Lontani dalla realtà. Se pianificare diventa un adempimento


Sergio Pasquinelli | 12 Ottobre 2026

Come stanno cambiando i bisogni della popolazione più fragile? Come servizi e interventi vi rispondono? Con quali risorse e quali limiti? Semplici domande sempre più lontane dai piani (nazionali) predisposti nel campo del welfare sociale.

L’ultimo in ordine di tempo è il Piano nazionale per gli anziani non autosufficienti 2025-2027, approvato all’inizio di ottobre e ampiamente analizzato da Cristiano Gori qui. Esso offre una ricostruzione accurata delle principali innovazioni normative introdotte negli ultimi anni nel settore dell’assistenza agli anziani. Illustra inoltre gli obiettivi, i nuovi strumenti previsti e gli adempimenti richiesti ai diversi livelli istituzionali dalle nuove leggi, dagli atti, dai regolamenti e dai decreti. Questa attenzione alle norme non è però accompagnata da un analogo interesse per la loro attuazione. Il documento non utilizza dati sullo stato dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, né presenta un’analisi dell’impiego delle risorse del Fondo per la non autosufficienza nel ciclo precedente, nonostante la disponibilità di informazioni ampie e consolidate. Restano così esclusi aspetti cruciali quali la copertura dei servizi, le differenze territoriali, i beneficiari raggiunti, le prestazioni erogate e i risultati conseguiti. In altre parole, il Piano non si confronta con la realtà dell’assistenza agli anziani nel nostro Paese né con i risultati delle politiche realizzate.

In assenza di una solida base dati, il Piano finisce per appoggiarsi quasi esclusivamente alle indicazioni contenute nei provvedimenti normativi. Ne risulta un documento accurato nella ricostruzione legislativa, ma assai meno sviluppato nella definizione degli obiettivi da raggiungere, degli standard di copertura e dei risultati attesi.

Così, la distanza tra il dichiarato e l’effettivo diventa assente, non considerata, non conoscibile. Analoga cosa avviene nel “Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024-2026”, il quale non fa menzione dei piani che lo hanno preceduto. Eppure, com’è intuibile, i molti temi trattati ne avrebbero di ragioni per essere valutati in chiave evolutiva: quali obiettivi sono stati raggiunti? Quali invece no, o in parte? Perché? Viene presentata una grande quantità di azioni, linee di intervento, livelli essenziali – per carità – tutti condivisibili, ma senza un comprensibile ordine di priorità, e senza evidenze su quanto sia davvero realizzabile, concretamente realizzabile. Piano che va in continuità rispetto a quelli precedenti, senza marcare una progressione ma riproponendosi come atto che si aggiunge uno dopo l’altro. Il Piano povertà, che fa parte del Piano sociale, riprende i dati di monitoraggio del Reddito di cittadinanza prima, e ora dell’Assegno di inclusione (grazie alla piattaforma GePI). Ma senza una valutazione puntuale degli effetti prodotti, e dei processi attraverso i quali questi sono stati raggiunti, ci si affida al buonsenso, all’idea che più si fa meglio è. Considerare di più e meglio quanto è successo, che cosa è servito e cosa no, aiuterebbe a rendere ogni piano più attendibile.

Terzo caso, il “Terzo Piano d’azione per i diritti delle persone con disabilità” pubblicato la scorsa primavera. Come negli altri, lo spazio dedicato ai piani che l’hanno preceduto è pressoché nullo. Esso si articola in sette linee di intervento, a loro volta distinte in numerose linee di azione (sui Progetti di vita se ne contano 16). Tra gli ambiti trattati troviamo l’inclusione lavorativa e il collocamento mirato, un tema con una lunga storia alle spalle: possibile che quanto raggiunto finora, le molte criticità ancora presenti, i ritardi, e le conseguenti azioni necessarie, venga ricondotto a poche righe? Sul sostegno all’abitare, alla vita indipendente e alla domiciliarità, il piano è sibillino sulla strada percorsa finora. Salvo poi, su questi stessi temi, stabilire degli “indicatori di risultato”, un’espressione per cui ci si aspetterebbe di leggere le ricadute previste per il cittadino, qualcosa di tangibile. Invece l’indicatore (uno solo) rinvia ad altri piani, ad altri atti, lontani da quello che può essere verificabile, non diciamo esigibile, dal semplice cittadino.

Perché la realtà viene considerata così poco dentro documenti inclini all’autoreferenzialità? Ridurre i piani ad atti formali che trattano poco, a volte per nulla, l’evolversi della realtà semplifica lo sforzo del decisore pubblico, allontanandolo dal rischio del confronto. Ne riduce, tuttavia, anche la credibilità, finendo per servire perlopiù a ripartire i fondi stanziati. Piani poco determinati dalle dinamiche evolutive in atto sono anche il sintomo di un livello nazionale autonomo, che vive di buonsenso anziché di ascolto e di evidenze, con una postura che tende al top-down nei confronti di regioni e territori, destinatari di indicazioni e priorità. Con il risultato di direzioni poco condivise e obiettivi poco ingaggianti.

Considerare di più e meglio quanto è successo, che cosa serve di più e cosa meno, aiuterebbe a rendere ogni piano più credibile, e più utile. Più realistico e concreto nei traguardi da raggiungere, più incentivante nei processi da seguire. L’auspicio è che un simile approccio venga seguito nell’applicazione delle molte linee guida pubblicate nell’ultimo anno: sulle forme di gestione associata, sulla cartella sociale informatizzata, sulla formazione delle assistenti familiari, sulle equipe multiprofessionali (Agenas), sul cohousing, nonché sui progetti di vita con il corposo manuale curato da Gianfranco de Robertis. Rimane aperto il punto interrogativo su quanto, e come, queste diverse linee di indirizzo saranno verificate, non per un monitoraggio fine a se stesso, ma per farle diventare campi di apprendimento condiviso.