Costruire una rete territoriale competente contro la violenza maschile verso le donne


Francesca Maci | 1 Settembre 2026

Contrastare la violenza maschile contro le donne per il servizio sociale significa, oltre al lavoro di accompagnamento di ogni singola situazione (case work), costruire una rete territoriale competente e capace di funzionare nel tempo, un compito che chiama in causa più piani insieme, dalla preparazione specifica di chi incontra le donne, al modo in cui i diversi servizi si coordinano tra loro, fino all’attenzione riservata a chi vi è esposto, come i bambini e le bambine che vivono in famiglie attraversate dalla violenza. Sono alcune delle domande su cui si è tornati a lavorare di recente nel libro Servizio sociale e violenza contro le donne. Modelli e strumenti di intervento (Maci, 2026), qui riprese lungo tre nodi — la competenza specifica richiesta agli operatori, il modo in cui si costruisce una rete territoriale interistituzionale capace di funzionare, e il punto in cui l’attenzione ai bambini e alle bambine tiene insieme il lavoro con le donne e quello con gli uomini.

Sapere e conoscenze specifiche

Il primo nodo riguarda conoscenze e competenze. Intervenire nella violenza maschile contro le donne richiede una preparazione specifica e appropriata, che non può essere semplicemente mutuata da altri ambiti di intervento, come per esempio la tutela minorile, pena il rischio di leggere il fenomeno con categorie non adatte, che potrebbero produrre effetti iatrogeni (Illich, 1977). Serve una cornice teorica chiara e appropriata, che tenga insieme le teorie di servizio sociale e saperi non strettamente disciplinari, come gli studi di genere, oltre a competenze specifiche nel colloquio con la donna, con l’uomo, con i bambini e le bambine, e a strumenti normativi propri della professione. Conoscenza e competenze si tengono insieme, in questo senso, come le due facce della stessa preparazione professionale, il sapere che cosa serve e il saperlo tradurre in pratica. La Convenzione di Istanbul (Consiglio d’Europa, 2011), messa in relazione con il codice deontologico dell’assistente sociale (CNOAS, 2020), non introduce un obbligo estraneo alla professione, ma rende esplicito un mandato già presente nella deontologia professionale.

A questa conoscenza si affianca un lavoro su un piano meno visibile ma altrettanto determinante, quello delle emozioni coinvolte nella relazione professionale, che richiede di essere affrontato con consapevolezza. La violenza maschile contro le donne muove sentimenti anche in chi interviene, dato che la maggioranza delle assistenti sociali è donna, e può generare, se non riconosciuti, atteggiamenti giudicanti, anche involontariamente, verso le donne che non hanno denunciato o che sono tornate da un compagno maltrattante. Il rischio, quando questi vissuti non vengono elaborati, è quello della vittimizzazione secondaria (Spaccatini, Pacilli, 2019). Può essere la stessa rete di aiuto, con richieste ripetute di raccontare la violenza, con tempi dilatati, con un atteggiamento giudicante, a produrre ulteriore sofferenza in chi ha già subito violenza. A questo stesso piano appartiene la scelta di un linguaggio consapevole e rispettoso, capace di nominare la violenza senza attenuarla né spettacolarizzarla, e di rivolgersi alla donna senza ridurla alla violenza che ha subito. Riconoscere questo rischio, e costruire prassi che lo prevengano, è parte integrante della competenza richiesta.

Una rete che riconosce e rispetta ruoli, mandati e competenze

Il secondo nodo riguarda la rete territoriale interistituzionale per il contrasto della violenza maschile contro le donne, intesa come sistema che funziona nella misura in cui ciascun soggetto – tra gli altri centro antiviolenza, servizio sociale, Cuav, forze dell’ordine, magistratura, scuola – agisce nel rispetto del proprio mandato specifico e di quello degli altri, riconoscendo il valore e l’irrinunciabilità del contributo di ciascuno. La rete funziona quando valorizza le competenze specifiche di ciascuna figura professionale, senza sovrapposizioni né deleghe improprie. Il servizio sociale non si sostituisce al centro antiviolenza nel lavoro specialistico con la donna, mentre il centro antiviolenza riconosce la specificità e la complessità dell’intervento di tutela che per titolarità resta in capo al servizio sociale.

Questo lavoro di collaborazione prende forma in pratiche concrete, non solo in principi enunciati. La Family Group Conference, per esempio, mette il gruppo famigliare allargato, e non solo il nucleo ristretto, nella condizione di partecipare esso stesso alla costruzione del piano di protezione e di intervento a favore della donna, dei bambini e dell’uomo, con la debita attenzione alla dimensione della sicurezza, in un processo che il servizio sociale facilita ma non decide da solo (Maci, 2016). Un’altra direzione, sperimentata in alcuni paesi europei, è quella delle case per donne aperte al quartiere e alla città, in alternativa al modello a indirizzo segreto. L’esperienza olandese “Orange House”, per esempio, integra l’accoglienza abitativa con percorsi di reinserimento lavorativo e mantiene un legame con la comunità circostante, invece di isolare le donne e i loro figli nel momento più delicato del percorso. Sono esempi diversi tra loro, accomunati dalla stessa idea di collaborazione, per cui il cambiamento si costruisce con la partecipazione della donna, della sua famiglia e della rete di relazioni significative, e non sopra di loro.

Una rete di questo tipo non interviene solo quando la violenza è già conclamata, ma si costruisce anche in una dimensione preventiva. Il lavoro di rete più efficace è spesso quello che riesce ad attivarsi prima che la situazione precipiti, attraverso la formazione condivisa tra servizi, orientamenti operativi comuni, la conoscenza reciproca tra chi opera nei diversi nodi. In questa stessa direzione va il Programma nazionale P.I.P.P.I., ora riconosciuto come Livello Essenziale delle Prestazioni (LEPS) per le famiglie vulnerabili, per garantire risposte adeguate ai diritti e ai bisogni dei bambini, e allo sviluppo della genitorialità positiva, che pur non avendo tra i propri obiettivi specifici il contrasto alla violenza, intercetta anche famiglie in cui l’esposizione alla violenza rientra tra i fattori di vulnerabilità rilevati. Accanto alla prevenzione resta centrale la dimensione dell’accompagnamento, un percorso che si costruisce nel tempo, che tiene conto dei tempi della donna, spesso non lineari, e che non si esaurisce nella gestione dell’emergenza ma guarda alla progettazione del futuro. Un percorso di questo tipo riesce a essere efficace quando ciascun soggetto coinvolto vi partecipa, condivide la medesima finalità di benessere e contribuisce a co-costruire, insieme alla donna, il percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Questa idea di rete si allarga, in una prospettiva ecologica e sistemica, oltre il perimetro dei servizi. Guardare alla violenza maschile contro le donne come a un fenomeno che attraversa più livelli, dalla relazione di coppia alla famiglia allargata, dalla comunità al contesto sociale e culturale, significa allargare lo sguardo oltre il lavoro tra professionisti, provando a coinvolgere, quando possibile e nel rispetto dei tempi e delle scelte della donna, anche la rete informale che la circonda, tra cui parenti, vicini, colleghi e altre figure significative per lei e per i suoi figli e le sue figlie. È un livello che i soli servizi non possono presidiare da soli, ma che può fare la differenza nel sostenere un percorso d’uscita dalla violenza, e nel prevenirne l’insorgere prima ancora che diventi conclamata. In questa stessa direzione vanno alcune buone pratiche, italiane e di altri paesi, che puntano a costruire una cultura diffusa di riconoscimento e contrasto alla violenza, capace di coinvolgere la cittadinanza, dalla scuola ai luoghi di lavoro alle realtà associative locali, e non solo il sistema dei servizi. Una rete che, letta così, si configura come pratica di cura condivisa più che come somma di attori distinti.

I bambini, dove i fili si annodano

È nel percorso di protezione e cura dei bambini e delle bambine che questi due nodi si incontrano concretamente. Considerarli soggetti autonomi della violenza assistita, con propri diritti e bisogni, e non come semplice prolungamento dell’esperienza materna (Luberti, Pedrocco Biancardi, 2022), significa tenere insieme, nella stessa situazione e spesso nella stessa rete territoriale, il lavoro capacitante con la donna e il lavoro di responsabilizzazione con l’uomo che ha agito la violenza.

Il primo è orientato a riconoscere l’agency della donna e la sua autodeterminazione (Deriu, 2016), senza che la rete si sostituisca a lei nelle scelte. Il secondo, sostenuto anche dai Centri per uomini autori di violenza (Cuav) istituiti a livello nazionale e regionale (Marcolungo, 2024), parte dal riconoscimento della violenza agita e dalla presa di coscienza dell’azione commessa (Ionio, Milani, 2023), ed è collegato alla possibilità di ridurre la recidiva (Baldry, 2016). In mezzo restano i bambini, la cui protezione richiede che i due percorsi, quello della madre e quello del padre, restino distinti ma comunicanti, coordinati dalla stessa rete che nel primo nodo abbiamo descritto come competente, e nel secondo come rispettosa dei mandati reciproci. È anche in questo ambito che si colloca la questione del diritto di visita quando l’uomo è padre, affrontata evitando posizioni predefinite e a partire dall’ascolto delle persone coinvolte, compresi i bambini e le bambine.

Per i bambini e le bambine, tutto questo si traduce prima di tutto nella necessità di uno spazio dedicato di riconoscimento e di ascolto, distinto da quello della madre e, quando previsto, da quello del padre. Uno spazio capace di accogliere la loro esperienza, invece di trattarli come testimoni silenziosi della violenza subita dalla madre, a cui devono corrispondere interventi specifici, di sostegno psicologico, educativo, di gruppo tra pari, pensati per la loro età e per il loro modo di vivere ed esprimere quanto accaduto, e non semplicemente mutuati dagli strumenti pensati per gli adulti. È un aspetto ancora poco sviluppato nella pratica dei servizi, spesso assorbiti dall’urgenza della protezione della madre, ma che incide direttamente sulla possibilità dei bambini e delle bambine di elaborare quanto vissuto, e di non riprodurne, in età adulta, gli stessi schemi relazionali.

Per non concludere

Tenere insieme questi tre piani, conoscenza e competenze specifiche e appropriate, insieme alla consapevolezza del proprio vissuto emotivo e dell’importanza del linguaggio, una rete territoriale che rispetti i mandati di ciascuno, un’attenzione costante ai bambini e alle bambine che vivono la violenza assistita, non è un esercizio teorico, ma la condizione perché l’intervento non ricada, per approssimazione o per scollamento tra i servizi, proprio sui soggetti più esposti. Resta una domanda aperta, che ogni professionista è chiamato a porsi, relativa a quale postura assumere davanti a questo intreccio, sapendo che nessun operatore, nessun servizio, nessuna rete può da solo sostenerlo e affrontare il complesso percorso del contrasto alla violenza maschile contro le donne.