Che cosa significa, concretamente, valutare la possibilità di cambiamento delle funzioni genitoriali nei percorsi di tutela minorile? Non si tratta soltanto di individuare ciò che espone un bambino a rischio o ciò che può proteggerlo, ma di comprendere, insieme al genitore e nel lavoro integrato dell’équipe, quali funzioni possano essere recuperate, sostenute o compensate, attraverso quali condizioni e con quali cambiamenti osservabili nella vita quotidiana.
La scheda è nata nell’ambito della mia attività professionale in tutela minorile, dall’esigenza di rendere più precisa la valutazione educativa e di collegarla alla progettazione degli interventi. A partire dai fattori di rischio, di pregiudizio e di protezione rilevati nella valutazione sociale, mi sono chiesta come questi incidano sulle funzioni genitoriali e sulla vita del bambino, quali risorse protettive siano concretamente utilizzabili e su quali possibilità di cambiamento si possa lavorare. Ho elaborato lo strumento per dare una forma documentabile a queste domande. Le osservazioni che ne derivano possono contribuire al confronto in équipe mettendo in relazione osservazione, valutazione e progettazione: non formula diagnosi né produce un giudizio sulla persona, ma rileva evidenze, rende confrontabili le osservazioni nel tempo e sostiene una progettazione volta al recupero di capacità.
La domanda da cui nasce lo strumento
Nei servizi di tutela minori la valutazione è chiamata a rispondere a domande decisive: quali condizioni espongono un bambino a pregiudizio o rischio? Quali risorse lo proteggono? Che cosa può modificarsi, con quali sostegni e in quali tempi? La complessità aumenta quando fragilità personali, conflittualità, dipendenze, precarietà, isolamento, discontinuità nelle cure e sofferenza dei figli si intrecciano.
La lettura dei fattori di rischio e di protezione, di competenza dell’Assistente Sociale all’interno della valutazione complessiva, delinea pericolo e risorse presenti. La domanda educativa approfondisce invece come si manifestino, nella quotidianità e nella relazione, le possibilità di cambiamento: una risorsa è concretamente accessibile e utilizzabile? Un genitore riesce a trasformare un’indicazione in un comportamento sufficientemente coerente e ripetibile?
La scheda nasce per abitare questo spazio. Non duplica la valutazione sociale, ma osserva il funzionamento: ciò che la persona riesce a fare, ciò che non riesce ancora a fare, le condizioni che facilitano o ostacolano l’esercizio delle funzioni genitoriali e la qualità dei cambiamenti nel tempo. La domanda guida diventa quindi: quale funzione può essere recuperata, sostenuta o compensata affinché il bambino disponga di una protezione più stabile?
Dalla rilevazione alla funzione e al progetto
La griglia assume come punto di partenza uno o più fattori già rilevati dall’Assistente Sociale e li porta dentro l’osservatorio educativo. La lettura non procede in parallelo, ma approfondisce come quei fattori si manifestino nelle relazioni, nelle condotte e nell’organizzazione quotidiana.
Un passaggio specifico riguarda la lettura differenziata delle figure genitoriali e, insieme, la lettura sistemica della diade. Madre e padre possono agire in modi differenti e produrre tuttavia sul figlio un effetto convergente. La scheda evita così sia di considerarli come un blocco indistinto, sia di valutarli separatamente senza cogliere la dinamica che costruiscono insieme.
A partire dai fatti osservati viene formulata una lettura educativo-pedagogica a orientamento riabilitativo-sociale: si individua la funzione compromessa, la posizione in cui viene collocato il minore e la funzione da riattivare. L’ipotesi viene poi trasformata in progetto attraverso strategie o dispositivi di mediazione, indicatori osservabili, strumenti, tempi e verifica. “Migliorare la comunicazione”, per esempio, diventa: accordarsi su una routine, scambiarsi un’informazione senza utilizzare il figlio, rispettare un passaggio organizzativo.
Il riferimento non è un modello astratto di “buon genitore”, ma la funzione da recuperare e gli obiettivi di protezione definiti per quel bambino. Contano contesto, frequenza, facilitatori e ostacoli, sostegno necessario, stabilità del cambiamento e ricaduta sul minore: una competenza espressa una sola volta in presenza dell’Educatore Professionale non equivale a una funzione disponibile stabilmente.
Recuperabilità: un concetto operativo e prudente
La nozione di recuperabilità non designa un attributo definitivo della persona e non coincide con la disponibilità verbale. Indica la possibilità, osservata entro tempi compatibili con i bisogni evolutivi del minore, di acquisire, riattivare o stabilizzare funzioni sufficientemente protettive, anche attraverso supporti proporzionati. Quando una funzione non è pienamente recuperabile, la valutazione considera se possa essere compensata da una rete affidabile, purché il sostegno sia concretamente disponibile e il genitore sappia riconoscerlo e utilizzarlo.
Due situazioni per vedere la griglia al lavoro
Le situazioni che seguono riuniscono elementi ricorrenti di più interventi e sono state modificate per impedire l’identificazione di minori e famiglie. Il loro scopo è rendere visibile il ragionamento professionale sostenuto dalla griglia.
Quando “voler bene” non basta: dalla posizione adulta al punto di vista del figlio
Per comprendere gli effetti del conflitto genitoriale sui figli occorre considerare come il conflitto si esprime e in quale posizione coinvolge il bambino (Camisasca, Di Blasio e Miragoli, 2022). Un bambino in età scolare presenta somatizzazioni, difficoltà di concentrazione e crescente fatica nei passaggi tra le case. I genitori, separati e fortemente conflittuali, affermano entrambi di amarlo e volerlo proteggere. La valutazione sociale riconosce nel legame affettivo un possibile elemento di protezione, ma rileva anche esposizione al conflitto e triangolazione.
L’osservazione educativa mostra modalità diverse ma funzionalmente convergenti: la madre condivide con il bambino contenuti e tensioni che eccedono la sua posizione di figlio; il padre pone domande ripetute sulle vicende dell’altro genitore. Attraverso adultizzazione e interrogazione, il bambino viene collocato come confidente, informatore o testimone e perde la possibilità di restare semplicemente figlio.
Il progetto non assume come obiettivo generico la cessazione del conflitto, ma il recupero di una forma minima di dialogo genitoriale sufficiente a proteggere la routine del bambino. Un accompagnamento alla coordinazione genitoriale sostiene differenziazione dei ruoli, comunicazione diretta tra adulti e sottrazione del figlio alla funzione di messaggero.
Gli indicatori sono osservabili: accordarsi direttamente sull’organizzazione della settimana; comunicare una variazione senza interrogare il bambino; utilizzare messaggi e telefonate in modo più funzionale; ricorrere alla mediazione dell’EP solo quando necessario. La verifica riguarda quindi la capacità degli adulti di contenere gli effetti del conflitto sul figlio e di esercitare una funzione organizzativa condivisa. Il nucleo di recuperabilità diventa concreto e verificabile.
La rete come sostegno, non come sostituzione
Una madre con una storia di dipendenza intraprende un percorso terapeutico residenziale mentre i figli adolescenti vivono fuori casa. Accanto a rischi significativi — instabilità precedente, ricadute, fragilità economica e relazionale — sono presenti fattori potenzialmente protettivi: adesione al trattamento, legame con i figli, servizi specialistici e alcune figure familiari disponibili.
La valutazione educativa interroga la qualità d’uso di tali risorse. La madre rispetta gli appuntamenti fissati dalla struttura, ma fatica a prendere iniziativa; nelle telefonate ricerca rassicurazione dai figli e tende a condividere contenuti emotivi che li espongono a un ruolo di cura dell’adulto. Dopo un lavoro preparatorio, riesce a differenziare ciò che può comunicare ai ragazzi da ciò che deve portare agli operatori, riconosce segnali di sovraccarico e concorda contatti più sostenibili.
Il percorso terapeutico non viene assunto automaticamente come prova di recuperabilità, né la diagnosi come prova del contrario. Si osserva se il trattamento modifica il funzionamento genitoriale: protezione dei figli dai bisogni adulti, continuità, responsabilità, richiesta tempestiva di aiuto e rispetto dei confini concordati.
La rete diventa protettiva quando consente alla madre di esercitare funzioni realistiche senza delegarle ai figli. L’esito non coincide necessariamente con il ripristino immediato della convivenza: può consistere in una relazione più affidabile, con compiti gradualmente ampliati e sostegni espliciti. Anche una partecipazione parziale ma stabile può essere significativa, se compatibile con sicurezza e tempi evolutivi dei ragazzi.
Che cosa rende possibile lo strumento?
Nei due esempi la scheda non aggiunge soltanto informazioni descrittive: modifica la comprensione della situazione e la direzione dell’intervento. Trasforma il rischio in una domanda educativa: triangolazione o dipendenza vengono ricondotte alle funzioni compromesse e alle condizioni nelle quali possono essere recuperate, potenziate o sostenute. Rende leggibili potenzialità che, isolate, possono apparire minime: formulare il punto di vista del figlio, mantenere un accordo, utilizzare correttamente un aiuto. Osservate nel tempo, mostrano apprendimento, generalizzazione e stabilità. Rende proporzionato il progetto, aiutando a decidere che cosa recuperare prima, quale dispositivo utilizzare, quanta mediazione mantenere e quando arretrare. Rende verificabile anche il lavoro del servizio. Se il cambiamento non avviene, occorre chiedersi non soltanto che cosa il genitore non abbia fatto, ma anche se l’ipotesi fosse pertinente, l’obiettivo comprensibile, il sostegno accessibile, il tempo adeguato e il dispositivo coerente (Crisafulli, 2018). La valutazione diventa così responsabilità interprofessionale, non giudizio unidirezionale sulla famiglia.
Come si usa: un processo, non una compilazione
La scheda accompagna la presa in carico, aiutando a collegare le osservazioni alle scelte dell’intervento educativo e alla verifica dei suoi esiti, in una prospettiva in cui valutare è parte del lavoro educativo (Crisafulli, 2028)L’équipe definisce la domanda valutativa, finalità e destinatari e seleziona le aree pertinenti; l’EP raccoglie osservazioni in contesti differenti, concorda quando possibile gli obiettivi con la famiglia e registra gli episodi in modo descrittivo. A intervalli definiti, la situazione viene confrontata con la linea di base: che cosa è cambiato, in quali condizioni, con quale stabilità e con quale effetto sul minore?
Ogni formulazione considera comportamento osservabile, contesto, andamento, sostegno necessario e ricaduta sul bambino, insieme alla voce delle persone valutate e, secondo età e condizioni, dei minori. La partecipazione non elimina l’asimmetria istituzionale della tutela, ma rende più trasparenti domande, criteri e obiettivi, (Premoli, 2012).
La restituzione in équipe incrocia le osservazioni educative con elementi sociali, psicologici, sanitari, scolastici e giuridici. Le divergenze possono essere informative: una persona può funzionare diversamente nei vari contesti o le professioni possono osservare livelli differenti. È in questo spazio che la multiprofessionalità può diventare interprofessionalità (Caccamo, 2026)
Che cosa la scheda non è
La scheda è uno strumento professionale practice-based per strutturare osservazione, documentazione e progettazione. Non è un test psicometrico validato, non attribuisce diagnosi, non produce soglie automatiche di idoneità genitoriale e non sostituisce gli strumenti dell’Assistente Sociale, la valutazione psicologica o psichiatrica, le decisioni dell’Autorità Giudiziaria né il giudizio integrato dell’équipe.
Il suo ulteriore consolidamento richiede definizioni operative condivise, formazione degli utilizzatori, confronto tra osservatori e sperimentazione in servizi differenti. Esplicitare lo stato di sviluppo dello strumento è parte della responsabilità scientifica.
Valutare in prospettiva riabilitativa e sociale
Nella tutela minorile, la protezione del bambino richiede anche di interrogare le possibilità di intervento con i genitori (Cirillo, 2005). Un approccio centrato esclusivamente sul deficit può descrivere con accuratezza perché una famiglia non funziona senza precisare che cosa possa modificarsi; uno centrato soltanto sui bisogni può produrre sostituzioni prolungate senza verificare se aumentino le funzioni della persona. L’orientamento riabilitativo introduce una terza domanda: quali capacità possono essere recuperate o sviluppate, quali condizioni ambientali ne permettono l’esercizio e quale livello di partecipazione può essere realisticamente raggiunto?
Riabilitazione sociale non significa ricondurre le famiglie a un unico modello, ma lavorare sull’interazione tra competenze personali, relazioni, contesti di vita e opportunità di partecipazione, tenendo insieme sostegno e responsabilizzazione.
Il cambiamento assume allora una forma concreta: una madre che chiede aiuto prima della crisi; un padre che riconosce il segnale del figlio e modifica il proprio comportamento; due adulti che costruiscono una routine prevedibile; una rete che sostiene senza espropriare; un adolescente che non deve più regolare le emozioni del genitore. Sono microtrasformazioni che, se stabili e generalizzabili, modificano la qualità della protezione.
Nel dialogo con la griglia dei fattori di rischio e di protezione dell’Assistente Sociale, la valutazione educativa consente di passare dal “che cosa preoccupa” al “su che cosa e come è possibile lavorare”, senza attenuare la gravità e senza confondere la speranza professionale con l’ottimismo. La recuperabilità non viene presunta: viene esplorata attraverso risposte osservabili, tempi compatibili con il bambino, condizioni di sostegno e verifica degli esiti.
In tutela minori valutare è già intervenire, perché il modo in cui formuliamo una difficoltà delimita anche ciò che riteniamo trasformabile. Le osservazioni educative sul funzionamento quotidiano e sui cambiamenti possibili entrano nella valutazione multidimensionale insieme alla valutazione sociale e agli altri professionisti, nel rispetto delle competenze di ciascuno e delle decisioni dell’Autorità Giudiziaria. La collaborazione rende più completa la lettura della situazione e più verificabili gli interventi.