L’impatto della pandemia sugli stranieri, due anni dopo


Eleonora Gnan | 25 Novembre 2021

Lo avevamo già segnalato in un articolo pubblicato a maggio, e dopo sei mesi gli ultimi dati e rapporti di ricerca condotti a livello nazionale lo confermano: gli stranieri sono tra i gruppi di popolazione più colpiti dalla crisi sanitaria, sociale ed economica provocata dalla pandemia da Covid-19. A quasi due anni dall’inizio dell’emergenza, vediamo di seguito qual è stato l’impatto della pandemia sui cittadini stranieri nel nostro Paese.

 

 

Crollano gli ingressi e diminuisce la popolazione straniera

Il primo effetto della pandemia sulla popolazione straniera riguarda il crollo degli ingressi: l’ultimo Rapporto ISTAT sui cittadini non comunitari mostra come nel 2020 in Italia siano stati rilasciati circa 106.500 nuovi permessi di soggiorno a cittadini non comunitari, il numero più basso degli ultimi 10 anni (-40% rispetto al 2019). La limitazione degli spostamenti, unita al ritardo nella lavorazione delle pratiche, ha provocato un calo soprattutto tra i permessi concessi per studio (-58,1%) e per asilo (-51%), seguiti da quelli per famiglia (-38,3%) e per lavoro (-8,8%).

Per la prima volta nel nostro Paese la tendenza alla progressiva diminuzione della popolazione autoctona ha iniziato a coinvolgere anche quella di origine straniera: secondo il XXX Rapporto Immigrazione di Caritas-Migrantes, nell’ultimo anno l’Italia ha perso oltre 270 mila cittadini stranieri (-5,1%), che si attestano oggi su un totale di 5.035.643 unità. Il calo dei residenti stranieri è senz’altro dovuto a un insieme di fattori, quali il saldo naturale tra nascite e decessi registrati, le nuove iscrizioni all’anagrafe, le cancellazioni per trasferimenti all’estero e le acquisizioni di cittadinanza italiana. Sempre l’ultimo Rapporto ISTAT rileva come, nonostante la pandemia, queste ultime siano aumentate tra il 2019 e il 2020, arrivando a quota 131.803 (+4,1%). Tali acquisizioni sono avvenute nell’80% dei casi per residenza o trasmissione. Tra i nuovi cittadini italiani spiccano in particolare le comunità di origine albanese (50 italiani di origine albanese su 100 stranieri albanesi) e marocchina (48 italiani di origine marocchina su 100 stranieri marocchini). Da un punto di vista territoriale, i nuovi cittadini sono concentrati nel Centro-Nord, soprattutto in Lombardia (dove si trova il 25,5% del totale), Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Lazio e Toscana.

 

 

L’occupazione italiana supera quella straniera

Se si prende in considerazione il mercato del lavoro, rispetto agli italiani gli stranieri risultano più colpiti dal rischio di perdita dell’impiego, sfruttamento lavorativo e infezione da Covid-19 per almeno tre motivi: la loro maggiore presenza in occupazioni precarie e poco tutelate, in attività che hanno subìto le chiusure forzate durante il lockdown e in attività che, al contrario, in quanto essenziali, hanno dovuto proseguire in presenza.

Il XXXI Dossier Statistico Immigrazione curato da IDOS sottolinea come la pandemia abbia prodotto un calo dell’occupazione complessiva e una forte riduzione della disoccupazione, parallelamente ad un aumento dell’inattività: la paura del contagio, il lockdown e le restrizioni per il contrasto della diffusione del virus hanno infatti fortemente scoraggiato la ricerca del lavoro tra gli italiani, e ancor più tra gli stranieri. Nel 2020 il numero degli occupati stranieri si riduce del 6,4% (contro il -1,4% degli italiani), la disoccupazione diminuisce del 12,4% (contro il -10,1% degli italiani) e l’inattività cresce del 16,2% (contro il +3,1% degli italiani).

I dati raccolti dal XI Rapporto sull’Economia delle Migrazioni della Fondazione Leone Moressa riportano come nel nostro Paese tra i 456 mila posti di lavoro persi lo scorso anno, circa un terzo riguardi lavoratori stranieri, e in particolare le lavoratrici donne, particolarmente scoraggiate dal contesto pandemico. Per la prima volta nella storia dell’immigrazione italiana quindi, avendo registrato una contrazione maggiore, il tasso di occupazione degli stranieri (57,3%) scende al di sotto di quello degli italiani (58,2%).

Una nota positiva, e in controtendenza rispetto all’andamento generale, riguarda invece l’incremento nel 2020 dell’imprenditoria immigrata, che cresce del 2,3% rispetto all’anno precedente. In Italia gli imprenditori nati all’estero sono 740 mila, pari al 9,8% del totale, e concentrati per lo più nel settore dell’edilizia. Tra le nazionalità di provenienza più numerose vi sono Cina, Romania, Marocco e Albania, anche se la crescita più significativa si registra per Bangladesh, Pakistan e Nigeria.

 

 

La povertà colpisce di più gli immigrati

Abbiamo già ricordato in un contributo pubblicato lo scorso anno come i cittadini stranieri siano tra i gruppi di popolazione più esposti alla povertà. La versione definitiva delle statistiche sulla povertà pubblicata dall’ISTAT lo scorso giugno – e commentata in questo articolo – descrive un quadro particolarmente drammatico: nel 2020 la povertà assoluta si è impennata raggiungendo il livello più elevato dal 2005, colpendo soprattutto alcuni gruppi di popolazione già notoriamente fragili.

Nel 2020 si registrano oltre 1 milione e 500 mila cittadini stranieri in povertà assoluta, con un’incidenza sulla popolazione totale del 29,3% contro il 7,5% dei cittadini italiani. Si tratta di un aumento significativo, di quasi 3 punti percentuali rispetto al 2019: nel nostro Paese quasi un cittadino straniero su 3 è povero in senso assoluto. La presenza di minori incide poi ancor più negativamente sulla povertà delle famiglie di soli stranieri: si trovano in tali condizioni il 28,6% di queste contro l’8,6% dei nuclei con minori composti da soli italiani. A livello territoriale, la povertà assoluta nelle famiglie di soli stranieri si mantiene marcata nel Mezzogiorno, con quote di famiglie in povertà quasi quattro volte superiori a quelle composte da soli italiani (31,9% contro 8,4%), ma è al Nord che nel 2020 si registra il maggior peggioramento della povertà tra queste tipologie familiari, soprattutto in considerazione dell’enorme crollo occupazionale.

Il sopracitato Rapporto di Caritas-Migrantes mette in luce come, tra le persone aiutate nel 2020 dai Centri d’ascolto della Caritas, i cittadini stranieri rappresentino il 52% del totale. Tra le principali fragilità intercettate vi sono quelle lavorative, economiche e abitative. Tra gli stranieri pesano poi anche i bisogni correlati alla condizione di migranti: vulnerabilità connesse ad aspetti amministrativi e burocratici, all’irregolarità giuridica e allo status di richiedente asilo e rifugiato. Lo stesso Rapporto effettua un affondo sulla fruizione da parte dei cittadini stranieri dei bonus governativi introdotti, nell’ultimo anno e mezzo, per fronteggiare l’emergenza epidemiologica. L’incidenza media dei cittadini stranieri su queste misure si attesta sul 9-10%, ad eccezione del bonus autonomi, dei congedi parentali e del bonus baby-sitter, dove si ferma al 3-4%. L’elevata frammentarietà degli interventi, la complessità amministrativa e le deboli azioni di supporto all’accesso hanno fatto emergere l’incapacità di tali misure nel raggiungere la popolazione straniera, incrementando così le disuguaglianze preesistenti. Un esempio eclatante riguarda l’accesso al Reddito di Cittadinanza che, per via del requisito dei 10 anni di residenza in Italia di cui gli ultimi 2 continuativi, penalizza fortemente i cittadini stranieri1. I dati di ottobre 2021 pubblicati dall’Osservatorio INPS sul Reddito di Cittadinanza mostrano come, rispetto al totale dei cittadini che accedono alla misura, solo il 9,7% sia costituito da cittadini extracomunitari (contro l’85% degli italiani), e come invece, tra coloro che ricevono il Reddito di Emergenza – che presenta criteri di accesso meno stringenti –, i cittadini stranieri siano il 40,5% (contro il 54,5% degli italiani), a dimostrazione del bisogno e della fragilità sempre più marcati di tale gruppo di popolazione.

 

 

Scuola e salute: aree di svantaggio per gli stranieri  

La povertà che colpisce i cittadini stranieri spesso non è solo economica, ma anche educativa, relazionale e sanitaria, e provoca conseguenze non trascurabili sia sull’istruzione e sull’accesso alle opportunità scolastiche sia sulla salute degli immigrati.

Per quanto riguarda la scuola, gli ultimi dati del MIUR riferiti all’anno scolastico 2019/2020 mettono in luce come, sul totale della popolazione scolastica, gli alunni con cittadinanza non italiana siano il 10,3%. A fronte di un incremento consistente della presenza di alunni stranieri negli istituti di scuola secondaria di secondo grado, si assiste ad una crescita minore della presenza nelle scuole per l’infanzia: quasi un quarto dei bambini figli di immigrati non frequenta infatti la scuola dell’infanzia, step fondamentale per l’integrazione sociale e lo sviluppo degli apprendimenti linguistici. In media, il 30% degli alunni con cittadinanza non italiana si trova in situazioni di ritardo scolastico, percentuale che raggiunge il 56,2% nelle scuole secondarie di secondo grado. Il ritardo scolastico accumulato nel tempo è uno dei fattori scatenanti l’abbandono scolastico.

Con l’introduzione della didattica a distanza e della didattica integrata, la pandemia ha ulteriormente peggiorato il quadro preesistente di svantaggio degli alunni stranieri. Tra le categorie più vulnerabili vi sono infatti i minori stranieri che, avendo più probabilità di vivere in famiglie povere e numerose, e in abitazioni sovraffollate e prive di dispositivi tecnologici e di spazi adeguati allo studio, sono caratterizzati dall’assenza di competenze digitali e linguistiche, nonché di reti di supporto esterne alla propria famiglia di origine.

Anche la salute costituisce un’area di svantaggio per i cittadini stranieri, che sono risultati più esposti al rischio di contagio da Covid-19 per via del loro largo coinvolgimento in professioni di cura e assistenza sia nelle RSA che nelle abitazioni private. Anche nella programmazione delle vaccinazioni, gli stranieri hanno subìto esclusioni e ritardi, specie a causa della mancanza della tessera sanitaria che ha tolto ad interi gruppi di popolazione la possibilità di prenotarsi nei portali regionali anche quando per età sarebbe stato possibile. Come sottolinea il Rapporto Caritas-Migrantes sopracitato, l’assenza di indicazioni e linee guida a livello nazionale ha portato ad un’attivazione regionale disomogenea e non coordinata, che ha generato ulteriori ritardi e scoperture. L’Anagrafe Vaccinale Nazionale riporta come a fine giugno 2021 siano stati vaccinati oltre 2 milioni di persone nate all’estero in possesso di tessera sanitaria, per una copertura del 50% (contro il 60% delle persone nate in Italia), con disuguaglianze più marcate nella fascia degli adolescenti e dei giovani adulti (copertura del 15% tra i nati all’estero contro il 28% dei nati in Italia) e in quella 30-49 anni (41% contro 49%).

  1. Per ovviare a questa previsione, peraltro non rispettosa delle direttive europee in materia di accesso alle prestazioni assistenziali poste anche a tutela degli italiani all’estero, il Comitato Scientifico incaricato dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali per la revisione del Reddito di Cittadinanza propone di portare il requisito di residenza a 5 anni. Qui è possibile leggere una sintesi delle proposte e scaricare l’intero documento.