La cittadinanza vissuta dei giovani di origine immigrata
I primi risultati di una ricerca
Maurizio Ambrosini | 27 Aprile 2026
L’incubo “maranza”: i giovani di origine immigrata come pericolo sociale
Se si parla dei giovani di origine immigrata oggi in Italia, l’attenzione dell’opinione pubblica si appunta quasi inevitabilmente sui cosiddetti “maranza”. È vero che in Italia in generale il dibattito sull’immigrazione è catalizzato da una narrazione ansiogena, che di volta in volta fa salire alla ribalta gli aspetti più problematici del fenomeno, o comunque passibili di essere rappresentati come tali, generando allarme sociale e panico morale. Affiora il timore che si stiano formando anche in Italia delle banlieues abitate da una popolazione di giovani di origine immigrata emarginati e ribelli. Da alcuni episodi di cronaca sale un allarme ad ampio raggio per furti, scippi, risse, atti di vandalismo.
L’individuazione pregiudiziale del giovane di origine straniera come pericolo sociale, soprattutto se maschio e fisicamente riconoscibile, è stata confermata da un episodio inquietante ed emblematico accaduto nei mesi scorsi e rapidamente rimosso dal dibattito pubblico: nella tranquilla cittadina piemontese di Nizza Monferrato, l’uccisione di una ragazza ha scatenato un tentativo di linciaggio nei confronti di un uomo di origine africana con problemi psichici, del tutto innocente: sobillate dal vero assassino, una cinquantina di persone si sono radunate sotto casa del malcapitato, armate di bastoni, per fare giustizia sommaria. Solo l’intervento dei carabinieri ha evitato conseguenze peggiori. Una scena da Sud degli Stati Uniti di un secolo fa, con la differenza che le forze dell’ordine in questo caso hanno difeso la vittima invece di lasciare campo libero ai facinorosi.
Il punto da cui partire è che un patto d’integrazione subalterna è stato sostanzialmente accettato dai genitori immigrati, ma va stretto a molti dei loro figli. I genitori hanno sopportato un inserimento lavorativo nei livelli più bassi del mercato del lavoro (2,5 milioni di occupati regolari), come addetti -in larga parte- a lavori manuali con scarse opportunità di avanzamento. I figli invece, cresciuti in Italia, tendono ad assumere i gusti e le aspirazioni dei loro coetanei di origine italiana. Serpeggia fra una parte di loro non una mancanza d’integrazione, ma un’integrazione illusoria: molto avanzata negli stili di vita e di consumo, ma non sostenuta da risorse adeguate. A livello urbano, confinati nei quartieri poveri, in abitazioni anguste e di bassa qualità, vedono le vetrine scintillanti del centro-città come una fiera dei desideri che difficilmente potranno realizzare.
I risultati scolastici: progressi, ma ancora insufficienti
Qualche dato relativo alla scuola può illustrare la portata del problema. Dei 931.000 studenti con cittadinanza non italiana nell’anno scolastico 2023-2024, l’11,6% del totale, quasi i due terzi sono nati qui (65,2%). Questo fatto ha migliorato i risultati scolastici, ma persistono seri problemi. Nella secondaria di secondo grado, gli studenti “stranieri” in ritardo sono il 48,0%, contro il 16,0% per gli “italiani”. Fino a 16 anni rimangono a scuola (94%), ma poi crescono gli abbandoni. Nell’ultimo biennio il tasso di partecipazione all’istruzione scende al 74,8%, contro l’81,6% per gli studenti “italiani”. I maschi incontrano maggiori difficoltà: a 18 anni, il 59,0% è in ritardo scolastico, contro il 47,4% per le ragazze. Ne discende un preoccupante fenomeno: nel 2023, gli ELET (Early Leaving from Education and Training) tra i giovani non italiani sono più di uno su quattro: 26,9%, a fronte di una media del 9,0% per i giovani italiani (Dossier Statistico Immigrazione 2025).
Da ultimo, persiste, pur calando, una canalizzazione nei rami meno prestigiosi dell’istruzione superiore: mentre tra gli studenti “italiani” più di uno su due frequenta un liceo, tra gli studenti “stranieri” il dato non raggiunge un terzo (32,9%), pur arrivando al 36,6% per i nati in Italia, al 43,2% per le ragazze, al 49,1% per le ragazze nate in Italia (dati 2022-2023).
I successi educativi non mancano: 28.300 hanno ottenuto il diploma di maturità nel 2021/2022, e il 38,5% è passato all’università, dove gli studenti immatricolati privi di cittadinanza italiana ma diplomati in Italia sono 25.558 nel 2024/2025, il 7,4% del totale. Si tratta però del 5% circa del totale dei diplomati, e il tasso di prosecuzione degli studi, pur crescendo, rimane ancora decisamente inferiore a quello degli studenti “italiani”: 38,5% contro 53,0%. Anche i laureati “stranieri” crescono, ma sul totale incidono soltanto per il 5,4%.
Possiamo chiederci quali siano le possibili traiettorie di uscita dalla condizione di marginalità sociale in cui una parte di questi giovani rischiano di rimanere intrappolati. C’è il pericolo che una frangia sperimenti una stentata sopravvivenza, tra lavori precari, devianza predatoria, ribellismo senza sbocchi. C’è l’alternativa dell’investimento educativo, con i dati sopra ricordati. Ma va notato che circa il 20% degli italiani espatriati negli ultimi due anni sono naturalizzati: ex immigrati che cercano miglior fortuna all’estero grazie al passaporto italiano. Significa probabilmente che qui non hanno trovato ciò che cercavano.
Una ricerca sulla cittadinanza vissuta
Ai giovani scolarizzati di origine immigrata è stata dedicata una ricerca promossa da Caritas Italiana e realizzata dal Centro studi Medì di Genova nel 2025, in collaborazione con un gruppo di ricerca dell’università di Milano. Sono stati raccolti 416 questionari su base nazionale e realizzate 40 interviste in profondità a giovani particolarmente impegnati, tra cui 25 a consiglieri comunali o altri eletti a cariche pubbliche.
L’indagine ha inteso portare alla ribalta un’altra componente della popolazione giovanile di origine immigrata, di cui si parla molto meno: i giovani istruiti, sia diventati cittadini italiani, sia ancora classificati come stranieri, che stanno impegnandosi in vari ambiti, sociale, culturale e politico, per migliorare il nostro paese, a partire da una diversa rappresentazione della loro generazione. Sono l’avanguardia di una nuova generazione che domanda una piena integrazione nella società in cui è cresciuta e sta già facendosi strada. È una nuova generazione che non accetta una cittadinanza dimezzata, vuole far sentire la sua voce, ha talenti ed energia per imprimere un cambiamento alla società in cui vive. Avverte un senso di responsabilità sociale, sia verso le minoranze da cui proviene, sia verso la società ricevente nel suo complesso. Ci invita a riconoscere che l’Italia di oggi non è formata solo da discendenti di cittadini italiani storici, e tanto meno appartiene solo a loro. È ormai di fatto una società in cui vivono insieme persone di origine diversa, con un numero crescente di figli di coppie miste e di credenti di religioni diverse dal cattolicesimo.
Questi giovani, vivendo da molti anni in Italia, stanno acquisendo il diritto di voto in misura sempre maggiore, ma già esprimono in vari ambiti diverse forme di quella che può essere definita “cittadinanza vissuta”: nell’associazionismo, nei movimenti sociali, nel volontariato, nelle attività artistiche, letterarie e musicali. L’ipotesi era che in questa fascia giovanile fossero più diffusi e visibili i germogli del futuro: tra questi giovani cresciuti in contesti marginali, che hanno saputo trasformare le discriminazioni subite in un incentivo per impegnarsi a promuovere un avanzamento delle frontiere dell’inclusione sociale.
Una volontà partecipativa multiforme: alcuni risultati della ricerca
Un primo dato significativo riguarda il desiderio di partecipazione politica: l’82% se ne avesse l’opportunità andrebbe a votare. Si potrebbe forse chiosare: non c’è come essere privati di un diritto per sentirne la mancanza. Inoltre, il 5% è stabilmente impegnato nell’ambito politico, il 26% si dichiara impegnato in qualche forma, il 48% si tiene al corrente delle questioni politiche pur non essendo personalmente coinvolto.
L’indagine mostra poi la coesistenza e l’integrazione tra diverse forme di partecipazione. Quasi la metà degli intervistati (47%) partecipa con una certa frequenza, in modo più continuativo (21%) o in modo più saltuario (26%) a qualche tipo di gruppo o associazione. Si tratta prevalentemente di realtà di tipo culturale o legate alla difesa dei diritti umani, seguite da gruppi specificatamente dediti a temi politici. Ancora maggiore la percentuale (58%) di chi si è impegnato in esperienze di partecipazione sociale non strutturate, ossia non mediate da associazioni o altri soggetti organizzati. Il 42%, inoltre, si è dedicato a qualche forma di partecipazione transnazionale, anche se sporadica, come l’adesione a manifestazioni per la pace (ricordiamo nel 2025 le mobilitazioni pro-Pal) o l’invio di aiuti verso paesi terzi, in cui sono particolarmente coinvolti i giovani nati all’estero e presumibilmente più legati ai luoghi di origine. È consistente anche la partecipazione a forme di volontariato, in una stagione in cui questa forma d’impegno civico sembra meno attrattiva per le giovani generazioni: il 35% vi prende parte, di cui il 18% in forme continuative.
La partecipazione al volontariato viene a volte vista come alternativa all’azione politica. Nelle interviste in profondità appare invece propedeutica e sinergica con la partecipazione politica: contribuisce a sviluppare competenze, ad accrescere il capitale sociale e la credibilità personale dei giovani, ad accrescere la consapevolezza dei problemi e delle ingiustizie sottostanti. La candidatura e l’elezione nelle istituzioni locali, per il gruppo che ha scelto questa strada, rappresentano il coronamento di una carriera d’impegno sociale, aperta a nuovi traguardi. L’ingresso nella sfera politico-istituzionale è visto come un rafforzamento dell’impegno sociale, come una strada privilegiata per “avere voce” e introdurre “uno sguardo nuovo” nelle sedi delle decisioni pubbliche. I confini tra volontariato, animazione culturale, attivismo sociale, impegno politico, sono dunque spesso fluidi, attraversati, reinterpretati.
La democrazia si rinnova e guadagna vitalità allargando i confini per includere nuove componenti sociali, in precedenza escluse o marginali. Così è avvenuto per gli operai, le classi popolari, le donne. Oggi, in tempi difficili per la fiducia nelle istituzioni democratiche, l’apporto dei giovani che vengono dai margini della società, in quanto figli di popolazioni immigrate sotto-rappresentate e sotto-tutelate, potrà dare nuova linfa a un sistema democratico bisognoso di rinnovamento. Non raramente nella storia sociale il protagonismo cresce dai margini.