Green Social Work: ripensare il lavoro sociale nella crisi climatica
Angelo Buonomo | 26 Agosto 2026
La crisi climatica ci pone di fronte alla sfida radicale di ripensare il patto sociale su cui si fondano le nostre comunità. Il nesso tra crisi climatica ed effetti sociali emerge con chiarezza attraverso forme inedite di disagio e vulnerabilità, che si manifestano, ad esempio, nella cooling poverty, nella povertà energetica, nello spreco alimentare, nell’ecoansia, negli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute mentale e cognitiva, nella mobility poverty e, più in generale, nelle difficoltà di accesso alle risorse. Ripensare il lavoro sociale e di comunità nella prospettiva della giusta transizione ecologica significa mettere al centro un agire socio-ambientale non come elementi divisi che si intrecciano ma come proposta politica e valoriale capace di riconoscere, anticipare e intervenire su nuovi bisogni e desideri delle persone.
Il benessere delle persone, dunque, non può essere separato dalla salute dei territori, della qualità dell’aria, della vivibilità delle città. In questo contesto emergono nuove competenze, nuovi saperi e nuove prospettive teoriche e operative nell’ottica di quello che può essere definito come “welfare ecosociale” ovvero une welfare aperto e collaborativo, capace di mettere al centro le comunità e i territori, che si realizza attraverso in stretta connessione con l’agire ecologico. Non si tratta qui di aggiungere le questioni ambientali alla già affollata gamma di temi delle politiche sociali, rischiando ancora di andare verso un modello assistenziale capace più di classificare i problemi che risolverli, ma di operare attraverso una proposta articolata e multidisciplinare.
In questo contesto emerge quello che è stato definito come Green Social Work, o lavoro sociale ecologico, un approccio innovativo che integra la dimensione ambientale con quella sociale, riconoscendo la profonda interconnessione tra gli esseri umani e l’ambiente naturale. Mira ad aiutare individui, comunità e gruppi vulnerabili ad affrontare gli effetti del cambiamento climatico e delle crisi ecologiche, come disastri naturali, degrado ambientale e accesso diseguale alle risorse naturali promuovendo la giustizia climatica.
Anche nel lavoro sociale e di comunità, come più in generale nell’ambito dei green jobs, è possibile leggere una duplice dinamica di cambiamento: la trasformazione delle professioni esistenti e la nascita di nuove figure professionali. In questa prospettiva, i green jobs possono essere ricondotti, pur senza confini rigidi, a due grandi insiemi: da un lato, i lavori tradizionali che evolvono attraverso l’adozione di approcci, metodi e strumenti di matrice ambientale adeguati a realizzare la giusta transizione ecologica; dall’altro, le professionalità emergenti, generate direttamente dai nuovi bisogni connessi agli impatti dei cambiamenti climatici e dalle nuove opportunità aperte dalla giusta transizione ecologica. Si tratta, pertanto, di un processo in divenire, ancora non esplicito, nel quale generare un nuovo approccio sistemico capace di integrare le due dimensioni oggi segmentate, ecologia che include il sociale e viceversa. In tal senso, appare necessario un cambio di paradigma capace di inglobare le due dimensioni. Per questi motivi non è possibile definire in maniera rigida il campo dei Green Social Work che inglobano una gamma di professioni e competenze, spesso diverse tra loro. Appare più interessante muoversi in un ambito di innovazione ambientale e sociale aperto capace di comprendere la molteplicità di figure professionali, strumenti e competenze, modalità di progettazione e intervento.
Possiamo, ad esempio, proporre alcuni esempi concreti: facendo riferimento alle professioni in mutamento possiamo pensare al lavoro di un’assistente sociale impegnata in un processo di rigenerazione socio-urbana modificando approcci, strategie di intervento e modalità di supporto, valorizzando progetti di recupero di spazi e beni comuni nell’attività di presa in carico, innovando in tal senso sia la natura dell’intervento che la gamma di strumenti a sua disposizione oppure di una di una psicologa che, al di là del proprio orientamento, interviene sulle nuove ansie collegate al cambiamento climatico, suggerisce e facilita l’accesso al verde attraverso passeggiate, avvia percorsi di gruppo nella natura; allo stesso modo sorgono nuove professioni e ruoli che si muovono nell’agire sociale, figure che spesso vengono identificate come facilitatrici di comunità che presentano una gamma di competenze, saperi e strumenti concreti di intervento che vanno dalla costruzione di comunità al riconoscimento delle competenze sociali, dall’attivazione di processi educativi alla progettazione di interventi sociali, che intervengono su nuove dimensioni di vulnerabilità come stiamo vedendo negli ultimi tempi in relazione alle ondate di calore cercando soluzioni capaci di superare le disuguaglianze termiche, attivare luoghi comunitari (rifugi climatici), agevolare relazioni sociali per superare isolamento.
È proprio per esplorare le competenze, i saperi e gli strumenti di carattere socio-ambientale che Legambiente Campania ha promosso la prima Indagine conoscitiva “Green Social Work in Campania” con l’obiettivo di esplorare la diffusione del concetto di Green Social Work tra operatori e operatrici del settore sociale in Campania e raccogliere informazioni su percezioni, pratiche già in atto, fabbisogni formativi e condizioni abilitanti all’integrazione della dimensione ambientale nel lavoro sociale e di comunità. Il report è frutto di interviste a 150 persone, che operano professionalmente o in modo continuativo nel settore sociale in Campania (es. assistenti sociali, educatori/trici, psicologi/ghe, operatori/trici, progettisti/e, volontari/e con ruolo operativo), indipendentemente dal tipo di ente (pubblico, terzo settore, privato sociale).
Per quanto riguarda la conoscenza del concetto di Green Social Work, quasi la metà delle partecipanti dichiara di averne sentito parlare solo superficialmente (48,7%). Una quota pari al 26,7% afferma invece di sapere bene di cosa si tratta, mentre il 24,7% dichiara di non averne mai sentito parlare. Le partecipanti operano prevalentemente nell’ambito di attività con i minori, indicato dal 48% del campione. Seguono l’istruzione e il contrasto alla dispersione scolastica (24,7%), la povertà e l’esclusione sociale (24,0%), l’immigrazione e l’integrazione culturale (21,3%) e l’ambiente e la sostenibilità sociale (20,7%). Rilevante è anche la presenza di esperienze nei settori della salute mentale e delle comunità locali e dello sviluppo territoriale, entrambi pari al 17,3%, nonché della disabilità (16%).
Rispetto alla percezione del legame tra problematiche ambientali e vulnerabilità sociale, la quota più consistente delle partecipanti ritiene che tale aggravamento si verifichi a volte (32,7%) o spesso (30,7%). Un ulteriore 18,7% afferma che ciò avviene sempre, mentre il 13,3% ritiene che accada raramente. Nel complesso, il dato evidenzia una diffusa consapevolezza del fatto che le criticità ambientali possono incidere negativamente sulle condizioni sociali delle persone. La grande maggioranza delle partecipanti ritiene che le problematiche ambientali aggravino situazioni di vulnerabilità sociale: il 51,3% afferma che ciò avviene spesso e il 28,7% sempre. Più contenuta è la quota di chi ritiene che ciò accada solo a volte (18,7%). Tra i temi ambientali che emergono più frequentemente nel contesto lavorativo delle partecipanti prevalgono l’accesso a spazi verdi (58,7%) e il consumo e spreco di risorse (55,3%), seguiti dai cambiamenti climatici in generale (40,7%) e dalla mobilità sostenibile (35,3%). Rilevante è anche il peso della gestione dei rifiuti urbani e speciali (31,3%) e dell’inquinamento atmosferico (26,7%).
Particolarmente interessante, in una prospettiva di Green Social Work, è l’emersione di temi che mostrano in modo diretto l’intreccio tra questione ambientale e questione sociale, come le nuove povertà collegate ai cambiamenti climatici, inclusa la povertà energetica (26,0%), e l’impatto psicologico dei cambiamenti climatici (24,7%). Anche i rischi naturali, richiamati dal 22,7% delle partecipanti, confermano come la dimensione ambientale sia percepita non come sfondo astratto, ma come elemento concreto che condiziona i territori, il benessere delle persone e le condizioni di vulnerabilità sociale. La quasi totalità delle partecipanti ritiene importante integrare la dimensione ambientale nelle politiche e nelle pratiche del lavoro sociale. In particolare, il 64,7% considera questa integrazione molto importante e il 33,3% abbastanza importante, mentre solo una quota residuale del 2,0% la ritiene poco importante. Il dato evidenzia quindi un orientamento ampiamente favorevole verso un approccio al lavoro sociale capace di tenere insieme giustizia sociale e sostenibilità ambientale. Il fabbisogno formativo principale riguarda strumenti concreti: il 62% chiede strumenti per progettare interventi integrati sociali-ambientali, il 58% competenze per leggere il rapporto tra vulnerabilità sociale e problemi ambientali, il 56,7% metodi di educazione ambientale nei contesti di marginalità.
Il Report, inoltre, indaga tre ambiti di lavoro e intervento nei quali rendere esplicita la connessione tra lavoro sociale e di comunità e dimensione ecologica. L’inclusione circolare rilegge i percorsi di inclusione sociale e lavorativa in una prospettiva eco-sociale, mettendo in relazione persone, territori, ambiente e comunità così le persone in condizioni di vulnerabilità non sono più semplici destinatarie di servizi, ma protagoniste di processi che generano autonomia, legami sociali, rigenerazione ambientale e benessere collettivo. Un esempio concreto di inclusione circolare sono le numerose cooperative sociali che operano nell’ambito della manutenzione e nella tutela del verde urbano o in iniziative di inclusione socio-lavorativo attraverso progetti di economia circolare. La povertà energetica è una vulnerabilità che coinvolge reddito, qualità dell’abitare e accesso ai servizi essenziali, richiedendo il passaggio da misure emergenziali a interventi strutturali, in questo senso i green social workers può favorire il cambiamento attraverso la promozione dell’efficientamento energetico, dell’educazione ai consumi, dell’autoconsumo condiviso e Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali, coniugando autonomia, giustizia sociale e transizione ecologica. La prescrizione sociale in chiave ambientale collega i servizi sociosanitari alle risorse del territorio, orientando le persone verso attività nella natura, volontariato ambientale e cura dei beni comuni, in questo caso l’approccio del Green Social Worker dovrebbe essere quello di facilita queste reti e accompagnare percorsi capaci di promuovere benessere psicofisico, inclusione, relazioni sociali e partecipazione comunitaria.
Le esperienze territoriali mostrano che il Green Social Work non rappresenta semplicemente un nuovo settore di intervento, ma un diverso modo di leggere i bisogni e organizzare le risposte. Povertà energetica, disagio abitativo, isolamento sociale, qualità dello spazio pubblico, accesso al verde, salute e vulnerabilità climatica sono dimensioni sempre più intrecciate. Continuare ad affrontarle attraverso politiche separate rischia di produrre interventi parziali e poco orientati al cambiamento.
Per Legambiente, il primo passo consiste nell’investire sulle competenze. Operatrici e operatori sociali, educatori, amministratori e organizzazioni territoriali devono poter accedere a percorsi formativi dedicati al Green Social Work, basati non soltanto sulla trasmissione di conoscenze, ma anche sull’apprendimento nei contesti, sul confronto tra professionalità diverse e sulla sperimentazione di strumenti operativi adattabili alle comunità.
La formazione, tuttavia, non è sufficiente se resta affidata a iniziative occasionali. Occorre orientare in senso socio-ambientale le politiche regionali della formazione professionale e dell’aggiornamento. Per questo Legambiente chiede alla Regione Campania di promuovere un “Piano per il welfare climatico”, uno strumento di programmazione che colleghi politiche sociali e ambientali, individui i territori maggiormente esposti e sostenga interventi finalizzati a prevenire e ridurre le disuguaglianze climatiche.
Il Piano dovrebbe inoltre favorire la nascita di reti territoriali permanenti tra servizi pubblici, Terzo settore, professionisti, università, enti di formazione e realtà civiche. Nessun soggetto, da solo, possiede infatti tutte le competenze necessarie per rispondere a bisogni che attraversano contemporaneamente la dimensione sociale, ambientale, sanitaria ed economica.
Anche gli strumenti di finanziamento devono accompagnare questo cambiamento. Bandi e avvisi pubblici dovrebbero prevedere criteri capaci di riconoscere la qualità dell’integrazione socio-ambientale, il radicamento territoriale, la partecipazione delle comunità e la possibilità di dare continuità agli interventi. Le pratiche già esistenti devono essere individuate, documentate e messe in relazione, affinché non rimangano esperienze isolate ma diventino patrimonio condiviso e base per nuove politiche pubbliche.