue conoscenze e il suo lavoro intellettuale servono a sostenere, anche attraverso un esercizio critico e problematizzante, le linee politiche espresse dal movimento politico di appartenenza. Il lavoro scientifico è in questa chiave teoricamente orientato da interessi e obiettivi pratici, a cui lo scienziato sociale liberamente aderisce. In quanto tale, lo scienziato sociale è un elemento attivo dell’intellettuale collettivo costituito dal partito/movimento sociale: un soggetto che spesso si costituisce come avanguardia politica, incaricandosi di indicare obiettivi e programmi politici capaci di rispondere alle esigenze della propria parte politica e dei rappresentati. Un ruolo di avanguardia che spesso ha tradito l’ambiguità  di un ruolo sociale ambivalentemente sospeso tra la necessaria sottomissione agli interessi della parte politica cui si aderisce e l’indispensabile indipendenza  del lavoro scientifico e intellettuale.

Una terza figura, che trova maggiore spazio e legitimazione allorchè, con gli anni ottanta, svaniscono i sogni di pianificazione  razionale e di cambiamento sollecitati dall’energia dei  movimenti sociali e si affaccia la crisi del partito come intellettuale collettivo, è quella dell’investigatore sociale. Il sociologo agisce di nuovo come individuo indipendente e non è più intellettuale organico. Al tempo stesso assume un punto di vista particolare, rinunciando all’oggettività del metodo e anzi assumendo una posizione apertamente partigiana. Diventa artefice dell’inchiesta sociale, di ricerche e studi che intendono aprire gli occhi della classe dirigente sulle situazioni maggiormente critiche e che richiedono intervento. Si colloca all’esterno dell’istituzione pubblica e spesso anche a distanza da partiti e movimenti politici, e da questa posizione esterna e defilata investe il dibattito pubblico con ricerche e studi finalizzati e mostrare gli aspetti più marginali e deboli della società. La sua missione è scoprire il velo di ignoranza e omertà, e mostrare i problemi tipici di una società dualizzata, solcata da gravi problemi di coesione sociale e di disuguaglianze. Si tratta di un lavoro di denuncia sociale, fondato tuttavia su apparati teorici e procedure metodologiche rigorose. Proprio la collocazione marginale di questa figura ne segna tuttavia la scarsa visibilità e la difficoltà dei suoi studi di ottenere visibilità pubblica.

Negli anni novanta, la crisi profonda del partiti e dei movimenti di protesta, nonché le trasformazioni del sistema politico verso processi decisionali più dinamici e finalizzati al consenso di breve periodo, conducono all’elaborazione di una nuova figura: quella del consulente. Se le figure precedenti si collocavano prevalentemente a monte dei processi decisionali, con l’intento di procurare le basi informative necessarie a sviluppare strategie e predisporre decisioni la cui responsabilità è tuttavia collocata altrove, il consulente si colloca molto più vicino al processo decisionale. Il suo ruolo è di sviluppare studi funzionali a decisioni che sono già prese o che stanno per essere prese. Il consulente lavora per conto di un’amministrazione pubblica o di un decisore politico, con la missione principale di trasformare gli obiettivi politici stabiliti in azioni e decisioni efficaci. La sua attività non ambisce a ricostruire ampie basi dati oppure a investigare problemi e situazioni in profondità; agisce infatti su obiettivi più limitati, con compiti tecnici circoscritti e comunque funzionali alla volontà del suo datore di lavoro. In questo modo, tuttavia, fornisce le competenze tecniche necessarie a trasformare gli obiettivi in azioni concrete e pragmatiche, svolgendo un ruolo prezioso che richiede solide competenze tecniche e metodologiche e capacità di comprensione del contesto istituzionale e politico in cui si agisce. Poiché spesso gli obiettiv politici sono complessi e contraddittori, il consulente tecnico svolge anche un importante ruolo di  semplificazione e riduzione della complessità, che talvolta lo rende capace di istruire e suggerire decisioni e linee di azione politica.

Un’ulteriore figura tecnica cresciuta negli ultimi venti anni è quella del valutatore. Mentre il consulente lavora assumendo le finalità del decisore, il valutatore mantiene una posizione più esterna, finalizzata a verificare l’impatto prevedibile o effettivo di decisioni e programmi politici. Il valutatore può agire ex-ante, nella prefigurazione degli scenari possibili, oppure ex-post, nella valutazione tecnica di un programma o di una policy, o anche in itinere allo scopo di agevolarne l’implementazione. Gli approcci possono essere diversi a seconda della posizione epistemologica del valutatore: si va dall’analisi controfattuale, che utilizza prevalentemente metodologie statistiche per valutare gli effetti di una policy, all’analisi realistica, che assume l’idea iniziale del decisore politico e verifica in che misura questa trova applicazione concreta nei processi decisionali e nelle azioni di implementazione, identificando gli scostamenti e verificando in che misura questi costituiscano distorsioni, adattamenti o anche miglioramenti rispetto alle aspettative iniziali. Il valutatore mantiene una sua indipendenza non solo tecnica ed economica, ma anche di obiettivi: il suo compito non è necessariamente quello di collaborare all’implementazione di una politica ma di valutarne gli effetti e gli scostamenti dal programma iniziale, sempre da una posizione esterna. Proprio la necessità di tutelare questa autonomia costituisce, in realtà, l’elemento di debolezza della valutazione di politiche, che spesso deve accettare compromessi con le volontà dei policy maker e adattamenti dovuti alla scarsa presenza di una cultura della valutazione nel sistema politico e istituzionale del nostro paese.

La figura che segue costituisce, in un certo senso, il completamento dei ruoli appena considerati. Si tratta del consigliere. Se il consulente esegue le volontà del decisore e il valutatore esamina l’impatto delle sue azioni, il consigliere interviene nella fase di costruzione dell’agenda politica e di scelta/decisione, supportando il processo decisionale tramite proposte, studi ed esami specifici, interrogazione di esperti, e via dicendo. Il consigliere, a differenza del consulente e del valutatore, è coinvolto in prima persona nel processo decisionale. Questo avviene sulla base di un rapporto di fiducia e cooperazione con il decisore politico, di cui il consigliere condivide finalità e, in alcuni casi, anche la carriera. A differenza delle due figure precedenti, il consigliere condivide le finalità e le ambizioni del decisore per cui lavora,  al cui servizio mette le competenze, le abilità e l’esperienza maturata nel suo campo di attività. È innegabile la forte distanza esistente tra il consigliere e l’investigatore sociale: il primo assume implicitamente un approccio elitista, e influisce sulla realtà e la politica secondo un processo top-down, scommettendo sulla sua capacità di influire i processi decisionali apicali nei luoghi e nelle persone che ne sono coiinvolti. Mentre il secondo assume una posizione di contro-potere, affidandosi alla potenziale efficacia dei processi democratici dal basso. È dunque indubbio che le tre figure per ultimo analizzate – in consulente, il valutatore, il consigliere – operano in un contesto politico in cui lo spazio di discussione pubblica e democratica appare limitato. La loro posizione privilegiata è a ridosso delle istituzioni pubbliche e delle posizioni istituzionali, e si realizza attraverso l’offerta di competenze specialistiche, confinate spesso ad un campo specifico di policy. Figure tecniche, dunque, che possono influenzare le politiche pubbliche soprattutto grazie alla finalizzazione operativa delle proprie competenze tecniche e scientifiche.

L’ultima figura comparsa nello scenario italiano è quella dell’imprenditore politico.Con questo termine ci si riferisce a scienziati sociali che assumono un ruolo politico mettendosi in gioco, in prima persona, nell’organizzare una coalizione sociale  capace di agire in modo efficace nella sfera politica. In questo caso il sociologo è al tempo stesso un esperto e un attore politico: il suo ruolo è di ispirare un’agenda e suggerire soluzioni tecniche, senza mettersi al servizio di un politico o di un’amministrazione pubblica ma confidando sulla capacità di pressione esercitabile sul piano mediatico e istituzionale da un’ampia coalizione, di cui fanno parte esperti, stakeholder, cittadini. Le coalizioni di cui parliamo, tuttavia, sono in gran parte gruppi tecnici ed esperti. La risorsa principale su cui contano è la competenza, a cui si accompagna una legittimazione ottenuta attraverso il dialogo e la concertazione con attori sociali dotati di qualche forma di rappresentatività. Più  coalizioni tecniche, dunque, che coalizioni politiche o sociali. Capaci tuttavia di influenzare il dibattito di policy sulla base di un’azione mediatica, di rapporti politici e istituzionali privilegiati da parte dei loro componenti, di soluzioni e competenze tecniche spesso mancanti nell’amministrazione pubblica. Questa inclinazione tecnica, tuttavia, ne costituisce il punto debole in caso di conflitti o di decisioni avverse alla loro agenda: è in questi  casi che l’imprenditore politico mostra l’assenza di una piena legittimità politica e la difficoltà a penetrare da fuori i meandri dei processi decisionali politici.

In sintesi, nel corso di vari decenni il ruolo del sociologo nei processi decisionali politici è mutato sensibilmente. È cambiato non solo perché le modalità e i meccanismi dell’azione politica sono cambiati, ma anche perché la posizione del sociologo, il suo atteggiamento verso la politica e la società, sono cambiati in modo sostanziale. Se nella fase della Prima Repubblica risultava dominante un ruolo di indicazione politica, esercitato secondo modalità diverse (da analista di dati, oppure da intellettuale schierato), nella Seconda Repubblica il ruolo ha assunto connotati sempre più marcatamente tecnici, strettamente intrecciati alla implementazione delle decisioni assunte in sede politica. Se sino agli Ottanta il sociologo ha cercato di imporsi nel dibattito pubblico, dagli anni Novanta il suo ruolo si è reso meno visibile nell’arena pubblica generalista,  e più attivo in posizioni tecniche collegate a specifiche politiche pubbliche. Un ruolo più da tecnico esperto, quindi, e meno in grado di influenzare l’agenda pubblica e gli orientamenti generali e strategici delle politiche.

In questo processo, è inevitabile che il ruolo pubblico della sociologia si sia in parte indebolito, mentre è cresciuta la sua capacità di contribuire a specifiche politiche. In una parola, si è passati dalla figura del sociologo generalista, che si occupa degli obiettivi e delle finalità delle politiche in rapporto ai bisogni sociali della popolazione,  a quella del sociologo che lavora sui mezzi della polittica, in un ruolo strumentale e funzionale a rendere le politiche più efficaci.

Ad alcuni questo cambiamento potrebbe anche indicare il passaggio da un ruolo partigiano ad un ruolo più neutrale e tecnico. Senonch, questo è vero solo in parte. I meccanismi di reclutamento del personale tecnico al servizio della politica non sono infatti affatto neutrali né necessariamente e automaticamente collegati al grado di competenza dei tecnici, quanto spesso legati all’inserimento in reti di conoscenza fondate su basi fiduciarie. In questo senso, l’indebolimento del ruolo pubblico del sociologo non riguarda solo la sua collocazione nei processi decisionali, ma anche la sua forte dipendenza dalle reti sociali di carattere fiduciario in cui è inserito.

In definitiva, oggi il ruolo pubblico del sociologo appare più attivo all’interno dei processi di decisione che all’esterno, più vicino al policy making che ai luoghi del dibattito pubblico. La sua competenza è più legata alla capacità di indirizzare e sostenere le decisioni prese che di contribuire alla loro formazione. Un ruolo più vicino alla politica, ma meno politico. A ciò non corrisponde, tuttavia, una maggiore neutralità: anche i ruoli tecnici e specialistici sono filtrati attraverso reti di carattere fiduciario. Una volta smarrita la pretesa di contribuire al dibattito pubblico, la legittimità del ruolo pubblico del sociologo appare dunque molto fragile e condizionata fortemente dalla volatilità della politica.

  1. L’articolo è tratto dall’intervento dell’autore alla Conferenza Nazionale delle Dottorande e dei Dottorandi in Scienze Sociali “La sociologia nello spazio pubblico”, Cremona 20 Novembre 2025