Marilena Dellavalle, figura di spicco nella comunità del servizio sociale, è mancata il 6 maggio di quest’anno. Vogliamo ricordarla con affetto, nell’area tematica di welforum.it che lei stessa aveva curato.
Come quando piove forte su una strada di montagna, e massi e terra cominciano a rotolare dalle pareti di roccia, e la pioggia copre ogni rumore, e l’asfalto trema, e le crepe si allargano, e bisogna frenare di colpo, prima che la strada scivoli via, tra fango e detriti.
Il vuoto; ciò che c’era un attimo prima non c’è più, spazzato via. Ed è quello che è successo, dentro l’ingenuità tipicamente umana sull’avvenire: domani farò, e poi l’anno prossimo, perché il passato è un grande armadio, dove appoggiare cose da usare o buttare via. Ed il futuro è mettere ordine nell’armadio, lasciare soltanto gli oggetti più belli, ed alleggerire. Era tutto molto preciso e definito: la casa nuova, il trasloco, le passeggiate in riva al fiume, le cene con gli amici, i romanzi, i viaggi.
La scrivania piccola perpendicolare alla libreria trasparente. Il letto azzurro contro la parete blu.
Tutto preparato, ordinato pulito preciso, e semplice, così puro da trasformarsi in un sogno irraggiungibile. Il futuro sembrava ancora reale, dopo le prime cure, i farmaci, le parole dei medici, le attenzioni, le tisane. Era solo un po’ più in là, il futuro semplice, che avrebbe raccolto tutti i fili e le trame, avrebbe concesso tempo, e gioia.
Negli ultimi mesi di questo 2026, l’anno in cui Marilena Dellavalle ci ha lasciato, proviamo a trovare le parole per ricordarla. Difficile farlo prima, lo stato d’animo sconvolto e i tristi pensieri ricorrenti finora non ce lo hanno permesso. Di Marilena è bello ricordare la passione per dare e ricevere saperi. Insegnare, studiare, diffondere conoscenza; ma anche confrontarsi con chi condivide con te interessi, sensibilità, punti di vista, ricchezza culturale.
Il 30 marzo 2025, alle 3 e 16 del mattino hai spedito a Cristiana l’ultima versione di “Il servizio sociale tra disciplina e professione. Storia, competenze ed etica”, prima di inviarlo all’editore. Il titolo allora era “Conoscere il servizio sociale”. L’ultimo ricordo di quel confronto continuo su ciò che leggevi, elaboravi e scrivevi, di quell’attenzione al parere altrui che hai sempre avuto. Avevamo questo privilegio, leggere i tuoi manoscritti, e commentarli. Ci leggevi e ci orientavi quando eravamo noi a scrivere. Ti ricordi l’insight cognitivo, l’illuminazione che spiegava, magari dopo anni, la maestosità di un concetto, il senso di una frase, sino a quel momento compresa solo a metà? Una sensazione meravigliosa, e ci piaceva, e ne andavamo fieri. Poi ci stupivamo anche delle tante letture e delle trappole della memoria: questo libro è tutto sottolineato, pensa te, l’ho letto davvero; e tu “ho visto in libreria questo testo, ho pensato che mi interessava, l’ho comprato e poi ho visto che ce l’avevo a casa”. Quanto ridevi quando ti rappresentavo la Perlman come una signora robusta, dal grande petto, materna e morbida, perché in Dal Pra Ponticelli (1985, p. 58-9) l’assistente sociale è così descritta: “Il caldo interesse espresso e dimostrato dall’assistente sociale, il suo desiderio e la sua abilità di aiutare, il suo atteggiamento di sostegno e simpatia, la sua capacità di rispondere e la sua perizia forniscono alla persona in difficoltà una specie di isola sicura[…]il cliente può cominciare a sentirsi sicuro e forte abbastanza per fronteggiare il suo problema e lottare con esso. Ma il nutrimento del rapporto non è tutto. È necessario che le totali capacità e potenzialità del cliente stesso siano utilizzate e che egli sia pienamente impegnato nello sforzo di risolvere il suo conflitto o la sua situazione problematica […]”. Caldo interesse, nutrimento, orientamento, accettazione incondizionata, competenza: fattori che definiscono qualcuno di cui ti puoi fidare, dal sorriso accattivante, dallo sguardo gentile.
Il servizio sociale è una disciplina e una professione complicata, quasi una materia oscura. Le definizioni spiegano, i manuali elencano percorsi e passaggi, ma prepararsi per accompagnare persone ad essere un po’ meno sofferenti, un po’ più libere, a pensarsi nel futuro, è un compito difficile – qualcuno direbbe: impossibile – ed è altrettanto contorto il legame originario tra servizio sociale e politiche sociali, che tracciano confini, negano o esplicitano diritti, abbandonano o proteggono. E occorre, ancora, modellare l’empatia, la comprensione profonda, la giusta distanza, fare esperienza del buio dell’esistenza umana, delle crudeltà del destino; vivere la propria vita insieme alle vite degli altri, coloro che non ci hanno scelto, ma devono, per forza, interagire con l’assistente sociale. Rispettandoli.
Hai usato la tua intelligenza, le tue notti, i tuoi giorni, per rendere trasparente, ed accessibile, questa materia oscura; e darle solidità, perché ciò che è oscuro non necessariamente è indifferenziato, confuso, contraddittorio: il pensiero del servizio sociale si è costruito attraverso il tempo – la storia -, le argomentazioni teoriche, il confronto con altre discipline, le evidenze della ricerca. Questo pensiero Qpuò essere spiegato, trasmesso, insegnato.
Abbiamo parlato a lungo, in questi anni, di tutto questo: il rispetto che dovrebbe essere reciproco, l’attenzione ai gesti che possono umiliare, lo snobismo di chi ancora immagina che il servizio sociale sia un mestiere che necessita di un po’ di addestramento, e non di un percorso universitario, delle carenze della comunità professionale, dei vecchi che non interessano a nessuno, degli studenti, e dei gerundi scelti a caso, come pezzi d’arredo in un salotto, belli, che però stonano con il resto dei mobili, di come fare lezione, dei programmi, dei libri che leggevamo. Del passaggio dai libri di carta agli e-book: uccidono la tradizione, ma sono così comodi. I saggi però no, quelli si devono sottolineare, mettere i post it, scrivere le note a margine, con la matita.
Poco si può scegliere, lungo la strada della vita; a volte questo poco è sufficiente, a volte no. Con molto impegno, e determinazione, e rinunce, si possono raggiungere dei traguardi e dare spazio alle proprie ambizioni. Ma su ogni cosa, vigila il Fato: il Fato ineluttabile che sceglie vittime a caso. A maggio 2026, il Fato ha scelto te. Senza nessuna spiegazione, nessun chiarimento possibile, nessun perché.
A pochi mesi dal futuro immaginato.
“Il servizio sociale tra disciplina e professione” è arrivato durante il primo ricovero. L’uscita di un libro è gioia, fiducia, speranza. Un viaggio giunto al termine, una meta. Una promessa. Un passo avanti nel futuro. Anche se viene consegnato nell’orario di visita in un reparto di oncologia. Il 9 marzo hai scritto sul tuo profilo facebook “ricevere una diagnosi di tumore polmonare metastatizzato è sicuramente un evento spiazzante, soprattutto se si parte da una condizione di apparente salute e se il motivo dell’avvio degli accertamenti ha riguardato un dolore articolare. Ho sperimentato quanto e come la possibilità di reagire costruttivamente sia fortemente influenzata dall’esperienza di ricovero: incontrare personale – medico, infermieristico, assistenziale – competente, accogliente, e rispettoso fa una differenza determinante. Per questo scrivo questo post: per esprimere gratitudine e riconoscenza a tutto il personale del Reparto di Oncologia 1 dell’Ospedale Molinette diretto dal prof. Di Maio e del COES (Centro Oncologico Ematologico Subalpino)”.
Tante cose, dentro questo post, ma alcuni aspetti ci colpiscono più di altri: la relazione tra il personale sanitario ed il paziente, la competenza professionale, la delicatezza con cui viene narrata la devastazione (evento spiazzante), l’attesa della cura (il che è un altro modo per dire che si ha fiducia nella scienza, nella medicina che fa progressi, nella ricerca che avanza). Crediamo nella scienza? Sì, ci dicevamo, nella piccola stanza del reparto. Abbiamo creduto nella scienza tutta la vita, nell’expertise dei professionisti, ci siamo turbate per la progressiva delegittimazione del giudizio degli esperti, a favore del senso comune, dell’opinione, del parere del dopo partita, quando tutti diventano allenatori.
Hai scritto molto, ed i tuoi libri restano “un libro è un prodotto diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi”1. Perché scrivere consente di transitare in una altra dimensione, dove l’autore si trasforma, è sempre lui, con le sue piccolezze e le sue idiosincrasie, ma è contemporaneamente un’altra persona, che ha scelto, scientemente, di allontanarsi dalla concretezza delle cose, dalla pesantezza dei giorni, sfidando la pagina bianca, per elaborare pensieri ed immagini, per se stesso, ma anche per gli altri.
Hai trasmesso tanto, lo hai fatto nella realtà della “tua” università e del “tuo” territorio, ma avendo al tempo stesso lo sguardo su tutto il panorama nazionale, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. Ricordiamo, fra i tanti impegni, quello con l’Aidoss (l’associazione dei docenti di servizio sociale, diventata poi Sociss), col quale hai promosso numerose le occasioni di incontro che ti hanno vista sempre protagonista. Occasioni nelle quali si mescolavano accenti diversi, di tutte le regioni d’Italia, che ascoltiamo ancora e ci evocano uno scambio virtuoso, anche vivace, ma sempre costruttivo. Ricordiamo la prima CIRSS (Conferenza italiana per la ricerca di servizio sociale) che con l’Aidoss avevi voluto nella tua università, a Torino, un appuntamento che da allora, a cadenza biennale, ci permette di ritrovarci insieme come comunità di saperi, accademici e professionali. Ricordiamo anche la passione per la storia, il tempo passato che costruisce il presente, e che conserva insegnamenti che non devono andare perduti.
Dunque, il senso profondo della trasmissione della conoscenza, per costruire e consolidare l’identità di una disciplina – in una posizione non facile nell’accademia italiana – e di una professione – in una posizione di grande responsabilità nel nostro sistema di welfare – chiamata ad operare nei continui mutamenti della società. Questa era la finalità ultima, questo era l’orizzonte da conseguire. Non consola rileggere i testi, sfogliarli, sottolinearli; ciononostante, le parole consegnate alla stampa sono immortali; di questo dobbiamo essere fieri e consapevoli, come amici, come colleghi, come membri della stessa comunità professionale.