L’imputabilità è del minore. La devianza è del mondo adulto
Responsabilità individuale e responsabilità sociale oltre il reato minorile
Michele Scaffidi | 31 Luglio 2026
La recente proposta di riforma dell’imputabilità minorile, approvata dal Consiglio dei ministri il 23 luglio 2026, introduce per i ragazzi che hanno compiuto quattordici anni una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere. Sul piano giuridico, il cambiamento riguarda il punto dal quale prende avvio l’accertamento: non sarà più la maturità del singolo adolescente a dover essere ordinariamente verificata, ma la sua eventuale immaturità a dover emergere da elementi capaci di mettere in dubbio la presunzione.
Questa inversione rischia di ridurre un passaggio delicato a un automatismo. Ritengo che la riforma rappresenti un arretramento non solo processuale, ma culturale: presumere la maturità indebolisce la valutazione individualizzata della giustizia minorile e concentra lo sguardo sulla responsabilità dell’adolescente, lasciando fuori campo i contesti e le responsabilità adulte. È su questa rimozione che occorre spostare lo sguardo: dove collochiamo la responsabilità quando un adolescente commette un reato?
La risposta penale non può che essere personale. Il fatto è stato commesso da quel ragazzo e a lui o a lei occorre chiedere di riconoscerlo e assumersi la responsabilità del danno. Ma se dall’imputabilità ci spostiamo alla devianza, il soggetto dell’interrogazione non può essere soltanto il minore. L’imputabilità riguarda l’autore del reato; la devianza riguarda il sistema che ha contribuito a costruire il contesto dell’azione. Per un adolescente, quel sistema ha innanzitutto il volto del mondo adulto.
Affermarlo non significa cercare altrove un colpevole né trasformare ogni reato in un effetto automatico delle condizioni sociali. Significa distinguere piani differenti, che il discorso pubblico tende invece a sovrapporre: la responsabilità giuridica per un’azione, la spiegazione sociale della sua genesi e la responsabilità educativa di chi avrebbe dovuto predisporre condizioni diverse. L’accertamento della responsabilità individuale non può diventare, impropriamente, una spiegazione completa di ciò che è accaduto.
Imputabilità e devianza rispondono a domande diverse
L’imputabilità è una categoria giuridica: stabilisce se una persona possa rispondere penalmente di un fatto perché capace di comprenderlo e determinare la propria condotta. Nel processo minorile la verifica ha un valore particolare, perché la maturità cognitiva, affettiva, relazionale e sociale non procede in modo lineare né coincide automaticamente con il compimento dei quattordici anni.
La devianza appartiene a un altro livello di analisi. Non è una qualità personale dell’autore, ma il rapporto tra un comportamento, le norme che lo definiscono, le condizioni sociali nelle quali prende forma e la reazione collettiva. La prima chiede se quel ragazzo possa rispondere della propria azione; la seconda chiede che cosa l’azione racconti del contesto che l’ha preceduta e in cui si è svolta e della società che ora la giudica.
La distinzione è importante perché il procedimento penale, per sua natura, concentra lo sguardo su un fatto circoscritto e su un autore identificabile. Il rischio nasce quando questa necessaria operazione di attribuzione diventa la lente attraverso la quale interpretiamo l’intero fenomeno: fragilità, impulsività, appartenenze problematiche o carenze educative vengono trattate come caratteristiche che spiegano il gesto dall’interno dell’individuo, mentre famiglia, scuola, servizi e opportunità disponibili restano sullo sfondo. La responsabilità personale si trasforma così, silenziosamente, in responsabilità esclusiva.
Stabilire che un adolescente era capace di intendere e di volere non ci dice perché quella condotta sia maturata nella sua storia, perché alcune alternative siano risultate impraticabili, quali segnali non siano stati riconosciuti e quale parte abbiano avuto gli adulti. L’imputabilità attribuisce il fatto; non esaurisce la comprensione del percorso. Confondere i due livelli produce una lettura semplice, ma sociologicamente povera e pedagogicamente poco utile.
L’azione nasce dentro un sistema
Una parte importante della tradizione sociologica assume l’azione individuale come punto di partenza e ricostruisce il senso che l’attore le attribuisce. È uno sguardo indispensabile, perché riconosce alla persona capacità di scelta, ma non sufficiente. Le prospettive sistemiche e strutturali spostano il punto di osservazione: l’azione non scompare, ma viene letta dentro relazioni, norme, aspettative, appartenenze e opportunità che precedono il soggetto. Il sistema non decide al posto della persona; costruisce il campo nel quale essa decide.
Dire che il sistema genera l’azione non significa immaginare che una famiglia, un quartiere fragile o un fallimento scolastico producano inevitabilmente un reato. A condizioni simili corrispondono traiettorie diverse. Significa riconoscere che le azioni non nascono nel vuoto e che le possibilità tra le quali si sceglie non sono distribuite in modo uguale. Il sistema produce vincoli, offre o sottrae alternative, rende alcune condotte più probabili e altre difficili persino da immaginare.
La sociologia della devianza ha mostrato da tempo questa relazione. Durkheim osservava che il crimine è inseparabile dal sistema di norme che stabilisce ciò che è lecito e illecito; Merton ha evidenziato la tensione prodotta da una società che propone a tutti gli stessi obiettivi, distribuendo in modo diseguale i mezzi legittimi per raggiungerli; Becker ha spostato l’attenzione sulla reazione dei gruppi sociali, che producono le norme, selezionano le trasgressioni da controllare e attribuiscono ad alcuni soggetti l’identità di devianti. Il punto comune è che la devianza non è una sostanza contenuta in alcune persone, ma un processo nel quale entrano opportunità, legami, regole, controllo e risposte istituzionali.
Questa prospettiva non elimina la libertà individuale, ma la colloca dentro le sue condizioni reali. Il fatto che due adolescenti possano reagire diversamente alla stessa esperienza, o che molti ragazzi crescano in contesti difficili senza commettere reati, non rende quei contesti irrilevanti: dimostra soltanto che l’incidenza sociale non coincide con un destino inevitabile. Tra il sistema e l’azione rimane lo spazio della soggettività, ma quello spazio è socialmente delimitato.
La devianza del mondo adulto
Per un adolescente la società non è un’entità astratta. Ha il volto degli adulti che incontra e delle istituzioni che organizzano la sua esperienza: la famiglia, la scuola, i servizi, il quartiere, i luoghi di aggregazione, i media, il sistema della salute e, quando gli altri dispositivi non sono riusciti a intervenire, la giustizia.
Dire che la devianza è del mondo adulto non significa che ogni adulto sia responsabile del reato di un minore. Significa riconoscere un’asimmetria: gli adulti definiscono regole, opportunità e istituzioni e dispongono di un potere sul contesto molto maggiore di chi sta crescendo. L’azione può appartenere interamente al ragazzo sul piano personale; le condizioni nelle quali ha preso forma non gli appartengono nella stessa misura.
La devianza adulta si manifesta innanzitutto nello scarto tra ciò che chiediamo ai ragazzi e ciò che rendiamo possibile. Domandiamo capacità di progettare il futuro dentro percorsi scolastici che non sempre trattengono chi è in difficoltà; autocontrollo dentro relazioni segnate da conflitto e discontinuità; fiducia nelle istituzioni dopo interventi frammentati; rispetto delle regole mentre il mondo adulto comunica che le regole possono essere piegate dalla forza, dal denaro o dalla posizione occupata.
È una devianza meno visibile perché non coincide necessariamente con una violazione penale. È contenuta nell’incoerenza educativa, nella delega, nella rimozione dei segnali, nella normalizzazione della violenza e in istituzioni che si attivano soltanto quando il problema diventa reato. Il gesto del ragazzo è puntuale e attribuibile; la responsabilità adulta è diffusa, diluita nel tempo e priva di un luogo nel quale essere accertata. È quindi più facile osservare la prima e assolvere la seconda.
Non tutti i reati minorili sono preceduti da marginalità o gravi carenze familiari. Anche nei contesti protetti il comportamento si costruisce dentro modelli di successo, culture della prestazione, rappresentazioni della maschilità, pratiche di consumo e modalità adulte di gestione del conflitto. Il sistema non coincide con lo svantaggio economico: anche la pressione alla riuscita, l’iperprotezione, l’assenza di limiti credibili e la sostituzione della presenza educativa con il controllo possono creare condizioni nelle quali il disagio trova espressioni distruttive.
Il punto non è individuare, accanto al minore imputabile, un adulto colpevole: sarebbe ancora una riduzione individualizzante. Occorre osservare come funzionano i sistemi educativi e sociali, quali fragilità amplificano, quali soggetti espellono e quali possibilità di rientro offrono. Una società può condannare la violenza e renderla un linguaggio ordinario nelle relazioni pubbliche; chiedere legalità e produrre diseguaglianze percepite come insuperabili; invocare responsabilità e sottrarre ai ragazzi occasioni reali nelle quali esercitarla.
La devianza del mondo adulto non è dunque una provocazione per rovesciare l’accusa. È il nome di una contraddizione: attribuiamo ai ragazzi la piena titolarità del gesto, ma fatichiamo a riconoscere la titolarità collettiva delle condizioni che abbiamo costruito. Il sistema giudica l’esito più visibile del proprio funzionamento senza includere sé stesso nell’osservazione.
Chiediamo ai ragazzi di cambiare, ma il contesto resta uguale
Questa contraddizione diventa particolarmente evidente nel lavoro dei servizi e della giustizia minorile. Quando il reato rende il problema visibile e giuridicamente trattabile, il minore può essere sottoposto a prescrizioni, collocato in comunità, chiamato a seguire percorsi educativi, psicologici o riparativi. Gli viene chiesto di riconoscere il danno, modificare i propri comportamenti, interrompere relazioni rischiose, rientrare in formazione, costruire un progetto e mostrare progressivamente di saper sostenere le responsabilità che gli vengono affidate.
Gli adulti e i contesti restano molto meno vincolati. Chiediamo al ragazzo di regolare le emozioni dentro relazioni ancora disregolate; di rispettare regole applicate in modo incoerente; di investire nella scuola dopo esperienze di esclusione; di lasciare un gruppo senza offrirgli appartenenze alternative; di costruire un progetto dentro opportunità fragili. L’intervento si concentra su chi ha manifestato il problema, non necessariamente su ciò che ha contribuito a generarlo.
Il percorso educativo rischia così di diventare una tecnologia di adattamento individuale a condizioni che non vengono messe in discussione. La capacità del minore di cambiare viene valutata dentro un sistema che può permettersi di restare uguale. Se il percorso non tiene, il fallimento viene ricondotto alla sua scarsa motivazione o immaturità; più raramente ci domandiamo se gli impegni fossero sostenibili, gli interventi coordinati e l’ambiente di rientro capace di sostenere il cambiamento.
Non si tratta di negare il valore dei percorsi individuali, ma di riconoscere le condizioni che li rendono credibili. Responsabilizzare gli adolescenti non significa lasciarli soli davanti alle conseguenze: richiede adulti presenti, istituzioni che non si limitino a prescrivere e contesti disposti a modificarsi con loro. Altrimenti il procedimento penale rischia di restituire loro, come problema individuale, ciò che il mondo adulto non ha affrontato come responsabilità collettiva.
Responsabilizzare il minore senza assolvere gli adulti
Nel discorso pubblico, richiamare le responsabilità sociali viene spesso interpretato come un tentativo di attenuare quelle individuali. È un equivoco che impoverisce sia la giustizia sia l’educazione. La responsabilità non è una quantità fissa che, se attribuita alla società, viene sottratta al ragazzo. Esistono responsabilità differenti, collocate su piani differenti, e possono essere riconosciute contemporaneamente.
Il minore risponde dell’azione che ha compiuto nella misura in cui possedeva la capacità di comprenderla e determinarla. Gli adulti rispondono della qualità dei legami, delle istituzioni e delle opportunità che hanno costruito intorno a lui. La prima responsabilità può essere accertata in un processo. La seconda non trova quasi mai un luogo altrettanto definito nel quale essere nominata, valutata e trasformata.
Proprio per questo la formula «l’imputabilità è del minore, la devianza è del mondo adulto» non propone un’assoluzione sociologica. Vuole impedire un’assoluzione adulta. Le condizioni sociali non rendono il ragazzo irresponsabile; rendono insufficiente una società che, dopo avere individualizzato il reato, individualizza anche tutte le sue spiegazioni.
Assumere questa prospettiva comporta conseguenze concrete. Ogni progetto rivolto ai ragazzi dovrebbe contenere una domanda esplicita su ciò che adulti e servizi sono disponibili a cambiare: quali relazioni sostenere, quali conflitti trattare, quali opportunità rendere accessibili. Un intervento andrebbe valutato non soltanto sull’adesione del minore, ma anche sulla capacità del sistema di costruirgli intorno condizioni più favorevoli e di riconoscere prima del reato bisogni già emersi in forme meno disturbanti per gli adulti.
Una politica capace di assumersi questa responsabilità dovrebbe spostare risorse e attenzione dal solo trattamento dell’emergenza alla cura dei contesti: sostegno alle competenze genitoriali, presenza educativa nei territori, scuole capaci di trattenere e non soltanto selezionare, servizi precoci, continuità nella salute mentale, spazi di socialità e accompagnamento alle transizioni. Non come generico catalogo di prevenzione, ma come assunzione concreta della responsabilità adulta nelle condizioni in cui si cresce.
La giustizia minorile ha costruito la propria specificità proprio sulla possibilità di tenere insieme il fatto e la storia, l’azione e il sistema, la responsabilità dell’autore e quella della comunità educante. La recente riforma riapre il confronto sull’idea di maturità che il diritto attribuisce agli adolescenti. La sociologia e la pedagogia possono aggiungere una domanda ulteriore: quanto è matura la società che li giudica?
Una comunità adulta dimostra la propria maturità non quando rinuncia a chiedere conto ai ragazzi delle loro azioni, ma quando accetta di chiedere conto anche a sé stessa delle condizioni nelle quali quelle azioni hanno preso forma. L’imputabilità giuridica riguarda il minore, ma va accertata in modo individualizzato, senza scorciatoie presuntive. La devianza, per essere compresa, deve tornare a interrogare gli adulti.