Diminuisce il numero di rifugiati nel mondo, perché diminuisce la volontà di accoglierli
Maurizio Ambrosini | 19 Giugno 2026
Nell’imminenza del 20 giugno, giornata mondiale dei rifugiati, UNHCR pubblica il suo rapporto annuale sull’andamento delle migrazioni forzate nel mondo. Quest’anno la sorpresa consiste nel fatto che il numero totale delle persone coinvolte, pur restando altissimo, è lievemente diminuito, ma occorre chiedersi che cosa c’è dietro questo dato apparentemente positivo. La risposta, come vedremo, non è confortante.
Dove e perché cala il numero dei rifugiati
Nonostante nel mondo siano in corso 75 conflitti armati, il dato più alto dalla fine della seconda guerra mondiale, il numero dei rifugiati nel 2025 è calato per la prima volta negli ultimi dieci anni, scendendo da 123 milioni a 117,8 milioni. Sono diminuiti del 3% circa rispetto al 2024 i rifugiati internazionali ossia coloro che hanno cercato scampo all’estero (41,6 milioni), del 7% gli sfollati interni, che si sono trasferiti in una regione un po’ più sicura del loro paese (68,6 milioni).
Il calo si spiega con l’aumento dei ritorni verso i paesi o le zone di provenienza, che hanno interessato 14,7 milioni di persone: 4,4 milioni di rifugiati internazionali e 10,3 milioni di sfollati interni. Il problema è che quello di “ritorno” è un concetto ambiguo, e il suo incremento nell’attuale contesto internazionale rivela tutte le sue contraddizioni. Il ritorno può essere infatti volontario, per un miglioramento della situazione che consente alle persone di tornare alle proprie case e riprendere la loro vita quotidiana: sarebbe questa la soluzione auspicata non solo dalle istituzioni internazionali e dai governi, ma anche dalla maggior parte delle persone costrette a spostarsi. Il ritorno però può essere forzato dai governi dei paesi ospitanti, o dalle autorità centrali del proprio paese nel caso degli sfollati interni. O ancora, può essere indotto dalla mancanza di accoglienza e dall’abbandono. Così si spiega il ritorno di 1.387.000 profughi afgani dall’Iran e 558.000 dal Pakistan. Secondo un’altra stima, i rientri in Afghanistan hanno raggiunto la cifra di 2,9 milioni, di cui un milione dal Pakistan, in quattro su cinque casi donne e minori. Sono le politiche espulsive dei paesi ospitanti a spiegare il nuovo spostamento, difficilmente riconducibile a un miglioramento della situazione nel paese di provenienza.
Più mista e sfumata è invece la spiegazione del rientro di 1.341.000 rifugiati siriani, provenienti da Turchia (556.000), Libano (466.000), Egitto (431.000), Giordania (257.000). Il rapporto UNHCR parla di “fragili speranze” per la Siria, specificando però che nel 2026, circa 15,6 milioni di persone, su una popolazione stimata di 25,9 milioni di abitanti, dunque sei su dieci, hanno bisogno di assistenza umanitaria.
Gli sfollati interni
Afghanistan e Siria rimangono inoltre tra i primi paesi al mondo per numero di sfollati interni: una condizione che somma una bassa visibilità politico-mediatica con un’elevata fragilità e una dipendenza dalle politiche dei rispettivi governi, con scarsa capacità d’incidenza delle istituzioni internazionali. Infatti, oltre alla gravissima e trascurata guerra civile in Sudan, in testa alla triste classifica con oltre 9 milioni di sfollati interni, poco si sa del caso della Colombia, che conta oltre 7 milioni di sfollati a causa di decenni di guerriglia, controguerriglia, narcotraffico, contrasto del narcotraffico, e dello Yemen, in cui quasi cinque milioni di persone sono state espulse dalle loro case a causa di un’altra guerra pressoché dimenticata.
Tab. 1. Primi paesi del mondo per numero di sfollati interni (in milioni)
| Sudan | 9,1 |
| Colombia | 7,2 |
| Siria | 6,0 |
| Yemen | 4,8 |
| Afghanistan | 4,4 |
I rifugiati internazionali
All’aumento dei ritorni si contrappone poi il dato drammatico dei 5,4 milioni di nuovi profughi, che nel corso dell’anno sono fuggiti da guerre e persecuzioni chiedendo asilo in altri paesi, principalmente quelli confinanti. Sono otto i paesi maggiormente coinvolti: Sudan (952. 700), Ucraina (788. 100), Venezuela (455.300), Sud Sudan (232.800), Burkina Faso (221.300), Afghanistan (191.400), Mali (177.200) e Myanmar (165.400).
Oltre il 70% dei rifugiati mondiali proviene dalle principali aree di crisi di una geografia della violenza armata: Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina, Venezuela. Ammesso sia lecito e sensato parlare di una graduatoria della gravità dei conflitti in termini di sfollamento di popolazioni di profughi, quella del Sudan spicca nel 2025 come la guerra più devastante, con i già ricordati 9,1 milioni di sfollati interni. Il fatto che siano rimasti nel paese, o al massimo abbiano raggiunto i paesi confinanti, rende la loro sorte poco rilevante per le opinioni pubbliche e i governi occidentali.
Il secondo grande scenario di guerra, quello medio-orientale, ha invece se non altro ottenuto una maggiore visibilità, a causa della sua vicinanza, delle sue implicazioni nello scacchiere delle relazioni internazionali e delle conseguenze sul piano economico. Qui si conta circa un milione di sfollati interni in Libano e 3,2 milioni in Iran: un danno collaterale del conflitto di cui si parla pochissimo (fine marzo 2026).
Va infine ricordato che, in contrasto con le visioni diffuse dei rifugiati, circa la metà sono donne e il 39% minorenni, rispetto a un’incidenza del 29% sulla popolazione mondiale.
Chi realmente accoglie
Sul fronte dell’accoglienza, va ricordato anzitutto il dato più impressionante: il 65% dei rifugiati sono accolti nei paesi confinanti, quasi sempre a basso o medio reddito, il 27% nei paesi più poveri in assoluto. La geografia dell’asilo rimane profondamente sperequata, giacché l’onere dell’accoglienza grava in maniera sproporzionata sul Sud del mondo.
La graduatoria dei paesi ospitanti è però cambiata, a causa della chiusura dei confini e delle politiche di ritorno varate, come già ricordato, da alcuni dei paesi più coinvolti (tab.2).
Tab. 2. Primi sei paesi di accoglienza dei rifugiati (in milioni)
| Colombia | 2,8 |
| Germania | 2,7 |
| Turchia | 2,4 |
| Uganda | 1,9 |
| Iran | 1,7 |
| Ciad | 1,5 |
L’Iran, sempre al primo posto negli ultimi anni a motivo degli ingressi dall’Afghanistan, è sceso al quinto posto. La Turchia, che prima dell’Iran occupava la prima posizione a causa dell’arrivo di milioni di profughi dalla Siria, si trova ora al terzo posto. In vetta rimane la Colombia, che accoglie quasi tre milioni di profughi provenienti in massima parte dal confinante Venezuela.
Segue la Germania, unico paese dell’UE a figurare in questa lista, ma sempre più riluttante ad accogliere i rifugiati e sempre più orientato a espellere quelli in precedenza accolti. Tra i primi sei paesi d’accoglienza figurano anche due paesi africani molto poveri, come Uganda e Ciad, a conferma della sperequazione tra Nord e Sud del mondo in termini di protezione dei rifugiati.
Tra le notizie che confermano l’accresciuta resistenza verso l’impegno umanitario, si registra anche il netto calo dei reinsediamenti, ossia dell’accoglienza da parte dei governi di rifugiati precariamente insediati in un paese di primo asilo, spesso in campi profughi o situazioni analoghe: da 188.800 del 2024 a 81.800 del 2025. Il quasi completo ritiro degli Stati Uniti di Trump da questa politica è la principale spiegazione del netto calo: ora è il Canada il primo paese al mondo in quest’ambito, avendo accolto per reinsediamento 38.800 rifugiati, seguito dall’Australia con 18.800. Gli Stati Uniti ora sono solo terzi, avendo accettato soltanto 10.500 reinsediamenti.
Le politiche dell’UE
A conferma di questa tendenza negativa sul fronte della protezione dei rifugiati, vanno ricordate le decisioni assunte in sede di Unione Europea sulla materia. Il dato da cui partire è il tasso di accettazione delle domande di asilo: secondo Eurostat nel 2024 oltre la metà delle 754.290 richieste d’asilo (51,4%) sono state accettate, al netto dei ricorsi in appello che fanno salire il dato di alcuni punti percentuali, variabili a seconda dei paesi. I richiedenti sono riconosciuti come meritevoli di tutela, a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti essenziali. Governi e istituzioni dell’UE sanno che se i profughi riescono a raggiungere il territorio dell’Unione, in almeno metà dei casi saranno tenuti ad accordare loro una qualche forma di protezione, ai sensi delle loro stesse leggi. La polemica sugli ingressi “irregolari” focalizza l’attenzione sulle modalità d’ingresso, cercando di distogliere l’attenzione dal dato sostanziale: le buone ragioni della maggioranza di chi chiede asilo.
L’obiettivo è quello di recuperare consensi tra gli elettori spaventati dall’immigrazione, soprattutto quella definita “incontrollata”, ossia quella dei richiedenti asilo, che hanno poche possibilità di ottenere passaporti, visti e regolari titoli di viaggio per cercare rifugio all’estero. Quindi arrivano come e quando possono. Il dato politico più significativo è la saldatura su questa linea tra conservatori moderati ed estrema destra. Con un corollario innegabile: la destra radicale ha ragione quando rivendica di aver trascinato sulle sue posizioni i centristi, che fino a tempi recenti ne disdegnavano proposte e visioni retrostanti.
S’inserisce in questa cornice il voto al Parlamento europeo sulle norme relative ai paesi sicuri (un pacchetto attuativo del Patto del 2024) e sulle politiche di ritorno, in cui si è registrata una convergenza tra popolari e destra radicale che ormai, su questa materia, sta diventando un asse consolidato.
Nelle nuove disposizioni il concetto di paese terzo sicuro viene declinato su due livelli. Il primo è quello dei paesi di origine definiti sicuri, per i cui cittadini, quando presentano una domanda di asilo, vengono ora previste misure accelerate di trattamento dell’istanza e trattenimento alla frontiera. Si vorrebbe respingerli rapidamente, prima che riescano a conseguire una qualche forma d’integrazione sul territorio, trovando lavoro o stabilendo relazioni sociali. L’UE propone ora un elenco unitario, invece di quelli nazionali e incoerenti finora adottati. L’elenco comprende solo sette paesi, invece dei 19 del governo italiano, ma l’elenco fa comunque impressione: vi compaiono Bangladesh, Egitto, Kossovo, Tunisia, Marocco, Colombia, India. Il pensiero va a Patrick Zaki, agli oppositori incarcerati e ai cristiani perseguitati in diversi di questi paesi. Il secondo livello è quello dei paesi che l’UE vorrebbe costringere ad accogliere i richiedenti asilo in vece sua, definendoli sicuri. Qui l’elenco si dilata, comprendendo paesi con cui i richiedenti abbiano un legame, attraverso i quali siano transitati, o con cui siano stati stipulati accordi per l’esame delle domande sul posto.
Ma la disposizione più controversa è un’altra: la possibilità di espellere chi non ottiene l’asilo, insieme ad altri immigrati in condizione irregolare, verso paesi terzi. aggirando così la resistenza di molti governi a riaccogliere i propri cittadini espulsi. E’ entrato nel lessico delle politiche migratorie il concetto di return hubs. In nome della deterrenza, si punta a spedire in qualche paese africano migranti che arrivano dall’Asia meridionale e viceversa. Con il rischio, già evidente con gli accordi con i paesi di transito (Turchia, Libia, Marocco, Tunisia…), di esporsi ai ricatti dei governi “collaborativi”.
Quanto alla legittimazione del “modello Albania”, occorre distinguere: c’è consonanza tra gli inasprimenti varati dall’UE e la visione del governo Meloni, ma il nesso con l’istituzione di centri di accoglienza fuori dai confini non compare. I centri in Albania erano stati allestiti per trattenere chi voleva entrare, quelli varati da Bruxelles dovrebbero servire a “scaricare” chi dovrebbe uscire.
Fatta questa precisazione, restano almeno tre problemi di fondo. Il primo è che gli stessi governi dell’UE ammettono di aver bisogno di lavoratori di vario livello. Alimentando la narrativa dell’immigrazione come minaccia, si rinuncia a utilizzare persone che sono già qui, hanno probabilmente imparato almeno i rudimenti della lingua, spesso già lavorano, anche regolarmente (i richiedenti asilo dopo due mesi dalla domanda possono farlo). Più ampiamente, si spande diffidenza e pregiudizio che colpiscono anche i lavoratori, quando per esempio cercano casa e occasioni di socialità.
In secondo luogo, non è affatto detto che inseguire l’estrema destra sul suo terreno, adottando le sue soluzioni, sia elettoralmente produttivo. Più volte gli elettori hanno già dimostrato di preferire l’originale alle fotocopie, gli inventori agli imitatori.
In terzo luogo, subentra il problema che il progetto FAiR (H2020) ha definito “la trappola delle promesse irrealizzabili”. Non è affatto detto che le nuove misure raggiungano i risultati ventilati all’opinione pubblica, che il volume dei nuovi ingressi diminuisca, che l’immigrazione irregolare si riduca. Anche perché la magistratura potrà continuare a contrastare le più evidenti violazioni dei diritti umani. Gli elettori frustrati potrebbero allontanarsi ancora di più dalle istituzioni pubbliche, perdere fiducia verso l’UE, appoggiare misure ancora più radicali. A furia di promesse non realizzate, la strada della compressione dei diritti potrebbe avvitarsi in una spirale sempre più nefasta. I confini continueranno a essere attraversati, e se non si cambia linguaggio e visione si costruirà una società europea in cui profughi e migranti non smetteranno di arrivare, ma saranno trattati come un’umanità indesiderata ed esclusa.