Lampedusa e la costruzione di un’emergenza

Dati, politiche, soluzioni alternative


Maurizio Ambrosini | 2 Ottobre 2023

Il governo ha emanato a fine settembre il terzo decreto-sicurezza sull’immigrazione nell’arco di pochi mesi. Dopo aver suscitato l’idea che profughi dall’Africa in cerca di asilo sia un’emergenza nazionale, e avendo smantellato il sistema di accoglienza, ora si trova in chiaro affanno nel dimostrare di saper mettere sotto controllo la situazione. D’altronde, secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti pubblicato su Repubblica, il 45% degli italiani, dopo un periodo di relativa calma, è tornato a vedere nell’immigrazione una seria minaccia per la sicurezza. Si nota una corrispondenza tra l’enfasi del discorso politico su flussi d’ingresso dipinti come eccezionali e destabilizzanti e la diffusione dell’allarme nell’opinione pubblica. Con la specificazione però che ora i protagonisti della politica della chiusura sono al governo, e i loro programmi di contrasto degli ingressi dal mare sono (finora) clamorosamente falliti.

I numeri dell’immigrazione e dell’accoglienza

Bisogna però guardare oltre questo evidente dato per decostruire la narrazione inalberata dal governo e largamente diffusa nei media e nell’opinione pubblica. Il totale degli sbarchi ha superato quota 130.000 a fine settembre. Molti di più degli scorsi anni, a riprova che non era colpa delle ONG o dei governi precedenti se i profughi prendevano la via del mare, ma di fattori ben più profondi e drammatici. Nel 2022 però abbiamo accolto in pochi mesi circa 170.000 rifugiati ucraini, di cui 140-150.000 sono ancora in Italia, e nessuno ne parla, giustamente, come di una catastrofe. Nei primi mesi del 2023 nell’area Schengen sono state presentate circa 500.000 domande di asilo, di cui forse il 20% in Italia,  ma si continua a ripetere che il nostro paese è il campo profughi d’Europa.

Potrà stupire qualcuno, ma i numeri dell’immigrazione sono stazionari in Italia da una dozzina d’anni, intorno ai 5,3 milioni di residenti regolari, più 4-500.000 soggiornanti irregolari stimati. I flussi in ingresso non si sono mai ripresi dalla crisi economica del 2008. In più, la maggior parte dei residenti sono donne, quasi la metà sono europei, e la religione nettamente prevalente è quella cristiana nella varie denominazioni, con gli ortodossi in testa. Rifugiati e richiedenti asilo arrivavano a fine 2022 a quota 340.000, compreso un 40% di profughi ucraini. Oggi saranno forse 400.000 o poco più: meno di un decimo del totale. Sempre con una robusta componente ucraina. L’UE, nel complesso accoglieva a fine 2021 meno del 10% dei rifugiati del mondo (Eurostat), prima dell’arrivo di oltre quattro milioni di profughi ucraini nel 2022. Con questa apertura, inciderà ora per il 12-13%, ma non di più.

Gli sbarchi dal mare sono un fatto molto visibile e drammatico, ma non sono una novità. Si verificano da una trentina d’anni, con alti e bassi, tanto è vero che già negli anni ’90 Lampedusa ricevette la medaglia d’oro al valor civile per il suo impegno nell’accoglienza. Tra il 2015 e il 2017 gli arrivi dal mare sono stati più o meno in linea con quelli attuali, superando i 150.000 all’anno. Inoltre, altri paesi ospitano molti più rifugiati dell’Italia, compresi quelli che transitano attraverso il nostro paese. Nel 2022, l’Italia ha ricevuto 77.000 domande di asilo su 965.000 in tutta l’UE, circa l’8%, la Germania più di 200.000, la Francia e la Spagna oltre 100.000. L’attuale polemica contro la Germania (un giornale filo-governativo ha titolato in prima pagina, a grandi caratteri: “Germania scafista”) ha poco senso, alla luce di questi dati.

Tre decreti anti-migranti, tre politiche migratorie

Un altro approfondimento riguarda le politiche governative. Nei fatti, come conferma l’affastellamento di decreti, circolari e altre disposizioni, il governo si trova a gestire tre diverse politiche migratorie, poco coordinate fra loro. La prima riguarda l’accoglienza di 450.000 lavoratori in tre anni, sancita dall’ultima versione del decreto-flussi su pressione delle organizzazioni imprenditoriali. Se si pensa che i lavoratori stagionali nel giro di qualche anno si stabilizzeranno, poi arriveranno i ricongiungimenti familiari, si può prevedere che nell’arco di dieci-dodici anni potremmo ospitare qualcosa come 1,5 milioni d’immigrati in più sul territorio nazionale. Scelta paradossale, per forze politiche che hanno cavalcato il tema della sostituzione etnica e quello della difesa dell’omogeneità della nazione.

La seconda politica riguarda l’accoglienza dei rifugiati ucraini: più numerosi degli sbarcati dal mare, ma accolti con generosità, fra persistenti difficoltà burocratiche, ma senza l’ombra, fortunatamente, di polemiche politiche. Come se non fossero immigrati, e neppure rifugiati.

La terza, l’unica di cui si parla, riguarda gli arrivi spontanei dalla sponda Sud del Mediterraneo: drammatizzati dal governo, e  a cascata dai media e dall’opinione pubblica. Qui occorre ribadire: non c’è nessuna emergenza, c’è l’incapacità o la scarsa volontà di gestire un fenomeno che si ripete con alti e bassi da una trentina d’anni.

Veniamo quindi alle misure governative. Alcune riguardano il (presunto) rafforzamento dei rimpatri degli immigrati colpiti da espulsione e trattenuti per poterli identificare e rimandare indietro. Poco di nuovo su questo versante: il prolungamento a 18 mesi è un cavallo di ritorno salviniano, ma già all’epoca aveva dato pochi risultati. Il tasso di espulsione di quanti sono trattenuti in quelle strutture disumane che sono i CPR, privi dei servizi di cui dispongono o dovrebbero disporre le carceri, non è mai andato oltre il 50%. I numeri oscillano tra i 2.000 e i 3.000 all’anno:  un’inezia, senza contare il fatto che si tratta di porte girevoli. Gli immigrati rimpatriati non scompaiono nel nulla, ma  perlopiù tendono a rientrare nel paese dove si erano precariamente insediati. E’ vero che i posti nei CPR sono pochi, meno di 2000, ma i rimpatri falliscono (e riguardano in buona parte un solo paese, la Tunisia) per una somma di motivi, dai costi alla mancanza di accordi con i paesi di origine. Soprattutto, la misura c’entra poco con l’obiettivo di contenere gli arrivi, come ha ricordato lo stesso ministro Piantedosi: si vuole probabilmente agitare lo spauracchio dei CPR nella speranza di esercitare un effetto di deterrenza, ma si tratta di una scommessa contro la storia.

Ritorna poi il capitolo sempreverde del contrasto delle partenze, su cui insiste la premier italiana trovando la sponda di Ursula von der Layen. Qui colpisce il cinismo: sbloccare i fondi per la Tunisia, rendere operativi gli accordi con l’autocrate Saïed, basati su un protocollo secretato, addirittura attribuire alla Tunisia la qualifica di paese sicuro, pur di ridurre il numero degli arrivi. Il tutto senza nessun riferimento alla tutela dei diritti umani e alla sorte dei profughi rimandati o costretti a rimanere in Tunisia, compresi quelli deportati nel deserto ai confini con la Libia.

È stato ventilato inoltre il ricorso alla Marina militare per pattugliare il mare, senza avere ancora spiegato la forma e la portata dell’intervento. I casi qui sono due: o si tratta di una forma di blocco navale, o quanto meno di una misura in cui si prevede di rimandare indietro i fragili natanti dei profughi esponendoli a rischi esiziali,  oppure siamo al cospetto di una riedizione dell’operazione Sophia: una missione navale che aveva obiettivi di sorveglianza dello spazio marittimo e di intercettazione delle barche, ma che non mancava di trarre in salvo le persone in pericolo. Quell’operazione venne abrogata dal primo governo Conte, su spinta determinante del vice-premier Salvini. Ora a quanto pare il governo sovranista ci ha ripensato, pur di comunicare il messaggio di saper governare i flussi.

Il successivo decreto governativo di fine settembre, il terzo del 2023, ma forse neppure l’ultimo, ha preso di mira i minori non accompagnati. Ha previsto la possibilità di accoglierli, se di età superiore ai 16 anni, nei centri destinati agli adulti, sia pure in situazioni di carenza di sistemazioni alternative e in spazi comunque distinti. La Garante nazionale dell’Infanzia  ha già protestato: le autorità alzeranno la bandiera dell’emergenza invece di disporre soluzioni più adeguate e rispettose dei diritti dei minori. Il governo ha altresì sollevato il problema della verifica effettiva della minore età dei ragazzi e ragazze che chiedono protezione. Non più autodichiarazioni, ma analisi biometriche, per esempio mediante accertamenti radiografici dello sviluppo osseo, in contraddizione con la legge Zampa, che aveva raccolto i dubbi sulla precisione di queste tecniche e previsto la consultazione di equipe multidisciplinari. Chi, secondo le autorità, avrà dichiarato il falso, potrà essere incriminato ed espulso.  Mentre i paesi democratici di solito accettano di correre il rischio di accogliere qualche neo-maggiorenne, pur di non lasciare all’abbandono dei minorenni, il governo italiano muove in direzione opposta.

Le possibili misure alternative

Alla luce di questi sviluppi, occorre discutere di possibili soluzioni alternative alla caotica accoglienza attuale. La prima consiste nel far transitare nella categoria dei lavoratori i profughi idonei al lavoro, opportunamente formati: si risolverebbe sia il problema delle aziende a caccia dei lavoratori, sia quello dei rifugiati in cerca di una vita dignitosa. La seconda soluzione riguarda il potenziamento di altri dispositivi di ingresso per chi chiede asilo: reinsediamenti, sponsorizzazioni private o comunitarie, corridoi umanitari. Tutte soluzioni già sperimentate e funzionanti a livello internazionale, ma con numeri ancora insufficienti. Consistono nel far arrivare le persone oggi precariamente ospitate nei campi profughi del Sud del mondo in altri paesi disponibili ad accoglierli, in base a una lista di priorità. Lo possono e devono fare anzitutto gli Stati, (100.000 reinsediamenti all’anno, in media, a livello mondo, contro richieste superiori al milione), ma potrebbero contribuire anche associazioni, comunità religiose, enti locali, imprese. E auspicabilmente, alleanze tra soggetti pubblici e privati.

In Canada con queste formule sono state accolte nel tempo 300.000 persone, tra cui negli scorsi anni 40.000 profughi siriani. I corridoi umanitari organizzati dalle chiese cattolica e protestante hanno accolto in Italia e in Europa 5.000 persone: un seme ancora piccolo, ma promettente. Si tratta di farlo crescere, contrastando i megafoni di un’emergenza che non c’è nei numeri, ma nei nostri atteggiamenti politici e mentali.


Commenti

Commento eccezionale: veritiero e basato su dati empirici.
Questo attuale governo, a mio avviso, nasconde il razzismo che, sempre a mio parere, lo permea dietro “sicurezza, emergenza, scafisti etc”.