Il contributo dell’intervento educativo tra mandato giuridico e progettazione educativa


Mattea Caccamo | 10 Febbraio 2026

La tutela minori rappresenta un ambito di intervento ad alta complessità, in cui il lavoro educativo si colloca all’incrocio tra mandato giuridico, processi relazionali e responsabilità istituzionali. In questo contesto l’educatore professionale è chiamato a operare non solo in funzione di protezione e contenimento del rischio, ma anche come promotore di percorsi intenzionali di sviluppo, capaci di sostenere i minori e le famiglie nella costruzione di significati, competenze e possibilità evolutive. 

A partire da questa cornice, il contributo approfondisce il ruolo dell’intervento educativo nei contesti di tutela attraverso l’analisi di situazioni di lavoro tratte dall’esperienza professionale, riferite a differenti tipologie di intervento educativo, con l’obiettivo di rendere visibili i processi di progettazione, valutazione e integrazione multidisciplinare.

Il processo di valutazione ex ante nell’intervento educativo

Nel lavoro educativo con minori e famiglie, la valutazione si configura come un processo articolato nel tempo, che accompagna l’intervento nelle sua diverse fasi. È possibile distinguere tre tempi valutativi tra loro connessi e fortemente integrati a tutto il processo di progettazione: la valutazione ex ante, la valutazione in itinere e la valutazione ex post. Qui di seguito verrà illustrato un caso esclusivamente sulla valutazione ex ante, intesa come fase iniziale della presa in carico educativa e finalizzata alla conoscenza della situazione, all’individuazione dei bisogni e alla costruzione delle ipotesi progettuali.

Questa cornice teorica trova una sua concreta applicazione nel caso qui considerato. L’accesso ai servizi avviene a seguito di un episodio di violenza domestica con violenza assistita, che coinvolge direttamente i figli: l’AG (Autorità Giudiziaria) dispone un percorso di incontri protetti padre/figli dopo molto tempo di lontananza.  Fin dai primi contatti, la valutazione educativa ex ante viene impostata come parte integrante dell’intervento e si sviluppa attraverso accessi domiciliari, colloqui individuali e momenti di osservazione partecipata, finalizzata alla conoscenza del contesto di vita dei minori e delle dinamiche relazionali del nucleo.

In questa fase, la valutazione si estende simultaneamente a più livelli: ai minori, in relazione ai loro vissuti emotivi e alle modalità di espressione del disagio; ai genitori, incontrati separatamente, rispetto alla consapevolezza dell’impatto delle proprie condotte e alla capacità di assumere responsabilità relazionali. L’utilizzo di griglie di osservazione, strumenti grafico-espressivi e scale visive di rilevazione emotiva consente di rendere osservabili e pensabili anche quegli aspetti che faticano a trovare una verbalizzazione diretta.

Un passaggio operativo centrale della valutazione ex ante è stato il colloquio educativo con i minori, progettato come setting protetto in cui favorire l’espressione, la regolazione e la pensabilità dell’esperienza degli incontri protetti. Questa scelta ha permesso, da un lato, di offrire al fratello maggiore uno spazio per formulare domande e significati (“perché è successo?”, “che cosa cambierà ora?”), dall’altro, di consentire al più piccolo un canale espressivo più corporeo e concreto, riducendo la pressione della verbalizzazione e sostenendo l’emergere di emozioni confuse tra paura, rabbia e desiderio di rivedere il padre.

Accanto al colloquio, un secondo passaggio decisivo è stato rappresentato dalla scelta educativa di impostare la fase valutativa-ex ante come primo livello di intervento educativo-riabilitativo, e non come adempimento funzionale all’avvio degli incontri protetti. In questa situazione, la tentazione “procedurale” potrebbe essere quella di passare rapidamente alla calendarizzazione degli incontri protetti, limitandosi a verificare la disponibilità dei minori. La scelta, invece, è stata quella di rallentare intenzionalmente il processo per costruire condizioni di sicurezza emotiva e di prevedibilità, riconoscendo che il desiderio di vedere il padre può coesistere con stati di allerta, paura o rabbia. Operativamente, ciò ha significato: definire un setting chiaro (chi vede chi, dove, per quanto tempo, con quali regole), esplicitare ai minori che non era richiesto “scegliere” tra i genitori, e mettere al centro l’idea che l’incontro protetto non deve dimostrare qualcosa al sistema, ma deve essere sostenibile per loro.

Questa scelta educativa ha avuto due effetti valutativi concreti. Primo: ha permesso di trasformare la valutazione in un processo di significato e non di semplice raccolta dati, facendo emergere bisogni specifici (ad esempio: bisogno di capire l’accaduto senza essere caricati di responsabilità, bisogno di sentirsi autorizzati a provare emozioni contraddittorie, bisogno di sapere che l’adulto garantisce i confini). Secondo: ha orientato la progettazione degli incontri protetti in termini di gradualità e monitoraggio, individuando indicatori osservabili da tenere sotto attenzione (soglia di attivazione emotiva, qualità del contatto, segnali di evitamento o compiacenza, richieste di conferma, domande ricorrenti). In questo modo la valutazione ex ante diventa il criterio che guida l’azione educativa, mantenendo una valenza riabilitativa: recuperare funzioni di regolazione emotiva, ricostruire un senso di sicurezza e rendere l’esperienza dell’incontro un evento pensabile e sostenibile.

Oltre la riduzione del rischio: l’orientamento allo sviluppo nei percorsi educativi di tutela

Nei percorsi di tutela, l’intervento educativo non si limita alla riduzione del rischio, ma si orienta allo sviluppo di competenze, responsabilità e possibilità evolutive, anche in presenza di vincoli giuridici stringenti.

La situazione qui descritta, rappresentata da un nucleo familiare, madre, padre e un figlio di undici anni, descrive l’intervento educativo in ambito di tutela minori impostato in una prospettiva orientata allo sviluppo e non esclusivamente alla riduzione del rischio, pur collocandosi all’interno di un contesto di vulnerabilità e di mandato di tutela.

La segnalazione ai servizi avviene a seguito di una prolungata conflittualità genitoriale, caratterizzata da comunicazioni disfunzionali, delegittimazioni reciproche e difficoltà nella gestione condivisa delle responsabilità educative. Il minore manifesta segnali di disagio emotivo: ritiro sociale, iper-responsabilizzazione, difficoltà scolastiche e frequenti somatizzazioni.

L’intervento educativo prende avvio con una fase di valutazione ex ante, finalizzata non solo a rilevare i fattori di rischio, ma a comprendere il funzionamento relazionale del nucleo e le risorse evolutive presenti. Attraverso colloqui educativi con i genitori e con il minore, accessi domiciliari e osservazione partecipata, l’educatore professionale rileva come il figlio abbia assunto nel tempo una funzione di mediazione tra gli adulti, rinunciando progressivamente a spazi di espressione personale e di gioco. Parallelamente emergono, nei genitori, competenze educative frammentate ma potenzialmente riattivabili, in particolare sul piano della cura quotidiana e della disponibilità al confronto.

In una logica meramente orientata alla riduzione del rischio, l’intervento avrebbe potuto concentrarsi sull’abbassamento della conflittualità e sulla protezione del minore da dinamiche disfunzionali. La scelta educativa è stata invece quella di orientare la progettualità allo sviluppo, lavorando sulla riattribuzione dei ruoli, sulla responsabilizzazione genitoriale e sul recupero di spazi evolutivi per il minore.

Con il minore, l’intervento educativo si è focalizzato sulla costruzione di uno spazio relazionale in cui poter esprimere bisogni, desideri e vissuti emotivi senza il timore di dover proteggere gli adulti. Attraverso attività narrative, strumenti grafico-espressivi e momenti di dialogo strutturato, il minore è stato accompagnato a riconoscere i propri confini, a distinguere le responsabilità adulte dalle proprie e a riattivare competenze di esplorazione, gioco e progettualità personale.

Parallelamente, il lavoro con i genitori si è definito attraverso colloqui educativi, non soltanto limitati alla gestione del conflitto, ma al fine di una riflessione condivisa sul ruolo genitoriale, sulle aspettative nei confronti del figlio e sull’impatto delle dinamiche relazionali sul suo sviluppo. In questo senso, la valutazione in itinere ha consentito di monitorare non solo la riduzione degli indicatori di rischio, ma anche l’emergere di nuove competenze comunicative, di maggiore cooperazione educativa e di una più chiara assunzione di responsabilità adulta.

L’orientamento allo sviluppo si è espresso anche nella definizione degli obiettivi educativi, che non sono stati formulati esclusivamente in termini di assenza di comportamenti problematici, ma come potenziamento di competenze: capacità del minore di esprimere il proprio punto di vista, rafforzamento dell’autostima, recupero di spazi di autonomia; capacità dei genitori di riconoscere il figlio come soggetto in crescita e non come elemento di regolazione del conflitto.

Questa situazione evidenzia come, anche in assenza di eventi acuti o di rischio immediato, la progettualità educativa in tutela minori possa e debba orientarsi allo sviluppo. La tutela, in questa prospettiva, non si esaurisce nel contenimento, ma diventa la condizione per promuovere crescita, competenze e possibilità future, riconoscendo i soggetti coinvolti come portatori di potenzialità evolutive e non solo di fragilità.

Integrazione del profilo professionale nel lavoro di équipe multidisciplinare

In ambito di tutela minori, la dimensione riflessiva, la capacità di mediazione e il lavoro di integrazione all’interno dell’équipe multidisciplinare, rappresentano elementi centrali del processo di presa in carico. Il caso, qui descritto, consente di rendere visibile come il contributo dell’educatore professionale si collochi in una posizione di raccordo tra istanze educative, sociali, sanitarie e giuridiche.

Il nucleo familiare è composto da una madre e un padre separati, e due figli minori. L’intervento dei servizi è attivato a seguito di una segnalazione scolastica per difficoltà comportamentali del figlio maggiore, caratterizzate da oppositività, calo del rendimento e frequenti episodi di conflitto con i pari. La situazione è già in carico ai servizi sociali territoriali e prevede il coinvolgimento di più figure professionali: assistente sociale, educatore professionale, psicologo del consultorio familiare, insegnanti e, in una fase successiva, un neuropsichiatra infantile per una valutazione specialistica.

Fin dalle prime fasi, emerge come le letture della situazione risultino frammentate: la scuola interpreta il disagio prevalentemente in termini comportamentali, il consultorio pone l’attenzione sulla conflittualità genitoriale e sull’impatto della separazione, mentre i genitori tendono ad attribuire le difficoltà del figlio a fattori esterni o a dinamiche reciproche di colpa. In questo contesto, il ruolo dell’educatore professionale si configura come funzione di mediazione e integrazione, finalizzata a ricomporre una visione condivisa e orientata al benessere del minore.

La fase di valutazione ex ante viene condotta dall’educatore professionale attraverso colloqui con i genitori, osservazioni del minore in contesti diversi (domicilio, scuola, spazi informali) e momenti di confronto con le altre figure professionali coinvolte. Parallelamente, l’educatore professionale promuove spazi di riflessione in équipe, favorendo la condivisione delle osservazioni e la messa in dialogo dei diversi saperi professionali. Questo lavoro consente di spostare progressivamente l’attenzione dal comportamento-problema alla funzione che esso assume nel sistema familiare e relazionale, oltre che a evidenziare come i comportamenti oppositivi del minore siano espressione di un disagio legato alla mancanza di confini chiari e alla difficoltà degli adulti di riferimento nel mantenere una posizione genitoriale coerente dopo la separazione.

Al termine di una prima fase di intervento, la valutazione ex post viene condotta come momento di rilettura integrata del percorso. L’équipe multiprofessionale, insieme alla famiglia, riflette sui cambiamenti osservati, sull’efficacia delle azioni intraprese e sugli elementi che hanno facilitato o ostacolato il raggiungimento degli obiettivi, facilitando il dialogo tra professionisti e sostenendo una visione condivisa dell’intervento, orientata alla tutela, allo sviluppo e alla coerenza del percorso educativo.

Implicazioni e nuovi orizzonti per i servizi sociali territoriali

Nei servizi sociali territoriali che operano in ambito di tutela minori, l’integrazione del contributo educativo rappresenta una leva strategica che va oltre il semplice rafforzamento dell’organico o l’ampliamento dell’offerta di interventi. Riconoscere e valorizzare il profilo dell’educatore professionale significa introdurre funzioni capaci di leggere, tenere e orientare la complessità dei percorsi di presa in carico, in dialogo costante con il mandato giuridico e con i processi relazionali che attraversano le situazioni famigliari. In contesti caratterizzati da elevata complessità e da vincoli normativi stringenti, l’educatore professionale si colloca come figura di integrazione tra diversi livelli dell’intervento, contribuendo alla costruzione del senso dell’agire professionale e alla tenuta dei percorsi nel tempo. In questa prospettiva, progettazione e valutazione educativa, intesi come processi e non come meri adempimenti, possono diventare dispositivi di connessione tra le diverse istanze che attraversano la tutela, rendendo più leggibili e condivisibili gli obiettivi dell’intervento per i servizi, per l’équipe multiprofessionale e per i destinatari, favorendo pratiche più coerenti, intenzionali e adattive, capaci di accompagnare l’evoluzione delle situazioni senza cristallizzarle.