Il “welfare emozionale” e la frammentazione dei problemi collettivi


Remo Siza | 28 Settembre 2026

La definizione di un programma o di un intervento di welfare è un processo decisionale che prevede che le istituzioni valutino la consistenza di un problema collettivo, la sua rilevanza e urgenza, le percezioni della comunità in cui opera. In base a questi fattori, principalmente, sono assunte decisioni relative alle risorse economiche da impegnare e ai compiti dei soggetti pubblici e privati. Le istituzioni perseguano di norma una logica tendenzialmente razionale, nella consapevolezza comunque che la razionalità di tutti i soggetti decisionali è inevitabilmente limitata dal tempo a disposizione, dalle conoscenze e informazioni disponibili, dalla presenza di altri soggetti decisionali con i quali è necessario coordinarsi.

Le scelte adottate:

  • hanno l’obiettivo di affrontare una criticità emergente, una condizione di disagio o di conflitto, producendo cambiamenti oggettivi e trasformazioni concrete nella vita delle persone;
  • allo stesso tempo, producono emozioni, speranze, entusiasmo, ma anche paure, emozioni che possono favorire o ostacolare l’implementazione degli interventi previsti.

Tutte le decisioni hanno una dimensione razionale e una dimensione emozionale.

Ma qualcosa è cambiato in questi ultimi anni. Nelle decisioni pubbliche, sempre più frequentemente, emerge una netta scissione tra l’aspetto emozionale e il cambiamento concreto che un determinato provvedimento produce nella vita delle persone; stanno diventando sempre più rari gli interventi che producono emozioni, attese e speranze commisurate ai risultati concreti raggiunti.

La logica emozionale (produrre emozioni) prevale nelle intenzioni di chi decide e nella percezione di una larga parte della popolazione; la logica emozionale mette in ombra ogni osservazione sulla razionalità e sull’efficacia reale di molte decisioni pubbliche (produrre risultati significativi per un target individuato). Mi riferisco principalmente a molti provvedimenti assunti in questi anni a livello nazionale:

  • diffuse politiche e interventi che non sono commisurati alla consistenza reale di un problema e che ragionevolmente non produrranno risultati significativi (le risorse stanziate non sono commisurate al numero dei potenziali beneficiari). Per esempio, la Carta dedicata a te (500 euro una tantum per 1.177.000 famiglie), fondo per il contrasto alla povertà alimentare a scuola, agli infiniti Bonus Elettrodomestici, Bonus Libri e Spese Scolastiche, Fondo Dote per la famiglia …);
  • oppure politiche e interventi che distribuiscono risorse scarse e piccoli benefici fra un numero molto ampio di persone, senza produrre, inevitabilmente, cambiamenti e risultati significativi.

In molti di questi interventi di welfare, la logica è sostanzialmente emozionale, ciò che conta è comunicare un’attenzione alle preoccupazioni delle persone. Il cambiamento in realtà è troppo spesso molto limitato sebbene sia costantemente enfatizzato.

Questa scissione tra emozioni e cambiamenti concreti è oramai poco visibile perché molte società contemporanee sono cambiate radicalmente. La modernità non ha creato un mondo privo di emozioni dominato dalla razionalità, ma una società “duale”, dove razionalità e aspetti culturali e percezioni soggettive confliggono: i problemi economici e i problemi strutturali possono diventare invisibili oppure possono essere percepiti come problemi culturali, soggettivi, riguardano gli individui e i loro comportamenti, le scelte morali, i loro valori (Reckwitz, 2020). Come ci ricorda Eva Illouz (2024) nelle istituzioni chiave della modernità (sistema politico, mercato dei consumi, grandi imprese) le emozioni hanno assunto un nuovo significato. Sono diventate il fondamento della realtà, il che le rende assai più esplosive. Speranza, delusione, invidia, risentimento, rabbia, paura, ansia, vergogna, nostalgia, gelosia e amore sono tutti elementi radicati nelle istituzioni della vita sociale. Esse sono politicamente efficaci, psicologicamente rilevanti, moralmente significative. Questa trasformazione contribuisce a rendere instabile, e persino esplosivo, il presente in cui viviamo. La nostra epoca è caratterizzata dal fatto che le emozioni sono sempre più alla base di molte delle nostre decisioni e plasmano le nostre relazioni.

Le emozioni stanno diventando il fondamento della realtà delineando una trasformazione di una parte significativa del welfare italiano verso un “welfare emozionale” che comprende una pluralità di interventi frammentari che non inducono trasformazioni reali e producono invece significative reazioni emotive. Nel loro insieme, questi interventi polarizzano il dibattito culturale e rendono invisibile l’immobilità di tanti problemi sociali.

La logica emozionale porta ad una frammentazione dei grandi bisogni collettivi del Novecento e dei primi anni del nuovo Millennio (la povertà, la crisi della famiglia, la questione giovanile) per affrontare con interventi rapidi, e che impegnano ben poche risorse, le questioni che monopolizzano il dibattito pubblico e le criticità emergenti. I problemi sono semplificati e sono affrontati uno alla volta (la crescita dei costi di alcuni beni alimentari e dei trasporti, il costo degli affitti per i genitori separati, la violenza di gruppi di minori). I meccanismi che possono indurre un cambiamento sono sempre gli stessi (l’incremento della sanzione, il controllo, l’individuazione dei colpevoli). L’impatto emotivo è spesso molto alto sebbene i benefici annunciati ed erogati siano spesso troppo limitati per modificare le condizioni dei beneficiari.

Nel dibattito pubblico, si sottolinea l’esigenza di affrontare la povertà energetica, la povertà sanitaria, la povertà legata ai trasporti. Tuttavia, il termine “povertà” è spesso usato in modo improprio; non identifica un gruppo distinto o una condizione di grave deprivazione economica. Anzi, le povertà più severe perdono rilevanza e priorità; tali condizioni diventano una parte minoritaria di un ampio strato sociale potenzialmente beneficiario delle prestazioni (un numero molto ampio di famiglie individuato da una soglia ISEE generosa e poco selettiva), colpite di volta in volta da cambiamenti contingenti, mai intesi in termini strutturali: l’aumento dei costi di trasporto, dei generi alimentari o dall’insicurezza energetica, causati da ben noti eventi e crisi (guerra in Iran, Ucraina). In realtà, la povertà è spesso una condizione multidimensionale, caratterizzata da molteplici forme di deprivazione intrecciate tra loro; quando tale condizione è frammentata in singole privazioni, la differenza nel diritto di accesso alle prestazioni tra chi è povero e chi vive in una condizione di ristrettezza economica contingente diventa meno evidente.

I crescenti rischi economici e sociali non vengono contrastati da interventi strutturali su salari, sulla qualità del lavoro, sulla scuola, sul sistema sanitario e pensionistico. Gli interventi di welfare volti a combattere le gravi povertà non sono potenziati; l’attuale crisi economica potrebbe, al contrario, richiederne una significativa riduzione o l’introduzione di condizioni di accesso più stringenti. Il sostegno per le bollette energetiche o per i trasporti è previsto solo per un periodo ben definito e solo per questa crisi contingente, dimenticando che i rischi attuali in larga parte costituiscono un problema strutturale.

In un “società emozionale”, le reazioni emotive sono il fondamente della realtà, ciò che conta è il presente, le emozioni prodotte da alcuni eventi di vita quotidiana. Le criticità persistenti sono percepite come irrisolvibili e diventano troppo complesse quando si cerca di affrontarle con le poche strategie di cambiamento che si conoscono e si ritengono efficaci.