Quello che è accaduto in diverse città italiane nelle scorse settimane ci riguarda, ci dovrebbe far pensare.
Come Koinè, cooperativa sociale che ogni giorno lavora con bambini, adolescenti, giovani e famiglie, sentiamo la responsabilità di porci una domanda: che cosa non abbiamo visto? E come possiamo imparare a guardare diversamente?
Non vogliamo attribuire spiegazioni semplici a fatti complessi, né ricondurre singoli episodi a una sola causa. Ma questo non significa rinunciare a interrogarci sulle condizioni in cui il disagio cresce. Disuguaglianze, esclusione, mancanza di opportunità, fragilità dei luoghi di aggregazione e degli spazi di ascolto sono temi di cui una comunità deve farsi carico. Comprenderne le radici non significa giustificare la violenza; significa assumersi la responsabilità di prevenirla. Il lavoro quotidiano nei servizi ci insegna che prevenire vuol dire costruire condizioni in cui ragazze e ragazzi possano trovare opportunità, legami, ascolto, occasioni di partecipazione e adulti capaci di esserci.
Quello che non abbiamo visto
Siamo di fronte a una sofferenza giovanile diffusa che troppo spesso abbiamo sottovalutato, ignorato o ascoltato troppo poco. Le ragazze e i ragazzi di oggi vivono un tempo attraversato da paure e incertezze che molte generazioni adulte non hanno conosciuto. L’adolescenza, come fase evolutiva della vita, rappresenta già di per sé una sorta di terra straniera, sconosciuta da chi la abita e da chi la guarda. Mi piace provare ad osservare così chi vive questo periodo della vita, in particolare in questo momento storico, in cui una delle questioni più evidenti ed emergenti è la fatica ad immaginare un futuro. Molti dei ragazzi e delle ragazze che incontriamo ci raccontano della sfiducia, della paura, dell’angoscia che provano di fronte all’incertezza che il mondo in cui viviamo continuamente mette loro di fronte. Potrebbero andare in guerra? Cosa è giusto, sbagliato, tollerabile, se persino delle regole di diritto internazionale non vengono più rispettate? Che anni vivremo visto che le temperature continueranno ad aumentare? E soprattutto: perché nessuno, o quasi, fa qualcosa? L’impotenza genera angoscia e frustrazione, porta a chiudersi in camera o a cercare vie di fuga che paradossalmente sembrano l’unica saggia possibilità. E chi vive in condizioni di vulnerabilità, di grande fatica, di povertà di vario tipo, esprime il suo malessere con la rabbia, con gli impulsi che nel gruppo prendono il sopravvento.
Se guardiamo diversamente, se allarghiamo il nostro sguardo, andando oltre i singoli fatti che leggiamo sui giornali, non è difficile comprendere cosa sta accadendo. Gianni Rodari diceva che per essere liberi è necessario conoscere. Allora una delle cose che possiamo fare, come adulti disposti a fermarsi e ad ascoltare, è conoscere, per prima cosa essendo consapevoli delle caratteristiche di un essere umano che vive il periodo adolescenziale: la corteccia pre-frontale non è ancora sviluppata ed è difficile saper regolare gli impulsi. Semplifico, ma questi sono i punti da cui partire per non intrappolarci in visioni lontane dal piano di realtà. Consapevoli di questo, poi possiamo affacciarci ad esplorare quella terra straniera, che ha un’altra lingua, altre culture, altre idee, altre prospettive che noi prevalentemente non abbiamo vissuto. Anche chi si occupa di cura e di educazione utilizza categorie, teorie e paradigmi troppo vecchi per guardare gli adolescenti di oggi. Quei riferimenti che abbiamo, almeno in parte, non vanno più bene. È come non avere una mappa per orientarsi e, paradossalmente, la stessa mappa manca anche a chi abita quei territori. Le mappe, però, si possono disegnare, esplorando, meglio se non da soli, cercando punti di riferimento, utilizzando bussole e binocoli senza troppa paura. È solo una terra da scoprire, a volte impervia e buia, che lascia senza fiato, piena di dolore, rancore, ma anche di tenerezza. Quelle terre sono parte di noi umani e meritano di essere un po’ decifrate, con la certezza che non si potrà mai farlo del tutto. Se non disegniamo nuove mappe, rischiamo di sentirci solo impreparati ed è facile cercare rifugio in stereotipi o spiegazioni semplicistiche che rassicurano, ma non aiutano a comprendere.
Scegliere di applicare continue misure restrittive è il modo più lontano per avvicinarci a quella terra straniera e per provare a capire cosa si sta muovendo tra gli adolescenti e i giovani di oggi. Punire non serve, visto che ci troviamo di fronte a un disagio profondo, collettivo, che si muove rapidamente e che, come abbiamo visto, può esplodere in forme violente. Negli scorsi giorni un ragazzo mi ha citato questo passo di Marracash “più che un periodo, è sbagliata la direzione”. Ascoltare ciò che pensano, sentono e vedono i giovani, anche attraverso la musica che ascoltano, può essere utile a noi adulti che facciamo fatica ad essere tali, perché sembriamo (in molti) indifferenti a quello che sentono. E se non fosse davvero solo un periodo il problema, se la questione che spaventa, che manda in allarme, che fa arrabbiare, fosse il fatto che non c’è una direzione visibile e buona per chi è giovane?
Tante terre e tante culture
Le proteste avvenute negli scorsi giorni in diverse città italiane hanno preso varie forme: i giornali e i politici hanno parlato di “maranza” che distruggono tutto, ma anche di manifestazioni pacifiche. Quando guardiamo, è importante tentare di tenere insieme la complessità che abbiamo di fronte, senza rischiose derive di separazione e definizione. Per prima cosa, ci sono tanti adolescenti e giovani che si sono arrabbiati e che stanno dicendo con forza che ciò che vivono non va bene. Che questo mondo, per come lo incontrano, non va bene. Non è forse, almeno in parte, una buona notizia? A noi adulti piace o convince, questo mondo occidentale che abbiamo costruito? Se poi ci spingiamo oltre e ci chiediamo chi sono, ancora di più occorre prestare attenzione alle categorie: i maranza, gli hikikomori, gli indifferenti, i sensibili, quelli che lottano, gli ansiosi. Ecco, le terre, le lingue e le esperienze che gli adolescenti attraversano sono diverse, sono tante, hanno alcune caratteristiche in comune, ma i paesaggi (anche della psiche) sono variegati e tutti hanno motivo di esistere.
Ho ascoltato di recente Umberto Galimberti che sosteneva due cose: la prima è che queste proteste continueranno, la seconda è che proseguiranno perché il ribellismo che osserviamo è frutto di una visione nichilista del futuro. Tanti ragazzi e ragazze si muovono esprimendo la loro rabbia anche con la violenza come unico modo nelle loro possibilità di dire che esserci e stare così a loro non va bene. Cercare significati, non significa giustificare la violenza. Se si vuole, però, prevenire, occorre fare questa operazione, che è l’unica diversa dalla repressione, che può portare cambiamento. Secondo Heidegger (1955)1,
non serve a niente mettere il nichilismo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa, ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia.
Galimberti, in uno dei suoi libri, definisce “inquietante” questo ospite. È inquietante non avere prospettive, non aver più così chiaro cosa è giusto e sbagliato, vivere in un tempo in cui ti viene raccontato che “se vuoi, puoi”, ma è una menzogna. È inquietante vivere e vedere le tante, enormi diseguaglianze, ma anche essere cresciuti protetti, con tante attenzioni, per poi ritrovarsi con grande fatica a vivere normali frustrazioni della vita senza avere gli strumenti per affrontarle. È inquietante far fatica a sognare, perché che senso ha?
Ecco, qui di seguito alcuni stralci di una canzone di Madame che si intitola “Volevo capire”:
Ti chiedi mai chi sei senza quello che fai?
Ti chiedi mai se sei solo quello che fai?
Non mi voleva bene nessuno (no)
Forse l’affetto è un bene di lusso
Cos’ho comprato e cos’è venuto da sé
Mi è arrivato tutto ad un certo punto
Dicono di non avermi visto, ma
Ho fatto di più per essere vista(…)
Volevo capire chi mi amasse davvero
Volevo capire quanto contano i soldi
Volevo sapere se valessi qualcosa
Volevo capire io davvero chi fossi
Volevo sapere tutta la verità
Volevo capire quanto contano i sogni
Volevo sapere se valessi qualcosa
Senza amore, senza status, senza i miei soldi
A volte, per conoscere qualcosa che accade e chi abbiamo di fronte, basta semplicemente ascoltare, anche la musica che si infila nelle loro orecchie.
Un’altra postura adulta
Di fronte a ciò che ci spaventa, che conosciamo poco e che forse non abbiamo ascoltato abbastanza, possiamo anzitutto fermarci. Lasciarci interrogare da quella rabbia, da quella violenza, provare a comprenderne il significato, discuterne insieme, conoscere prima di giudicare. Infatti, mentre condanniamo ogni forma di violenza, dovremmo anche interrogarci sulla violenza che quotidianamente attraversa il mondo che consegniamo agli adolescenti e ai giovani che ci osservano e che dovrebbero poter trovare negli adulti un punto di riferimento. Stanno crescendo in un tempo segnato da guerre, crisi climatiche, genocidi, disuguaglianze crescenti e da un sentimento diffuso di incertezza. C’è violenza dappertutto. Qualcuno dice che l’infanzia e l’adolescenza ci mostrano lo stato di salute degli adulti. Non è questo che dobbiamo guardare ora? Ho imparato che la violenza, così come la paura, o tutte quelle che consideriamo parti “brutte” e pericolose degli umani, sono dentro ciascuno di noi. Ma il problema non è la loro presenza, il problema è quando prendono il sopravvento, quando sono normalizzate, quando ci guidano perché altro è mancato o non è stato nutrito. Forse ora sta avvenendo questo. I bambini lo sentono e iniziano ad avere paura e ansia sempre prima, i ragazzi lo urlano a loro modo. Tutti loro hanno un cervello non ancora completamente sviluppato, ma sono più sensibili di noi. Anche quando sono “sdraiati”, anestetizzati, quando si chiudono, quando scappano.
Troppo spesso abbiamo liquidato questa sofferenza come fragilità individuale, come il segno di una generazione che avrebbe avuto troppo. Così il disagio è rimasto invisibile. Oggi, invece, è sotto gli occhi di tutti. Inquieta, spaventa, richiama l’attenzione. Ma spesso è il volto della disperazione. Ursula K. Le Guin (2014)2 ha scritto che “La rabbia è uno strumento utile, direi indispensabile, per motivare la resistenza all’ingiustizia. Vive e prospera sulla ricerca ostinata della giustizia”. Questa visione diversa della rabbia ci aiuta a vedere un altro significato, non certamente a giustificare i suoi effetti distruttivi. Può essere un motore se viene ascoltata e riconosciuta, se le si dà voce per far emergere il desiderio di cambiare. Guardare diversamente significa anche costruire culture diverse da quella della violenza. Significa imparare, insieme, a riconoscere e ad attraversare la rabbia senza trasformarla in distruzione. Significa allenarci a dare parole, relazioni e possibilità a ciò che altrimenti rischia di esplodere.
Invece di una politica della paura, che è quella che viviamo prevalentemente in questo tempo, ci servirebbe una politica della speranza, in cui si progettano e si realizzano piccole azioni possibili, concrete, a breve termine, sui territori, nelle scuole. Politica della speranza vuol dire anche attenzione al linguaggio, alle parole che usiamo nelle relazioni, nei luoghi che abitiamo. Eugenio Borgna nel suo piccolo testo Responsabilità e speranza (Einaudi, 2016) scrive così: ”Al di là di ogni nostra intenzione, siamo sempre responsabili delle parole che diciamo, delle parole che scriviamo, delle parole che non diciamo, e che dovremmo invece dire. Sì, le parole nascono e muoiono senza fine, ed è così facile, ed è così frequente, che sulla scia di leggerezze e di dimenticanze, di disattenzioni anche involontarie, si parli senza valutare le conseguenze delle nostre parole”.
Praticare delle politiche di speranza significa anche immaginare degli orizzonti di cambiamento pratici, visibili, anche minuscoli, lo dice bene Franco Marcoaldi nel suo libro La disperanza (Einaudi, 2026):
Forse allora, più che inseguire le fantasie di un improbabile nuovo mondo votato al Bene, bisognerebbe concentrarsi sul possibile contenimento del Male. Per incepparne il meccanismo perverso in direzione di una società appena appena più giusta, amichevole, decente. Bisognerebbe quindi concentrarsi su azioni piccole, quotidiane, concrete, che ciascuno può mettere in atto. Lo so, è difficile, difficilissimo individuarle, ma di una cosa sono sicuro… Che se il senso di estraneità e insofferenza rispetto alla nostra società è diffuso, comune, comune allora dev’essere anche il sentimento di rivolta. Che può manifestarsi nelle situazioni più inaspettate e imprevedibili. Non era proprio quello che sosteneva Camus (…)?
Se investissimo energie, pensieri e risorse in questa direzione? Non sarebbe forse una delle alternative più necessarie e più urgenti che abbiamo davanti?