Nidi e disuguaglianze sociali


Emmanuele PavoliniMarco Arlotti | 14 Settembre 2017

Frequenza dei nidi e disuguaglianze sociali

Dopo la pausa estiva riaprono i nidi. Questi servizi, la cui espansione si è registrata in modo significativo nel corso degli anni e in gran parte dei paesi europei, hanno assunto sempre più una rilevanza cruciale nelle politiche di welfare. Tale rilevanza si spiega alla luce dell’apporto dei nidi dal punto di vista della conciliazione cura-lavoro, e – se di qualità – nello sviluppo cognitivo dei bambini.

 

Diversi studi, tuttavia, hanno messo in evidenza come l’impatto di questi servizi sulle disuguaglianze sociali può essere paradossalmente negativo (Abrassart e Bonoli, 2015; Pavolini e Van Lancker, 2018). Infatti, in vari paesi europei sono le famiglie appartenenti a classi medio-alte ad utilizzare maggiormente i nidi (il cosiddetto effetto San Matteo) (Sabatinelli, 2016), sia per un maggiore bisogno di conciliazione, tenuto conto della più ampia diffusione di coppie a doppio reddito, sia perché dotate di un maggior livello di istruzione e, quindi, di una maggiore consapevolezza rispetto agli impatti positivi sullo sviluppo del bambino. In quest’ottica, dunque, l’investimento nei nidi potrebbe avere, addirittura, una ricaduta negativa sulla riduzione delle disuguaglianze sociali.

 

I dati sul caso italiano sembrano confermare questa tendenza (tab. 1). Fra il 2002 e 2012, si assiste ad una crescita significativa del ricorso ai servizi, in particolare pubblici, presso le classi sociali medio-alte (nel 2012 in entrambi i casi si arriva complessivamente al 30%), mentre l’incremento è nettamente più contenuto presso la classe operaia (12,4% sommando il ricorso ai servizi pubblici e privati). Questa differenziazione può associarsi a diversi fattori, incluso un minor bisogno di conciliazione presso le famiglie operaie stante la diffusione più contenuta presso questa classe di nuclei a doppio reddito. Ciononostante la tabella 1 mostra come, proprio presso le famiglie di classe operaia, si assista ad una crescita (peraltro significativa) di coloro che optano involontariamente per la cura informale: si tratta di famiglie che trovano ostacoli nel mandare i figli al nido e pertanto sono costrette a ripiegare sulla rete informale di cura. Dai dati, quindi, emerge un certo grado di difficoltà delle classi sociali più basse nell’accedere ai nidi, che potrebbe essere spiegato anche alla luce di fattori più di tipo istituzionale che influenzano il grado di accessibilità di tali servizi.

 

 

Tavola 1. Classi sociali e tipo di cura per la prima infanzia 2002 e 2012 (%)

Borghesia Classe media Classe operaia
2002 2012 2002 2012 2002 2012
Cura informale volontaria 60,2 51,7 63,7 51,6 84,3 67,3
Cura informale involontaria* 9,8 8,3 12,5 12,5 7,8 13,7
Baby-sitter 13,3 6,3 6,9 3,2 1,8 0,9
Cura formale in servizi privati 8,4 12,6 7,2 10,6 2,8 4,0
Cura formale in servizi pubblici 8,3 21,1 9,7 22,1 3,4 8,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

* Famiglie che dichiarano di dover usare cure informali per barriere di accesso ai nidi

Fonte: elaborazioni su micro dati Istat

 

 

La costruzione istituzionale delle disuguaglianze: i criteri di accesso e di compartecipazione

Per comprendere se una parte delle differenze fra classi sociali nella frequenza dei nidi può essere legata a fattori più di tipo istituzionale, è interessante indagare le modalità attraverso cui gli enti locali definiscono i criteri di accesso e di compartecipazione al costo1.

Partendo dall’analisi dei sistemi di accesso, ci concentriamo in particolare su come i criteri di ammissione ai nidi trattano la condizione socio-economica delle famiglie. I criteri sono fondamentalmente associabili a due aspetti: la situazione lavorativa dei genitori e quella economica del nucleo famigliare.

La scelta ed il peso attribuito ad un criterio piuttosto che all’altro finisce per plasmare il tipo di utenza che ha accesso al nido. I criteri basati più sul lavoro e meno sul reddito, e che differenziano fortemente fra occupati e disoccupati, tendono a favorire l’accesso al nido delle coppie bi-lavoro, spesso e più frequentemente di classe medio-alta. Invece, criteri basati più su un bilanciamento fra collocazione sul mercato del lavoro e reddito delle famiglie possono favorire soprattutto l’accesso di famiglie con redditi più bassi.

I dati mostrano come la rilevanza della condizione occupazionale risulta in genere un fattore cruciale (tab. 2). Posto a 100 il punteggio massimo attribuibile, oltre i due terzi dei comuni analizzati attribuiscono alla condizione lavorativa un peso che supera il 40% del punteggio massimo, arrivando addirittura ad oltre il 60% nel 15,7% dei comuni. All’opposto solo il 7,2% di essi prevede una bassa incidenza di tale condizione (fino ad un massimo del 20%).

 

 

Tavola 2. Rilevanza nelle graduatorie dei punteggi relativi alla condizione lavorativa, 2012-13

Incidenza % del punteggio relativo alla condizione lavorativa sul punteggio massimo potenziale: % Comuni
Fino al 20% 7,2
20,1-40% 30,1
40,1-60% 47,0
oltre 60% 15,7
Totale 100,0

Fonte: Gambardella, Pavolini e Arlotti (2016)

 

Più nel dettaglio, è soprattutto la condizione di occupato a giocare un ruolo centrale nella costruzione delle graduatorie. Come si vede dalla tabella 3, che mostra la distribuzione dei comuni in base al rapporto fra punteggio attribuito nel caso di genitore occupato rispetto a quello di genitore disoccupato, accanto ad un 21,3% di enti locali che non riconosce punteggi in assoluto ai disoccupati, nel 41% dei casi chi è occupato riceve un punteggio tre volte superiore a chi non lo è, mentre solo in un numero molto più ristretto i disoccupati sono trattati come gli occupati (7,7%) o in maniera relativamente simile (15,4%).

 

 

Tavola 3. Rilevanza nelle graduatorie della condizione di disoccupato, 2012-13

Rapporto fra punteggio attribuito a genitore occupato rispetto a genitore disoccupato: % Comuni
rapporto pari a circa 1:1 (occupato:disoccupato) 7,7
rapporto compreso fra 1.1-1.5:1 15,4
rapporto compreso fra 1.6-2.0:1 19,2
rapporto compreso fra 2.1-3.0:1 16,7
rapporto superiore a 3:1 41,0
Totale 100,0
% Comuni con assenza di punteggio specifico nel caso genitore disoccupato 21,3

Fonte: ibidem

 

Passando ai criteri di compartecipazione, la quasi totalità dei comuni adotta l’Isee, con un sistema a «fasce» che definisce quote di compartecipazione crescenti all’aumentare del reddito. Questo assetto garantisce una sorta di «progressività» nella contribuzione, che viene rafforzata talvolta con la previsione di fasce di «esenzione» a tutela delle famiglie con maggiori difficoltà o in carico ai servizi sociali.

Tuttavia, la progressività di un sistema di compartecipazione si valuta nelle ricadute effettive sui redditi familiari. Infatti, se da un lato l’andamento crescente delle rette all’aumentare dell’Isee (vedi fig. 1) può dare l’impressione di una tendenza progressiva nei sistemi di compartecipazione, dall’altro lato l’incidenza effettiva delle rette sul reddito Isee mostra un capovolgimento (vedi fig. 2), con una tendenza paradossale alla diminuzione dell’incidenza delle rette sul reddito all’aumentare dei valori Isee.

 

 

Tavola 4. Retta media su intervalli Isee

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 Fonte: ibidem

 

 

Tavola 5 Incidenza (%) retta media annua su intervalli Isee

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Fonte: ibidem

 

“Tra Scilla e Cariddi”: quali prospettive di policy?

L’esperienza europea mette in luce come l’espansione dei servizi alla prima infanzia può comportare, paradossalmente, rischi di riduzione della capacità redistributiva del welfare state, a fronte del maggiore utilizzo di questi servizi da parte di classi medio-alte. In quest’ottica, come si è mostrato sopra, la definizione dei criteri di accesso e di compartecipazione assume una rilevanza cruciale e va gestita dagli amministratori locali con estrema attenzione. Si tratta, nella sostanza, di considerare quelli che possono essere gli effetti (anche inattesi) fra la “Scilla” di sistemi che favoriscono l’accesso di famiglie a reddito medio-alto, tuttavia penalizzando l’accessibilità per le classi sociali meno abbienti limitando, quindi, anche la possibilità di intervenire precocemente sulla formazione delle disuguaglianze sociali e la “Cariddi” di sistemi che pur favorendo l’accesso di famiglie a più basso reddito, corrono poi il rischio di produrre problematiche sia dal punto di vista della sostenibilità finanziaria dei servizi stessi (es. rette mediamente più basse, rinunce, dimissioni in corso d’anno, irregolarità nel pagamento) che in termini di segregazione, a fronte dell’assenza di adeguato mix sociale nella composizione dei profili di utenza, e di minor supporto alla conciliazione famiglia-lavoro delle famiglie a doppio reddito.

  1. I dati si basano su una raccolta di regolamenti e delibere comunali relative all’anno educativo 2012-13, in 103 comuni italiani capoluogo di provincia, con popolazione superiore ai 30 mila abitanti. Per ulteriori approfondimenti si rimanda a Gambardella, Pavolini e Arlotti (2016).