Com’è andata? Programmare senza valutare


Sergio Pasquinelli | 23 Febbraio 2026

Com’è andata? Questa semplice domanda si pone di rado – molto di rado – nei piani, nei programmi e pure nella maggior parte dei progetti che riguardano il welfare sociale. Nessuno di essi nasce dal nulla, hanno tutti un qualche retroterra, una storia da cui provengono, delle radici da cui nascono: piani precedenti, progetti simili già realizzati. Anche il disegno più immaginifico prende spunto da qualcosa. Eppure, nella grande maggioranza dei casi, ciò che è avvenuto prima non viene considerato, togliendo profondità allo sguardo.

È mai possibile che, dopo un’infinità di convegni, dibattiti e una letteratura sterminata sull’importanza della valutazione, non si parta da una considerazione attenta di quanto hanno prodotto i piani e i progetti passati? Il pregresso sembra riguardare qualcosa di lontano che non merita attenzione, anzi distrae. Si guarda avanti, si tira dritto.

Due casi: il “Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024-2026”, pubblicato a maggio dell’anno scorso (a metà del periodo di vigenza), e il “Terzo Piano d’azione per i diritti delle persone con disabilità” approvato a dicembre dall’Osservatorio nazionale disabilità. Nessuno di loro fa menzione dei piani che li hanno preceduti. Eppure, com’è intuibile, i molti temi trattati ne avrebbero di ragioni per essere valutati in chiave evolutiva: quali obiettivi sono stati raggiunti? Quali invece no, o in parte? Perché? Viene presentato un profluvio di azioni, linee di intervento, livelli essenziali – per carità – tutti condivisibili, ma senza un comprensibile ordine di priorità, e senza evidenze su quanto sia davvero realizzabile, concretamente realizzabile. Piani che vanno in continuità rispetto a quelli precedenti, senza marcare una progressione ma riproponendosi come atti che si aggiungono uno dopo l’altro.

Non parlo solo della verifica di quanto è stato fatto (che già sarebbe molto, svolto in modo sistematico). Il Piano povertà, che fa parte del Piano sociale, riprende i dati di monitoraggio del Reddito di cittadinanza prima, e ora dell’Assegno di inclusione (grazie alla piattaforma GePI). Ma senza una valutazione puntuale degli effetti prodotti, e dei processi attraverso i quali questi sono stati raggiunti, ci si affida al buon senso, all’idea che più si fa meglio è, che l’utilità corrisponda alla capienza. Occorre alzare lo sguardo dalla pura descrizione che si erge a spiegazione. Considerare di più e meglio quanto è successo, che cosa è servito e cosa no, aiuterebbe a rendere ogni piano più credibile.

Un passato che si dissolve nel silenzio genera un futuro povero di promesse. Il Piano disabilità per esempio tratta l’inclusione lavorativa e il collocamento mirato, un tema con una lunga storia alle spalle: possibile che non si consideri quanto raggiunto finora, le molte criticità ancora presenti, raccontate bene da Giovanni Ferrero qui, i ritardi, e le conseguenti azioni necessarie? Su Vita indipendente, Dopo di noi, sostegni all’autonomia lo stesso piano non spende una parola sulla strada percorsa finora. Salvo poi, su questi stessi temi, stabilire un “indicatore di risultato”, un’espressione per cui ci si aspetterebbe di leggere le ricadute previste per il cittadino, qualcosa di tangibile. Invece no, l’indicatore di risultato (uno solo) è, testualmente, la “presenza nelle Linee di indirizzo nazionale di istruzioni tecniche e formule applicative in tema di soluzioni per l’abitare in autonomia”. Siamo ai piani che rinviano ad altri piani, ad altri atti, nell’apogeo dell’autoreferenzialità.

Troppo spesso manca un prerequisito: un contesto che dia valore al raggiungimento di determinati obiettivi (di merito, non solo di spesa). Un contesto che dia all’atto di valutare un senso non astratto. Fra pochi mesi si conclude il Pnrr, una buona occasione per chiedersi com’è andata in questi quattro anni, per apprendere da questa esperienza: quali dinamiche ha innescato, quali contenuti ha generato, quali eredità lascerà? Per arrivare a delle risposte plausibili si dovranno incrociare sguardi diversi, tra territori che dopo anni di lavoro in solitudine potrebbero iniziare a parlarsi, confrontando soluzioni variabili a problemi comuni, nuove geografie di relazioni e di processi, che tenacemente si vuole mantenere, e magari far crescere. Sono molte le domande aperte. Le si vorrà affrontare?