Minori che agiscono violenza: pratiche consolidate e collaborazione interprofessionale nei servizi
Uno sguardo educativo al lavoro quotidiano in tutela minori, tra progettazione, famiglia e scuola
Mattea Caccamo | 29 Aprile 2026
Ogni volta che un episodio di cronaca porta all’attenzione pubblica la violenza agita da un minore, il dibattito si accende con prevedibile intensità: si invocano norme più severe, si interrogano le famiglie, si mette sotto esame la scuola. Quello che quasi mai entra nella conversazione pubblica è il lavoro che, lontano dai riflettori, avviene ogni giorno nei servizi di tutela, nelle comunità residenziali, nelle riunioni di équipe, nei corridoi delle scuole.1
La tesi di fondo di questo contributo è semplice ma vale la pena ribadirla con chiarezza: i servizi non intervengono solo perché è accaduto qualcosa di grave e visibile. Intervengono perché nel tempo hanno sviluppato strumenti, linguaggi e pratiche capaci di riconoscere il rischio prima che esploda, di costruire relazioni prima che si rompano, di attivare reti prima che si sfilaccino. Come scriveva Piero Bertolini, i cosiddetti ragazzi difficili non sono mai incomprensibili: chiedono uno sguardo capace di cogliere il senso di ciò che fanno, anche quando quel senso è distorto o doloroso. Costruire quello sguardo non è un’operazione emergenziale: è il frutto di un lavoro educativo paziente e continuativo.
Chi sono i minori autori di comportamenti violenti
La categoria ‘minori autori di violenza’ è estremamente eterogenea e rischia, se usata senza precisione, di generare più confusione che comprensione. Vi rientrano situazioni molto diverse tra loro: ragazzi con una lunga storia di esposizione alla violenza familiare che la replicano come unico linguaggio conosciuto; adolescenti che in un momento di crisi agiscono un gesto impulsivo e isolato; giovani con quadri clinici complessi che richiedono una lettura psicopatologica attenta; gruppi che esercitano violenza in contesti aggregativi, dove la dimensione relazionale e di branco è determinante.
Nella pratica della tutela minori si incontrano spesso storie in cui la violenza agita dal ragazzo è preceduta, e in qualche modo preparata, da anni di violenza subita o assistita. Non è una giustificazione, ma è una chiave di lettura fondamentale: capire da dove viene un comportamento è il primo passo per poterlo modificare. Un ragazzo di quattordici anni che aggredisce fisicamente un compagno spesso non sta semplicemente sbagliando: sta replicando uno schema relazionale che ha visto, vissuto e interiorizzato come normale.
Questa eterogeneità ha implicazioni dirette sul lavoro dei servizi: non esiste un modello di intervento unico efficace per tutti. Ciò che accomuna le buone pratiche è invece la capacità di differenziare, di leggere il singolo caso nella sua specificità, di non ridurre il ragazzo al suo atto. È una posizione pedagogica prima ancora che tecnica: tiene insieme la responsabilità del soggetto e la comprensione del contesto in cui quella responsabilità si è formata o si è deformata.
Lavorare prima dell’emergenza: idee, progetti, pratiche consolidate
Uno degli equivoci più diffusi nel dibattito pubblico sulla violenza minorile è che i servizi intervengano semplicemente in risposta agli episodi gravi. In realtà, il lavoro più significativo avviene molto prima: nella fase in cui i segnali sono ancora deboli, le traiettorie ancora modificabili, le relazioni ancora costruibili.
Nei servizi di tutela minori, l’intercettazione precoce del rischio è parte del mandato istituzionale. Significa lavorare con bambini e ragazzi che non hanno ancora agito nulla di grave, ma che vivono in contesti di vulnerabilità, famiglie con conflitti gravi, situazioni di trascuratezza, esposizione a violenza domestica, che statisticamente aumentano la probabilità di sviluppare comportamenti problematici in adolescenza. Intervenire in quella fase è la forma di prevenzione più efficace ed economica che i sistemi di welfare abbiano a disposizione.
Questo lavoro preventivo si materializza in progetti educativi costruiti nel tempo: il sostegno alla genitorialità avviato quando il bambino è ancora nella prima fase di sviluppo e che accompagna la famiglia fino all’adolescenza; il progetto scolastico concordato con gli insegnanti fin dalla prima media, prima che le assenze diventino dispersione; il gruppo educativo in comunità che lavora sulle competenze relazionali mese dopo mese, anche nei periodi in cui non succede niente di speciale. Sono pratiche ordinarie, non eccezionali. Ed è precisamente la loro ordinarietà a renderle efficaci.
Andrea Canevaro ha scritto con grande chiarezza di come il lavoro educativo con le fragilità non sia mai un’azione episodica, ma un processo: una presenza continuativa che costruisce competenze, relazioni, possibilità. I ragazzi seguiti in tutela non hanno bisogno di interventi eroici nei momenti di crisi: hanno bisogno di adulti stabili che siano lì anche quando tutto sembra tranquillo. Nella pratica quotidiana, questo si traduce in una gestione del tempo professionale molto diversa da quella che il senso comune attribuisce ai servizi: si lavora anche nelle emergenze, ma soprattutto nei momenti ordinari, nelle piccole continuità, nelle verifiche periodiche che nessuno vede ma che tengono insieme il progetto.
La valutazione: leggere il rischio senza etichettare
Il primo momento cruciale nell’intervento con un minore a rischio o già autore di comportamenti violenti è la valutazione. Non si tratta di emettere un giudizio o di assegnare un’etichetta, ma di costruire una comprensione approfondita del ragazzo: della sua storia di vita, del contesto familiare e sociale, delle risorse che possiede, delle vulnerabilità che lo espongono. In una prospettiva riabilitativa, questo significa non fermarsi alla rilevazione del rischio, ma individuare le funzioni compromesse e le competenze ancora attivabili: la capacità di regolazione emotiva, la tenuta relazionale, le modalità di risposta al limite. La valutazione diventa così già un’operazione interprofessionale, perché orienta uno sguardo e apre a possibilità di trasformazione: lo psicologo porta la lettura del funzionamento interno, dei pattern relazionali, degli eventuali quadri clinici, l’educatore conosce il ragazzo nella quotidianità, nei momenti informali, nei contesti dove emergono risorse non visibili in un colloquio formale, l’assistente sociale ricostruisce la rete familiare e territoriale, mappando i nodi di supporto e quelli di rischio.
Il lavoro con la famiglia: risorsa, nodo del problema, o entrambe le cose?
Dall’esperienza emerge che, nei casi di minori che agiscono violenza, le famiglie sono quasi sempre presenti, anche quando sono parte del problema. Ed è proprio questa ambivalenza a rendere il lavoro familiare uno dei terreni più impegnativi e più decisivi.
Nella progettazione educativa in tutela minori, il nucleo familiare è oggetto di intervento tanto quanto il ragazzo. Spesso i genitori portano a loro volta storie di fragilità, di conflitto irrisolto, di senso di inadeguatezza rispetto al ruolo genitoriale. Il compito educativo non è giudicare, ma trovare qualcosa su cui costruire. Una madre che non sa come gestire i crolli emotivi del figlio ma che è disposta a imparare. Un padre che fatica ad esserci ma che, se supportato e non accusato, può diventare una presenza.
Capita di lavorare con famiglie in cui la violenza del ragazzo si inserisce in una storia familiare lunga e complessa: conflitti tra genitori, separazioni difficili, esposizione prolungata a violenza domestica. In questi casi il progetto educativo deve articolarsi su più livelli: il lavoro diretto con il ragazzo, il sostegno alla genitorialità, il coordinamento con gli altri servizi coinvolti. Non si tratta di interventi paralleli e separati, ma di un progetto unitario che richiede una regia chiara e una comunicazione costante tra chi se ne occupa.
Il lavoro con la scuola: un’alleanza che va costruita
La scuola è uno degli ambienti più significativi nella vita di un adolescente, e spesso è il primo contesto in cui i segnali di difficoltà diventano visibili. Assenze reiterate, comportamenti aggressivi, ritiro relazionale, scarso rendimento: sono tutti segnali che la scuola vede quotidianamente, ma che non sempre sa come leggere o a chi segnalare.
Il lavoro dell’educatore professionale con le scuole, nell’ambito della tutela minori, non si limita a trasmettere informazioni. Si tratta di costruire un’alleanza tra insegnanti, dirigenza scolastica, servizio sociale ed educativo, che permetta alla scuola di diventare parte attiva del progetto del ragazzo.
Concretamente, questo significa sedersi con gli insegnanti di riferimento e condividere alcune chiavi di lettura del comportamento del ragazzo. Un adolescente che aggredisce verbalmente un professore spesso sta replicando un pattern relazionale con l’adulto che ha già interiorizzato. Capirlo non significa giustificarlo, ma consente all’insegnante di rispondere in modo diverso, di non restare intrappolato nella dinamica di escalation.
Costruire canali di comunicazione regolari tra servizio e scuola, non solo nelle situazioni di crisi, è parte del lavoro preventivo: la rete non viene attivata quando esplode qualcosa, ma è già attiva e funzionante nei momenti ordinari. Questo permette di cogliere i segnali deboli e di intervenire in anticipo.
La collaborazione interprofessionale: molto più di una riunione di équipe
La parola interprofessionale compare spesso nei documenti programmatici e nelle linee guida. Meno spesso si riflette su cosa significhi davvero nella pratica quotidiana, e su cosa la renda difficile nonostante le buone intenzioni.
Collaborare tra professioni diverse non significa semplicemente incontrarsi periodicamente per condividere informazioni. Significa costruire un linguaggio comune, negoziare differenze di prospettiva, saper riconoscere il contributo specifico di ciascuno senza che nessuno pretenda di avere la visione totalizzante. Significa anche saper gestire i conflitti di competenza che inevitabilmente emergono quando più professioni si occupano dello stesso caso.
Nel lavoro di tutela minori con ragazzi autori di comportamenti violenti, la collaborazione si articola su più livelli. L’équipe interna, educatore, assistente sociale, psicologo, deve garantire che il progetto sia coerente e che ciascuno sappia cosa stanno facendo gli altri. Il livello interistituzionale coinvolge la comunità residenziale, la neuropsichiatria infantile, il tribunale per i minorenni, la scuola. Il livello territoriale allargato, associazioni, centri di formazione professionale, sportelli di ascolto, completa la rete e offre spesso le risorse più concrete per il reinserimento.
La figura educativa svolge in questo sistema una funzione di raccordo: traduce il linguaggio clinico per la famiglia, porta alla riunione di équipe ciò che ha osservato nell’incontro informale con il ragazzo, mantiene i fili tra istituzioni che parlano linguaggi diversi. È un lavoro di cerniera che richiede competenza relazionale, capacità di stare nell’ambiguità e una buona chiarezza sul proprio ruolo.
Un aspetto spesso sottovalutato è il tempo che richiede costruire una vera collaborazione interprofessionale. Non si improvvisa: si consolida attraverso la condivisione di casi nel tempo, la discussione degli errori, la costruzione di fiducia reciproca tra professionisti. Le équipe che funzionano meglio non sono quelle in cui tutti vanno d’accordo: sono quelle in cui è possibile dissentire senza che il progetto si rompa.
Il quadro giuridico come cornice: opportunità e tensioni
Il sistema della giustizia minorile italiano ha trovato nel DPR 448/1988 una svolta significativa. Su questo impianto si fonda un principio che è al tempo stesso una scelta di civiltà e una sfida operativa: la risposta penale al minore deve essere pensata non solo come sanzione, ma come occasione di recupero e di reinserimento.
Per i professionisti dei servizi, questo quadro normativo è al tempo stesso una risorsa e un vincolo. Una risorsa perché offre strumenti concreti per costruire percorsi individualizzati e per coinvolgere il minore in un progetto che ha senso anche oltre la dimensione sanzionatoria. Un vincolo perché impone tempi, procedure e documentazioni che non sempre si accordano con i ritmi del lavoro clinico ed educativo. La sfida che i servizi affrontano è utilizzare il mandato istituzionale come leva senza lasciarsene ingabbiare.
Il d.lgs. 121/2018, che ha riformato l’esecuzione penale minorile, ha ulteriormente consolidato l’orientamento verso misure extracarcerarie e percorsi di comunità, riconoscendo esplicitamente il ruolo dei servizi educativi e sociali nell’attuazione del progetto individualizzato. Questo ha aperto spazi nuovi di collaborazione tra giustizia minorile e servizi territoriali, spazi che tuttavia richiedono investimento, formazione e una governance chiara per essere effettivamente utilizzati.
Conclusioni: fare bene nell’ordinario
Il lavoro con i minori autori di comportamenti violenti non è, nella maggior parte dei casi, un lavoro di emergenza. È un lavoro ordinario che richiede competenza tecnica, ma anche tolleranza delle frustrazioni, capacità di stare nell’incertezza, resistenza alla tentazione di soluzioni rapide.
Ciò che questo contributo ha cercato di mostrare è che questo lavoro esiste, ha una sua solidità, si basa su pratiche consolidate che meritano di essere riconosciute e valorizzate. Non perché tutto funziona bene – le disomogeneità territoriali, le carenze di organico, i deficit formativi sono problemi reali e urgenti – ma perché partire da ciò che già si fa, e farlo bene, è il modo più onesto e più produttivo di avanzare.
La violenza dei minori non è un problema nuovo, e non sparirà con l’indignazione collettiva né con interventi esclusivamente normativi. Si affronta con la pazienza del lavoro quotidiano, con la competenza di professionisti che sanno collaborare, con la disponibilità a incontrare davvero — non solo a gestire — i ragazzi che si trovano di fronte. È un lavoro silenzioso, quasi invisibile. Ma è quello che funziona.