Il caso di Ceuta e quello ucraino
Le questioni legate alle migrazioni internazionali hanno campeggiato nelle cronache estive. Due su tutte: la crisi di Ceuta e in subordine le mosse dei governi dell’Europa centro-settentrionale per rimandare i cosiddetti “dublinanti” verso i paesi europei di primo ingresso, e segnatamente in Italia.
L’improvviso attraversamento del confine marittimo dell’exclave spagnola sul suolo africano a fine luglio da parte di una folta popolazione di giovani marocchini e di altri paesi africani (si stima, oltre 70.000), ha suscitato molta risonanza in Europa. È parso a molti l’immagine plastica di un’invasione alle porte. Qualcosa di simile si era già verificato al confine tra Polonia, Repubbliche Baltiche e Bielorussia: qualche migliaio di persone, tra 7.000 e 10.000, provenienti dall’Iraq o da altri teatri di guerra mediorientali (Siria, Yemen, Afganistan), etichettate come “minaccia ibrida” sono stati respinte brutalmente, lasciando sul terreno un numero imprecisato di vittime, con il sostanziale consenso di Bruxelles, mentre venivano accolti con encomiabile generosità i profughi ucraini.
Eppure quattro anni fa, al momento dell’invasione dell’Ucraina, sono entrati in poche settimane sul territorio dell’UE tra i quattro e i cinque milioni di profughi ucraini, senza nessun permesso. Sono stati accolti a braccia aperte. Nei loro confronti è stata attivata per la prima volta una norma comunitaria vecchia di vent’anni, relativa a una “protezione temporanea”, tuttora in corso dopo quattro anni, che non richiede neppure la presentazione di una domanda di asilo, consente l’accesso a tutti i servizi pubblici, autorizza la partecipazione all’occupazione legale. L’accettazione, persino nel caso di profughi di guerre e persecuzioni, dipende da parametri come l’origine, il colore della pelle, il genere, la confessione religiosa.
Attraversamenti dei confini e richieste d’asilo
Gli attraversamenti non autorizzati delle frontiere da parte di stranieri indesiderati è, agli occhi dell’opinione pubblica, l’immagine più vistosa e inquietante dell’immigrazione, identificata con individui per varie ragioni considerati pericolosi, culturalmente alieni, portatori di malattie, profittatori dei sistemi di welfare. Occorre però distinguere più accuratamente ingressi irregolari e soggiorni irregolari. Sembrano due fenomeni collegati, persino sovrapposti, ma in realtà questo si verifica soltanto in una minoranza dei casi.
I tentativi di ingressi spontanei, da parte di persone che non dispongono dei documenti idonei a ottenere la possibilità di un accesso legale, sono intercettati e monitorati da Frontex, divenuta nel volgere di pochi anni la più grande e costosa agenzia dell’UE, con un bilancio passato da 6,3 milioni di euro nel 2005 a 1,9 miliardi nel 2025. Secondo Frontex, al netto della crisi di Ceuta, nei primi sette mesi del 2026 si sono verificati 49.000 tentativi di attraversamento dei confini dell’UE, per mare o per terra, con un calo del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli accordi con i paesi di transito, dalla Mauritania alla Turchia, passando per Tunisia e Libia, e il loro ingaggio come guardie di frontiera esterne, è la ragione principale del calo.
C’è però un altro dato, che mette in questione la narrativa degli ingressi irregolari come violazione dei confini e minaccia per la sicurezza. Se riescono a toccare terra sul territorio dell’UE, anziché essere respinti con le modalità ormai tristemente note, i migranti di solito presentano una domanda di asilo. Entrano a far parte di quella ben più ampia popolazione che, arrivata in vari modi, fa appello alle autorità per chiedere protezione contro i rischi rappresentati da guerre, conflitti etnici, abusi, persecuzioni. Nel 2025 il numero di domande di asilo presentate nei paesi UE+ è diminuito per il secondo anno consecutivo attestandosi a 822.000: un numero ben più consistente di quello degli arrivi spontanei. Si tratta comunque di un calo pari a un quinto rispetto al 2024, riflettendo le maggiori barriere all’accesso al territorio dell’Unione. La Germania è rimasta il principale paese di destinazione (163.000 domande), sebbene a un livello nettamente inferiore rispetto al 2024 (in calo di quasi un terzo), seguita dalla Francia (152 000), dalla Spagna (143 000). Soltanto al quarto posto compare l’Italia (134.000), smentendo l’idea del nostro paese come “campo profughi d’Europa” (fonte: EUAA, European Union Agency for Asylum).
I richiedenti asilo, quale che sia la modalità del loro ingresso, vengono provvisoriamente tutelati da un sistema di accoglienza: non sono irregolari, tanto che almeno in teoria possono accedere a educazione, sanità, mercato del lavoro (in Italia per l’esattezza a due mesi dalla domanda). Alla fine del percorso di esame della loro domanda, che può durare anche anni, più della metà di loro nell’UE hanno ottenuto negli ultimi anni un qualche tipo di protezione legale in prima istanza. Nell’UE nel 2024 il 51,4% delle domande sono state per l’appunto accolte in prima istanza (fonte: Eurostat). Altri si aggiungono in seguito, grazie ad appelli, revisioni e altre ragioni, per esempio avendo formato una famiglia nel paese di accoglienza. Soltanto se la loro domanda viene respinta, a quel punto diventano irregolari. L’infrazione dell’ingresso non autorizzato dunque si stempera, e può dare diritto prima a un’accoglienza temporanea, poi per la maggior parte a un soggiorno pienamente legale.
Il soggiorno irregolare: un fenomeno di altra origine e natura
Quello del soggiorno irregolare è invece uno scenario molto diverso. Proprio il caso spagnolo lo dimostra. La sanatoria della scorsa primavera ha prodotto alla scadenza, a fine giugno, quasi 1.200.000 domande, il triplo del previsto. La grande maggioranza dei richiedenti proviene dall’America Latina. Difficile credere che siano arrivati passando da Ceuta o violando qualche altro confine. Il punto è che l’immigrazione irregolare è un fenomeno variegato e proteiforme. Ricorre a vari percorsi d’ingresso, che in realtà sono perlopiù regolari. Nella fattispecie, soprattutto soggiorni turistici: la Spagna come l’Italia e in generale l’UE non richiede il visto ai cittadini di circa cinquanta paesi del mondo per soggiorni turistici di durata inferiore ai novanta giorni. Tra questi, tutti i paesi dei Balcani, Albania compresa, e molti paesi dell’America Latina, tra cui Argentina, Brasile, Venezuela. Ne consegue che chi è dotato del passaporto giusto, possiede le risorse per acquistare un biglietto aereo e riesce a simulare un soggiorno turistico, può eventualmente fermarsi sul territorio. Quando lascia scadere i termini della sua autorizzazione al soggiorno, di solito i tre mesi dei turisti, diventa irregolare. Spesso parenti già insediati, compaesani e amici lo ospitano, lo aiutano a orientarsi e non di rado lo sfruttano. Se ha trovato lavoro in qualche settore dell’economia sommersa, a un certo momento può uscire allo scoperto e chiedere di regolarizzarsi. In Spagna, già prima e parallelamente alla sanatoria, vige un dispositivo legale che consente, a determinate condizioni, la regolarizzazione dei soggiornanti dopo due anni, l’arraigo. La sanatoria ha sostanzialmente accelerato il processo di emersione. A quel punto, il soggiornante irregolare diventa esplicitamente una risorsa per l’economia e per il bilancio statale: si riconosce il suo contributo agli eccellenti risultati del PIL spagnolo, al finanziamento dell’erario pubblico grazie ai prelievi fiscali e contributivi sul suo reddito da lavoro, e magari più in sordina al contenimento delle attività illegali.
In Italia i meccanismi sono più complessi e travagliati, ma sostanzialmente analoghi: governi diversi hanno promulgato otto sanatorie tra il 1986 e il 2020, con un picco sotto i governi Berlusconi del primo decennio di questo secolo, costituendo nei fatti il pilastro delle politiche migratorie italiane. Hanno infatti consentito l’accesso allo status legale per la maggior parte degli immigrati adulti oggi residenti in Italia. Alle sanatorie si aggiungono i decreti-flussi, largamente utilizzati per regolarizzare lavoratori già in realtà arrivati in Italia e occupati informalmente.
Il discrimine del passaporto
Il discrimine tra i soggiornanti irregolari sanati e gli sfortunati trasgressori del confine di Ceuta è il passaporto di cui sono dotati: per i primi, seppure tra difficoltà e peripezie, è la porta d’accesso all’agognato Occidente. Per i secondi è una barriera, che solo una rischiosa traversata, purtroppo anche esiziale, può far sperare di superare. In genere comunque vanamente, perché nei loro confronti le misure di respingimento sono molto più efficienti.
I governi spagnoli, tolleranti verso i residenti irregolari economicamente utili, sono invece inflessibili sul fronte Sud e nel trattamento dei profughi africani: su quel versante hanno attivato accordi con i paesi di origine e di transito, dal Marocco alla Mauritania, per frenare gli ingressi. Neanche il governo progressista spagnolo riesce a sottrarsi all’egemonia culturale del fronte sovranista, a sua volta coinvolto in una corsa al rilancio tra vecchi e nuovi attori che cercano spazio esaltando misure sempre più dure: lo slogan della remigrazione ne è il simbolo. L’impressione è che Madrid sia indotta a rivendicare una posizione intransigente verso gli ingressi spontanei dalla sua frontiera meridionale e dal mare, per poter mantenere l’agibilità politica necessaria a regolarizzare gli ex-turisti latinoamericani, divenuti lavoratori ben accetti per il sistema economico.
La strategia ha però un prezzo, già pagato dall’UE su altri confini: la collaborazione con i governi dei paesi di transito, macchiati da molte pecche sul versante della tutela dei diritti umani e delle libertà democratiche, comporta l’esposizione ai loro ricatti. Nel caso di specie, a quanto sembra il passaggio del confine di Ceuta è stato agevolato dalla distrazione delle guardie di frontiera marocchine, solitamente inflessibili, come era già accaduto nel 2021. Dietro all’improvviso abbassamento della vigilanza i commentatori hanno visto una reazione di Rabat all’avvicinamento della Spagna nei confronti dell’Algeria, che sostiene le rivendicazioni indipendentiste del Fronte Polisario nel Sahara Occidentale ex spagnolo. Le voci al riguardo s’inseguono e si contraddicono all’interno dello stesso governo spagnolo, ma colpisce il fatto che Sanchez, al rientro dalle vacanze estive, si sia affrettato a scagionare il governo marocchino, a dispetto delle informazioni che più o meno in contemporanea filtravano dagli apparati di scurezza.
Le reazioni: la sospensione degli accordi di Schengen, la rimozione dei dublinanti, la scarsa empatia verso le vittime
Un altro capitolo della vicenda riguarda la reazione italiana, con la sospensione degli accordi di Schengen nei confronti dei visitatori provenienti dalla Spagna, che ha provocato una reazione speculare da parte spagnola. I due governi si sono rinfacciati i dati relativi al numero d’ingressi irregolari negli ultimi anni, assunti come dimostrazione della porosità delle frontiere e dell’efficienza dei controlli. Hanno in tal modo replicato la stessa confusione tra ingresso e soggiorno irregolare già analizzata in precedenza. Con l’aggravante, a carico di un governo progressista come quello spagnolo, di assecondare la narrativa della nocività degli ingressi spontanei, compresi quelli (prevalenti) delle persone in cerca di asilo. Ciò che veramente conta per l’ordine sociale e le politiche pubbliche è il soggiorno: la permanenza sul territorio di persone non autorizzate, in una condizione che le spinge a rendersi invisibili agli occhi delle autorità.
Le persone in cerca di asilo, inoltre, cercano spesso (anche se non sappiamo esattamente in che misura) di trasferirsi in un paese interno dell’UE, facendo sì che gli sbarchi in Italia o gli ingressi dalla rotta balcanica si siano tradotti solo in parte in un aumento dell’immigrazione sul territorio.
Sono le “seconde migrazioni” che hanno innescato un altro capitolo delle tensioni estive sulle migrazioni. Il nuovo Patto su Immigrazione e Asilo ha infatti rafforzato le disposizioni della convenzione di Dublino, rendendo più rapido ed efficiente, almeno sulla carta, il reinvio dei richiedenti asilo nei paesi di primo ingresso. I trasferimenti sono stati 18.000 nel 2025, come nel 2024, 70.000 le domanda accolte (Fonte: EUAA). È un aspetto del Patto rimasto sotto silenzio in Italia, ma molto enfatizzato dai nostri partner, che a loro volta si trovano a fronteggiare l’ostilità di buona parte dell’opinione pubblica sulla materia, nonché la marea montante della destra sovranista. Di qui le iniziative di diversi governi per costringere l’Italia a dare attuazione all’accordo, su cui il governo Meloni sta cercando di resistere aggrappandosi a cavilli e forzature interpretative. Di fatto, quel Patto che aveva lo scopo di ridurre gli ingressi e le richieste d’asilo, e secondo il governo era stato largamente ispirato da Roma, rischia di tradursi in un aumento delle domande di protezione di cui le nostre istituzioni dovranno farsi carico. Alla base permane una visione negativa dei rifugiati, come fossero residui tossici di cui nessuno vuole farsi carico e che tutti cercano di buttare sul territorio del vicino. Si sta arrivando a esiti assurdi, rimandando indietro persone che hanno familiari e parenti nei paesi che hanno scelto di raggiungere, che hanno cominciato a imparare la lingua o hanno trovato lavoro. Più in generale, se i rifugiati hanno il diritto di ricominciare una nuova vita, andrebbero lasciati liberi di scegliere dove insediarsi e ripartire.
Un pensiero infine va alla scarsa empatia nei confronti delle vittime della crisi di Ceuta: oltre cento morti, ma il numero esatto ancora non si conosce. Molti commenti hanno dato voce alla paura dell’invasione, ai flussi incontrollati, alla città sotto assedio, pochi hanno dato spazio ai costi umani del sogno di una vita migliore, rappresentato dall’accesso a questo lembo extraterritoriale del suolo europeo. Ci sono video che riportano gli attacchi degli abitanti locali alle tende dei migranti e le violenze nei loro confronti, mostrando consenso per queste azioni, giustificate come legittime reazioni di autodifesa. I commenti di Trump, Musk e della galassia sovranista transoceanica hanno enfatizzato queste posizioni, disumanizzando i migranti. Non più persone, ma minacce. Da qui a un incremento della violenza sui confini il passo potrebbe essere breve.