Confrontarsi con Bibbiano Due

Non è piacevole, ma è necessario


Cristiano Gori | 15 Aprile 2026

Se nel luglio scorso – quando la sentenza di un Tribunale ha smontato l’impianto accusatorio del processo di Bibbiano – mi avessero detto che nel giro di pochi mesi sarebbe esplosa una vicenda analoga, avrei risposto: “Impossibile. A Bibbiano abbiamo vinto noi, chi difende la legittimità della tutela minori”1.

Oggi

L’attualità è nota. Il caso “dei bambini nel bosco” riguarda una famiglia anglo-australiana che viveva in modo autosufficiente e isolato in un casolare nei boschi di Palmoli, in Abruzzo, con tre figli piccoli, senza acqua corrente, elettricità né inserimento nella scuola tradizionale. In seguito a una segnalazione ai servizi sociali, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto la sospensione della responsabilità genitoriale e l’allontanamento dei bambini, collocandoli in una comunità protetta per valutarne la situazione e garantire istruzione, salute e sicurezza. La vicenda ha acceso un ampio dibattito pubblico e politico – con forti critiche all’operato di giudici e servizi sociali – ed è tuttora in corso.

Ieri

Un meccanismo analogo si è verificato nel caso di Bibbiano, esploso nel 2019 attorno a un’indagine della Procura di Reggio Emilia su presunte irregolarità negli affidi familiari. Anche in quel caso, al di là delle specifiche contestazioni penali, la vicenda fu rapidamente trasformata nel simbolo di un sistema che “toglie i bambini” alle famiglie. Nello scorso luglio, come detto, questo durissimo attacco al sistema della tutela minorile e alla stessa legittimità dell’intervento pubblico si è infranto contro l’esito giudiziario.

Differenze? Nessuna

Le due vicende condividono lo stesso impianto. C’è un allontanamento disposto dall’autorità giudiziaria; segue una reazione veemente nel dibattito politico e mediatico, fondata sull’idea che l’allontanamento sia di per sé un errore o un abuso; quindi l’attacco all’intero sistema della tutela minorile – Tribunali per i minorenni, servizi sociali, affidi.

La differenza è solo temporale: il primo caso, esploso cinque anni fa, ha conosciuto un esito; il secondo è in corso. Non siamo dunque davanti a nulla di nuovo, bensì alla ripetizione degli stessi fenomeni in situazioni differenti. Il fatto che sia nato “Bibbiano Due” e che la sua comparsa sia così vicina alla chiusura di “Bibbiano Uno” è un elemento potente, da non sottovalutare.

Viene prima la persona o la famiglia?

Se lo schema si ripete, allora il punto non è il singolo caso. La questione è l’idea che abbiamo della società. La tutela minorile è il luogo in cui questa idea emerge con particolare nitidezza, perché qui si fronteggiano due visioni, su un terreno delicatissimo che tocca la sfera più intima della vita delle persone.

In ultima istanza, tutto dipende dalla risposta a una domanda: qual è l’unità di base della società, la famiglia o l’individuo?

Se viene prima la famiglia, i genitori sono i titolari quasi esclusivi delle decisioni sui figli. Lo Stato dovrebbe restare il più possibile fuori dalla porta. Se viene prima l’individuo, anche il minore è titolare di diritti propri. E lo Stato è legittimato – in casi estremi e regolati – a intervenire per tutelare i più deboli, anche dentro la famiglia.

Non è una questione tecnica. È una scelta culturale e politica, che precede le singole decisioni e le orienta. Finché questo dilemma resta implicito, ogni allontanamento rischia di diventare l’innesco di uno scontro in cui l’aggressività dei toni sostituisce il confronto sui contenuti.

Questa tensione non riguarda solo la tutela minorile. In forme diverse, attraversa l’intero sistema di welfare. Si ritrova, ad esempio, nel dibattito tra trasferimenti monetari e servizi alla persona. Nel primo caso, lo Stato riconosce un bisogno e affida alle famiglie le risorse per farvi fronte, attivando un sostegno economico senza entrare nelle loro dinamiche: è una logica che presuppone l’autonomia della famiglia. Nel secondo, invece, interviene più direttamente nella vita delle persone, organizzando risposte strutturate ai bisogni di cura, educazione e assistenza, assumendo un ruolo attivo nella definizione delle risposte. Anche qui si ripropone, in controluce, la stessa domanda: quanto è sufficiente la famiglia? E quando, invece, è necessario un intervento pubblico più diretto?

Non si tratta di ambiti sovrapponibili ma della riproposizione, in forme diverse, della stessa situazione. In entrambi i casi è in gioco il confine tra autonomia privata e responsabilità pubblica. Ed è su quel confine che si costruiscono – spesso senza dirlo esplicitamente – le diverse idee di società. È proprio quando questo conflitto resta sotto traccia che il dibattito pubblico tende a deformarlo.

Bibbiano Sette all’orizzonte

Nel conflitto implicito si inseriscono le dinamiche del dibattito pubblico, e ogni allontanamento rischia di trasformarsi nell’innesco di uno scontro in cui l’aggressività dei toni prende il posto del confronto sui contenuti.

In un contesto del genere, non sorprende che il conflitto tenda a riprodursi. Se questo è lo scenario, il rischio che si ripetano, passo dopo passo, dinamiche analoghe — fino a un possibile “Bibbiano Sette” — non è affatto remoto. Per quattro ragioni:

  • il sistema mediatico e comunicativo contemporaneo si alimenta di conflitto, critica permanente e denuncia. La lamentazione produce attenzione; l’attenzione produce visibilità;
  • il bersaglio più esposto di questa dinamica sono le istituzioni pubbliche, soprattutto quando esercitano poteri delicati e poco comprensibili all’opinione pubblica, come accade nel sistema di tutela minorile;
  • perché la critica funzioni, deve agganciarsi a qualcosa che colpisca emotivamente. E pochi temi mobilitano quanto l’idea che qualcuno possa “portare via i bambini”;
  • in un contesto in cui il peso degli elementi oggettivi e verificabili nel dibattito pubblico si indebolisce sempre di più, la complessità giuridica e tecnica scompare. Restano narrazioni semplici: un sistema che sbaglia, istituzioni che abusano, affidi che diventano sospetti per definizione.

Il sociale a voce bassa

Se il nucleo delle due vicende è simile, diversa è stata la reazione del mondo del sociale. Nel 2019, di fronte a Bibbiano, questo mondo reagì con forza: prese posizione, discusse, si espose pubblicamente. Oggi, davanti a una vicenda analoga, appare invece defilato, distante. È un elemento che merita di essere esplorato, perché carico di implicazioni. Ecco qualche possibile spiegazione.

Una prima ipotesi è quella dell’attesa: mantenere un profilo basso finché la tempesta non si esaurisce. Secondo questa lettura, esporsi significherebbe alimentare ulteriormente la polemica; meglio quindi sottrarsi, per ora, nella speranza che la pressione si attenui da sé. Il silenzio è, in questo caso, una scelta tattica e temporanea.

Una seconda ipotesi è la razionale assenza di aspettative. In parte collegata alla precedente, ma più fredda e radicale. Se, nonostante l’esito giudiziario di Bibbiano, nel giro di poco tempo, si riattivano dinamiche simili, qualcuno può chiedersi: a cosa serve intervenire nel dibattito pubblico? Cambia davvero qualcosa? Se la discussione collettiva appare impermeabile ai fatti e agli esiti giudiziari, l’investimento nel confronto pubblico può sembrare inutile. Il silenzio, allora, non è una scelta tattica, ma una valutazione di inefficacia più generale.

Una terza ipotesi è la saturazione. Molti hanno attraversato anni di dibattiti, polemiche, attacchi, dolore e delegittimazione legati a Bibbiano. È possibile che oggi prevalga semplicemente la stanchezza. La sensazione di aver già visto tutto, e di non avere più energie per ricominciare. Chi ha osservato da vicino quella stagione ha assistito a un accumulo di sofferenza, aggressività e fragilità argomentativa difficilmente sostenibile. Se questo è stato l’impatto per un osservatore esterno, è facile immaginare quanto più intenso sia stato per chi ne è stato direttamente coinvolto. In questa prospettiva, la reazione di chi pensa “Di nuovo? Non ce la faccio, tenetemi fuori” appare del tutto comprensibile.

Fuori dalla bolla

C’è però un modo per mettere alla prova questi ragionamenti. Quando mi sento incartato in pensieri senza sbocco, provo a uscire dalla mia bolla: quella di chi opera nel sociale e discute solo con altri addetti ai lavori. Ho raccontato la vicenda dei “bambini nel bosco” a tre commercianti amici del quartiere e ho chiesto cosa ne pensassero. La reazione è stata immediata e identica: «Allontanare un figlio dai genitori è terribile. Non si dovrebbe mai fare». Una risposta di pancia, comprensibile.

A quel punto ho messo sul tavolo due elementi. Il primo: in Italia il numero di minori allontanati dalla famiglia è più basso che in gran parte d’Europa (dati Ocse).

Paese

Minori allontanati dalla famiglia per 1.000 minori

Italia

0,34

Spagna

0,44

Regno Unito

0,71

Germania

1,08

Francia

1,26

I numeri raccontano una differenza profonda tra i Paesi europei. Non indicano solo quante volte si ricorre all’allontanamento, ma mostrano come, nella pratica, si risponda alla domanda posta sopra: se venga prima la famiglia o il minore come individuo titolare di diritti propri. Dove si attribuisce maggiore centralità ai diritti individuali del minore, lo Stato assume un ruolo più attivo nella protezione sociale e l’allontanamento dalla famiglia è uno strumento utilizzato con maggiore frequenza. Dove invece prevale una cultura più familista, come in Italia e in Spagna, si tende a intervenire mantenendo il minore nel nucleo d’origine il più a lungo possibile.

Non è una questione né tecnica né “ovvia”. È una questione di modello sociale: dietro quei numeri ci sono idee diverse su quanto lo Stato debba entrare nella vita delle famiglie.

C’è poi un secondo elemento. Nei principali Paesi europei, gli scandali più gravi non riguardano bambini sottratti ingiustamente alle famiglie, ma bambini che non sono stati allontanati in tempo, con conseguenze drammatiche — maltrattamenti, abusi, talvolta morti. In Italia, invece, i casi più discussi sono stati letti come esempi di interventi eccessivi o ingiustificati. Il focus non è sull’assenza dello Stato, ma sulla sua presunta invasività.

È una differenza che racconta due paure collettive opposte: altrove quella dell’abbandono, qui quella dell’ingerenza. Non sorprende. La tutela minorile è, in tutti i Paesi, l’ambito del welfare che più facilmente mobilita l’opinione pubblica: non c’è altro settore che concentri una tale densità di questioni eticamente sensibili — la protezione delle fragilità, i limiti dell’autorità pubblica, il confine tra famiglia e Stato.

Il confronto con dati ed esperienze ha inciso più di quanto mi aspettassi. Le posizioni non si sono ribaltate, ma hanno iniziato a spostarsi. Forse la lezione è semplice: dobbiamo parlare fuori, non solo tra di noi. Ripeterci che una narrazione è sbagliata serve a poco; occorre confrontarsi con chi quella narrazione la riceve. E farlo partendo dai fatti. Non per spegnere l’emozione, ma per renderla più consapevole. I dati non eliminano la pancia, ma la costringono a misurarsi con la realtà.

Non è una scoperta straordinaria. D’altra parte, in molti ambiti del welfare sappiamo cosa andrebbe fatto; il difficile è farlo con continuità, anche quando esporsi costa fatica e conflitto. Anche perché non si scappa: se non presidiamo noi questo spazio pubblico, lo faranno altri. E non sarà per promuovere gli ideali nei quali crediamo.

  1. Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata su Vita.it, 11 marzo 2026.