Il fatto è stato ripreso da diversi quotidiani locali e nazionali: a Milano un’associazione organizza un pranzo natalizio per senzatetto in Galleria Vittorio Emanuele, i vigili comminano una contravvenzione per occupazione di suolo pubblico non autorizzata.

La circostanza si presta a più letture.

La prima tentazione è quella di interpretare l’accaduto con le categorie mertoniane del ritualismo: il rispetto (ostinato e ottuso, aggiunta mia e non di Merton) dei mezzi – in questo caso le norme – perdendo l’orizzonte dei fini e quindi dello spirito per cui le norme sono state scritte; e questo scollamento viene subito avvertito dal senso comune che, prima ancora di interrogarsi sul fatto che la contravvenzione risponda o meno a qualche codice, ne avverte l’insensatezza, prova un sentimento di ribellione per come la scelta dei vigili contrasti con quelle che riteniamo essere le finalità ultime dell’amministrazione, cui attribuiamo il compito inalienabile di solidarietà nei confronti dei cittadini più deboli. E quando si avverte la non corrispondenza rispetto alle finalità, anche una giustificazione dell’operato basata sulla correttezza formale non frena il discredito sull’istituzione ritualistica.

Ma in realtà la chiave di lettura più stimolante è forse un’altra: la contraddizione tra l’apprezzamento culturale e politico per le dimensioni della solidarietà e della prossimità e la soffocante proliferazione normativa: una proliferazione che, mossa dalle migliori intenzioni di garanzia di una qualche istanza superiore – la sicurezza, l’ordine, il decoro, la tutela dei partecipanti o di terzi – risulta alla fine invadente oltre ogni limite; e, malgrado ogni politico rivendichi nel proprio programma la necessità di semplificare le norme, esse crescono in complessità senza sosta e inarrestabili.

Personalmente mi è capitato di contribuire ad organizzare, nell’ambito della Biennale della Prossimità – manifestazione giunta alla V edizione, prevista nell’ottobre 2024 a Napoli www.biennaleprossimita.it – delle cene di strada e ho ben presente che agire la prossimità oggi richiede di porsi in uno scivoloso terreno ai confini delle normative, tale per cui, pur con tutte le attenzioni, l’iniziativa è fattibile solo se la legge si gira per una sera dall’altra parte – sempre che, si intende, qualcosa non vada storto e ben sapendo che in quel caso la legge ti aggredirebbe senza remora.

Gli esempi sarebbero infiniti: possiamo auspicare il coinvolgimento delle famiglie nelle attività organizzate da una scuola materna, ma non sia mai che un genitore porti una torta a scuola per una festività comandata, il dirigente del servizio inizierebbe a sudare freddo.

Oppure ricordo una storia letta tempo fa, sembrava uscita dalla penna di Oscar Wilde: un anziano signore americano che aveva invitato i ragazzi del quartiere ad utilizzare la piscina nel proprio giardino per trovare refrigerio dalla calura estiva e si proclamava felice e rallegrato – come il gigante egoista dopo la sua redenzione – della nuova vitalità che pervadeva quel luogo prima un po’ desolato e solitario. Non conosco le leggi del suo Stato, quello che è certo è che in Italia sarebbe stato senza dubbio immediatamente multato per una sequenza infinita di violazioni; se poi un ragazzino si fosse sbucciato un ginocchio correndo intorno alla piscina sarebbe sicuramente finito sotto processo con una pluralità di capi di imputazione.

E cosa accadrebbe se mai un cittadino mettesse un volantino negli androni del suo palazzo invitando i vicini a vedere insieme un film in cortile proiettandolo su un muro della casa e portando ciascuno qualcosa da mangiare? Dopo la seconda o terza volta piomberebbero senza dubbio autorità varie a reprimere l’iniziativa.

Il paradosso è che tutte queste azioni sono punite dalle norme ma incoraggiate dalle politiche, che le considerano senza dubbio – a ragione! – pratiche positive di prossimità, necessarie a costruire quel bene intangibile e prezioso che è il capitale sociale comunitario. Non escludo che diverse amministrazioni sostengano, con patrocini e magari con contributi, azioni che i vigili del comune stesso tendono a sanzionare per una serie di violazioni di ordine diverso.

Come se ne esce?

La risposta del burocrate ritualista non può essere che una: chi vuole fare prossimità si metta in regola e assuma figure professionali, chieda permessi, preveda procedure, sicurezze, autorizzazioni, disclaimer, ecc. secondo quanto la legge prevede.

La risposta è, evidentemente, una chiara manifestazione di burocrazia difensiva ed è insensata.

Il problema sta alla base: nel fatto che si chieda – facendo l’esempio della condivisione di una torta – alla mamma del bambino della scuola materna o al vicino di casa di rispettare le norme tipiche di un’impresa di catering; o a chi condivide un proprio bene – il proprio giardino, la piscina, una sala – di adeguarsi a norme pensate per chi pratica queste attività in forma professionale.

Questo perché, purtroppo, malgrado l’enfasi politica sulla prossimità e sulla comunità, tale dimensione non è riconosciuta a livello normativo, che non è in grado di catalogare queste forme di spontaneità organizzata, mettendo la burocrazia al bivio tra chiudere un occhio e considerare l’attività alla stregua di una conduzione professionale.

La prossimità, al contrario, è una risorsa preziosa per le nostre comunità che in molti casi non si configura come attività professionale e anche in questi casi è un bene unico e pregiato che non può e non deve – pena l’annichilimento – essere appesantito da autorizzazioni e burocrazia. La prossimità è un common che ha il suo spazio di azione in un contesto più ampio di quello interno alle mura domestiche, ma che deve poter conservare, anche quando si dà forme minime di strutturazione, tutte le caratteristiche di informalità tipiche delle relazioni personali e familiari e non essere sottomessa alle previsioni pensate per attività economiche e imprenditoriali (a meno che non lo diventi effettivamente, un’attività imprenditoriale). In sostanza, continuando con l’esempio del cibo, la torta per la festa a scuola o per la cena di strada si prepara e si offre senza nessuna regola particolare, come quando si fa a casa per il proprio figlio e il suo compagno di scuola che è venuto a trovarlo. E se si condivide la piscina chi ci va deve prestare attenzione come quando fa un bagno su una spiaggia priva di bagnino.

Ma – vi è chi obietta – cosa succede se poi qualcuno si fa male? La risposta deve essere – non può che essere, se vogliamo sviluppare la prossimità – che la prossima volta starà più attento.