Fuorilegge del sociale


Gianfranco Marocchi | 12 Ottobre 2018

Con lo scritto del nostro redattore che qui pubblichiamo vogliamo sollecitare altri interventi che, a partire dal caso di Mimmo Lucano – sindaco di Riace – e di altre esperienze (alcune anche qui richiamate), entrino nel merito dei possibili conflitti fra istanze etiche e innovative e vincoli normativi che ne impediscono o ne ritardano con gravi danni l’assunzione e il perseguimento con azioni concrete, e non solo approvazioni verbali. Il tema è passato anche sui media, spesso purtroppo in modo partigiano e strumentale. Vale la pena quindi di trattarlo in modo ragionato, confrontando le diverse posizioni che in merito si possono assumere. La parola ai lettori per articoli o anche solo commenti.

 

Vi è una lettura di quanto accaduto al sindaco di Riace Mimmo Lucano – protagonista di una esperienza di accoglienza apprezzata in tutto il mondo e ora sottoposto ad arresti domiciliari – che viene abbastanza facilmente in mente all’operatore sociale: un Governo rabbiosamente razzista, che fa della paura dell’immigrato una delle proprie principali fonti di consenso, si vendica contro un caso simbolo dell’accoglienza buona e sostenibile. E in effetti il Governo ci mette del suo, nel rafforzare questa ipotesi, nella misura in cui si lascia andare a commenti sbeffaggianti (“Voglio vedere ora cosa diranno Saviano e i buonisti”, dice Salvini) o fuori luogo (“Sono contento che il governo del cambiamento abbia dichiarato guerra al business dell’immigrazione”, Sibilia dei Cinque Stelle, in un caso peraltro in cui sono esplicitamente state negate ipotesi accusatorie che implichino un arricchimento personale delle persone indagate).

Ma, a ben vedere, il problema è più ampio e merita qualche riflessione ulteriore, sia perché, nel caso specifico, le inchieste erano partite ben prima dell’insediamento dell’attuale maggioranza (già nel 2017), sia perché, a parte gli aspetti penali, l’attacco da parte delle istituzioni all’esperienza di Riace era già in corso, se si pensa che questa estate il sindaco Lucano aveva intrapreso uno sciopero della fame perché il Ministero e la Prefettura avevano da tempo interrotto i finanziamenti per irregolarità amministrative.

 

Certamente è possibile immaginare che vi sia una sorta di “compiacenza” dei magistrati e dei funzionari pubblici alle forze di Governo, per mettere sotto una lente speciale i servizi rivolti a migranti; è di pochi giorni fa ad esempio la notizia che il Comune di Pistoia, governato da una coalizione di centro destra, abbia chiuso il centro di accoglienza di Don Biancalani, persona molto impegnata sul fronte dell’accoglienza ai migranti e già oggetto di attacchi da parte del Ministro Salvini, poiché alcune strutture, in particolare per quanto è dato di sapere, la cucina e la caldaia, non rispettavano talune norme di sicurezza. Nei giorni scorsi, in aggiunta lo stesso Don Biancalani è stato indagato con l’accusa di avere pubblicato sui social delle fotografie delle attività di accoglienza in cui sono riconoscibili i volti di alcuni richiedenti asilo, senza avere avuto la loro preventiva autorizzazione.

Ma anche questa lettura sarebbe comunque parziale, perché non sono solo coloro che operano a favore dei migranti ad essere a rischio di illegalità. E non ci si riferisce certo ai casi, come Mafia capitale, di azioni spregiudicate che mascherano sotto finalità sociali intenti lucrativi, al contrario! Facciamo alcuni esempi.

 

Diversi media avevano riportato in termini entusiastici (“piccolo miracolo calabro”) la vicenda di un gruppo di medici che hanno dato vita ad un centro di medicina solidale che ha prestato dal 2010 al 2017 cure completamente gratuite a trentamila persone (1 e 2); ma il 30 novembre 2017 il Centro è stato chiuso d’autorità per la mancanza di autorizzazione sanitaria (peraltro, a quanto è dato di sapere, richiesta dagli interessati e in attesa quindi di rilascio) e i protagonisti dell’esperienza sono stati ringraziati dalle istituzioni per il lavoro svolto con una multa di 20 mila euro.

 

Autorizzazioni e norme di sicurezza non sono certo le uniche insidie per le più meritevoli iniziative di solidarietà.  Il recupero con finalità sociali di immobili pubblici inutilizzati e in via di degrado come l’ex asilo Filangieri grazie all’impegno di cittadini e associazioni a Napoli era stato oggetto di diffuso apprezzamento, sia per il risultato conseguito, sia per i processi partecipativi che ne stavano alla base. Bene, anche qui vi è il rovescio della medaglia: la magistratura ha aperto delle inchieste sulle modalità di concessione di tali spazi da parte del Comune, ritenute non rispettose delle normative sull’evidenza pubblica e portatrici di un danno erariale, dal momento che il Comune non ha preteso corrispettivi. Un evidente capovolgimento del buon senso, dal momento che quando i cittadini recuperano un bene comune creano un evidente vantaggio rispetto alla preesistente situazione di sfascio e degrado, ma tant’è…

 

In altri casi, la censura è preventiva. A partire dalla promulgazione del Decreto Minniti sono decine le manifestazioni di aggregazione che sono state annullate perché non sarebbe stato possibile realizzarle in condizioni di legalità, stanti gli obblighi connessi alla prevenzione di rischi di terrorismo. In generale non si contano le iniziative basate sull’impegno informale e diffuso della società civile che rappresentano violazioni dell’una o dell’altra norma di legge.

Di qui due riflessioni.

 

La prima riguarda il nostro sistema giuridico. È singolare che, a fronte di questi fatti, nessuno si interroghi sul fatto che le leggi siano effettivamente giuste e che manchi la capacità di inquadrare nel modo corretto istanze solidaristiche che producono benefici (e non danni) per tutti i cittadini. Che le violazioni siano inconsapevoli e legate all’onerosità e irragionevolezza dei requisiti da adempiere (soprattutto quando siano applicati a contesti prevalentemente informali) o, come nel caso di Mimmo Lucano, siano consapevolmente messe in atto per superare ostacoli normativi che precludono o limitano la possibilità di svolgere azioni di interesse generale, il problema va posto (sviluppo ulteriormente questi ragionamenti nell’articolo Comunità Vs IperRegolazione: la sfida è aperta). Se il sindaco Lucano si è trovato più volte ad affermare la superiorità delle ragioni dell’equità e della giustizia rispetto alla legge, dobbiamo interrogarci profondamente sui motivi che portano la legge a confliggere con altre istanze eticamente più alte. E, come già prima richiamato, quelle di Lucano non erano parole a sproposito, se si considera che da mesi il comune di Riace non riceveva le risorse dovute in quanto ciò che per tutto il resto del mondo era merito, innovazione ed eccellenza, per la legge italiana erano atti fortemente sospetti e potenzialmente censurabili.

Probabilmente chi sbaglia non sono né coloro che violano le leggi, né coloro che hanno il compito di farle applicare: ad essere tragicamente sbagliate sono proprio le leggi, costruite anno dopo anno da governi di colori politici diversi, sempre presentate come forme di tutela sempre più alta di interessi pubblici, ma nella sostanza completamente irragionevoli e contrarie all’interesse generale.

 

La seconda considerazione riguarda la classe dirigente del nostro Paese. Il fatto che persone di grande valore, oggi riconosciute come punti di rifermento della nostra coscienza civile, abbiano avuto guai con la legge è cosa nota. Lorenzo Milani riuscì forse a salvarsi dalla condanna in appello per apologia di reato solo grazie al fatto di essere deceduto prima della sentenza. Ma quello che stupisce è invece, in tutti questi casi, un atteggiamento burocratico e timoroso di chi ha un ruolo guida sia a livello politico che intellettuale (con alcune lodevoli eccezioni come Roberto Saviano): non ci si espone, perché in fondo, se c’è una legge che certi comportamenti li vieta, va rispettata. E’ come dire che è colpa di chi mette in atto comportamenti solidali, se non è stato abbastanza accorto da fare le cose per bene, rispettando tutte le norme, e che così facendo è normale che vada incontro alle conseguenze previste.

 

Quando Danilo Dolci finì sotto processo per avere organizzato lo “Sciopero alla rovescia”, si impegnò a difenderlo un padre costituente del calibro di Piero Calamandrei. Oggi, Mimmo Lucano, i medici calabresi, le associazioni napoletane, il prete toscano che accoglie migranti, chi troveranno a difenderli?