Ricordando Flavia Franzoni


Daniela Oliva | 12 Luglio 2023

È passato più di un mese da quando “la Flavia” come la chiamavano quelli che, per qualche ragione, la conoscevano, non abita più qui, in centro a Bologna. Notazione non inutile, sempre per quelli che la conoscevano, perché amava moltissimo Bologna e  “il centro”. In centro c’era la sua casa e l’Iress – Istituto regionale emiliano-romagnolo per i servizi sociali e sanitari, la ricerca applicata e la formazione.

Flavia ha insegnato Organizzazione dei servizi sociali e Metodi e tecniche dei servizi sociali per tanti anni all’Università di Bologna, dopo anni di docenza alla Scuola superiore di Servizio sociale di Verona – oggi divenuta Laurea triennale in Servizio sociale dell’Università di Verona. Ma, ancora prima, insegnava Politica dei servizi sociali alla Scuola di Servizio sociale Iress di Bologna, poi divenuta la società cooperativa che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento importante a livello nazionale. Ed è qui che ho conosciuto Flavia, assoldata all’Iress insieme ad un gruppetto di aspiranti ricercatori, ancora impelagata in un’ambiziosa tesi di laurea (ma con tutti gli esami fatti! come andavo puntigliosamente precisando). All’epoca Flavia era direttrice di ricerca, poi è stata per vari anni presidente, ma non è questo che mi preme ricordare: in questi giorni molto è stato detto sulla sua carriera e sui suoi meriti professionali e non credo di poter aggiungere qualcosa di nuovo. All’Iress sono rimasta per vari anni, prima di orientare il mio interesse professionale verso altri ambiti di studio, che mi hanno fatto approdare, definitivamente, all’IRS, dove ho maturato la mia esperienza professionale e di cui mi onoro, oggi, di essere presidente.

Dunque, la prima cosa che ho imparato all’Iress, è che la Flavia aveva un cognome tutto suo e che era meglio scordarsi quello del marito che, confesso, a noi giovani leve un po’ impressionava. E questo è il primo dei segni distintivi del suo stile: pur non essendo certo nota per essere una paladina della rivolta femminista, con solo questa pretesa di essere chiamata con il suo nome e cognome, affermava e testimoniava l’esercizio di un diritto ben più di tante prese di posizione spesso non seguite dai fatti.

Un altro tratto distintivo della Flavia era che non sembrava affatto esercitare alcun potere su di noi: era una professoressa, era la nostra capa, eppure non ricordo momenti in cui questo ruolo apparisse chiaro e invasivo. Ricordo che parlava con generosità, trattava le questioni del momento, spiegava il suo punto di vista, non lesinando parole e aspettandosi che l’interlocutore reagisse con altrettanta generosità di parole, cosa che puntualmente avveniva (certamente da parte mia). Alla fine ovviamente si affermava il suo punto di vista, ma solo perché noi (io) ci eravamo convinti della sua posizione che era diventata la nostra e, quindi, era la nostra posizione che passava. Insomma, non stava “sopra” di noi, ma “accanto a noi”. Eravamo giovani, inesperti, e un po’ troppo sicuri di noi stessi.

Al tempo forse non mi sono resa completamente conto degli effetti che “la parola” e “l’accompagnamento” piuttosto che l’esercizio di autorità poteva avere su di me, su di noi, sulla nostra autostima professionale, sulla nostra capacità di apprendimento. Ancora oggi non saprei dire con certezza se questa sua capacità era “mestiere” come si suol dire, oppure era proprio capacità di far vedere le cose, all’interlocutore di turno, con occhiali diversi. Propenderei per questa seconda ipotesi, perché molti anni dopo, in occasione del primo Piano strategico metropolitano, mi sono ritrovata a lavorare con la Flavia e, ancora una volta, ho avuto modo di imparare qualcosa di importante. All’epoca ero nel comitato scientifico per la redazione del Piano strategico metropolitano e coordinavo il Tavolo Benessere e coesione sociale. Era la prima esperienza in Italia, ideata in previsione del nuovo avvio delle Città metropolitane e c’era molta attenzione al tema dell’innovazione nei diversi ambiti trattati e, dunque, nel mio caso, al tema dell’innovazione sociale. La Flavia presentò un progetto sul lavoro di comunità che mi lasciò perplessa: del lavoro di comunità si parlava da decenni, cosa c’era di innovativo? Anche dal punto di vista del metodo e degli strumenti, non mi pareva venissero proposte soluzioni particolarmente innovative. Convocai un incontro per parlare del progetto, con la convinzione di fondo che non fosse coerente con la mission del Piano strategico che stavamo cercando di costruire attraverso un importante e ampio processo partecipativo. L’incontro andò più o meno come andavano gli incontri all’Iress: lei cominciò a parlare appassionatamente del progetto e concluse le sue argomentazioni con una frase che più o meno suonava così:

Può darsi che non sia un’idea innovativa, ma in questi anni non siamo mai riusciti a fare un lavoro di comunità e ce n’è ancora molto bisogno. E quanto ai metodi, credo che non si possa prescindere dal parlare con gli operatori e sostenerli nel loro lavoro.

Fino a quel momento non mi si era presentata la necessità di scegliere: si rispondeva ai bisogni della collettività e del sistema da un lato e, parallelamente, si cercava di trovare nuove strade per affrontare le sempre più complesse sfide di un sistema di welfare che andava ampliando la sua sfera di azione. Sono uscita dall’incontro con la convinzione che, dovendo proprio scegliere, avrei sacrificato l’innovazione ai bisogni. È un principio che ho continuato a seguire e seguo ancora oggi.

Quando ripenso a quell’episodio, mi pare ovvio tutto quanto: se dovessi raffigurarmi questa posizione della Flavia, la vedrei appoggiata fermamente ad una porta, per tenerla ben aperta, così che ognuno potesse vedere non solo dentro e fuori, passato e futuro, ma anche quella scomoda posizione del “presente”. E questo è un altro tratto distintivo della Flavia, la sua attenzione costante e instancabile ai bisogni e alla comunità: degli operatori, dei cittadini, della parrocchia, del vicinato. Qualsiasi comunità, perché era attenzione alle persone, ai loro vissuti, alle loro percezioni, a quelli che genericamente chiamiamo bisogni, ma che lei evidentemente aveva la capacità di identificare con un po’ più di precisione rispetto ad altri colleghi che si occupavano e si occupano della stessa materia. Insomma, un’attenzione “al presente”, ma conoscendo bene il passato e sapendo che si sta lavorando per il futuro.

Uno dei progetti più recenti ai quali ha lavorato e che era assolutamente ovvio che fosse stato ideato dalla Flavia è stato “Memorie vive” realizzato congiuntamente dall’Istituzione G. F. Minguzzi della Città Metropolitana di Bologna, dall’Iress e dal Comune di Bologna. Un progetto che ha analizzato la storia dei servizi sociali e delle politiche sociali del territorio bolognese a partire dagli anni ’70 in cui cominciò la costruzione del nuovo sistema di servizi alla persona sociali, sanitari ed educativi per la realizzazione di un “welfare dei diritti” che culminarono con l’Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 e, vari anni più tardi, con la legge di riforma del sistema dei sevizi sociali (L.N.328/2000) che codificava, quantomeno sul piano teorico, un “welfare municipale e comunitario”. Un progetto realizzato non solo raccogliendo documentazione, ma testimonianze dirette attraverso interviste agli operatori del tempo. Un progetto che collegava il passato alla realtà del presente immaginando un futuro possibile.

Al tempo, come oggi, non direi che la Flavia è stata “la mia maestra”. Non l’ho mai percepita come quella che ha segnato la mia vita professionale. Direi, piuttosto, che è stata una costante fonte di apprendimento. Dopo aver lasciato l’Iress abbiamo continuato a incrociarci, non solo “in centro” dove scambiavamo per strada rapide battute, ma in vari contesti professionali, a volte anche in competizione. E ho sempre cercato di capire “cosa pensava la Flavia” in merito alle questioni del momento, perché sapevo che aveva occhiali diversi dai miei. A volte non vedevo quello che vedeva lei, neanche dopo le sue arringhe generose, ma non è difficile intuire l’importanza, per chi fa ricerca, di poter avere a disposizione tanti occhiali diversi. Quelli della Flavia ci mancheranno, così come ci mancherà qualcuno che tenga la porta aperta. Perché, in questa sua ferma convinzione di cercare di vedere tutto l’insieme, un altro tratto distintivo della Flavia è che sosteneva che bisogna sempre arrivare alla soluzione di un conflitto, ad una mediazione insomma. Che parlare serve a questo e serve sempre, e non ci sono metodi innovativi che tengano.


Commenti

Ricordo la Prof. Franzoni con gratitudine e riconoscenza. Sono stato suo allievo come suo studente del Corso di Laurea per Assistenti Sociali presso la Facoltà di Scienze Politiche a Bologna negli anni 1998-2002.
Ricordo la sua semplicità anche nell’abbigliamento, la sua bicicletta “scassata, la sua passione nelle discipline che insegnava. Una donna di grande valore davvero.

Grazie

Mi piacerebbe che facessimo una iniziativa in autunno quando ritorniamo alla vita quotidiana in ricordo di Flavia!

Sono stata studentessa della Prof.ssa Franzoni agli inizi degli anni 7o, all’IRESS e tutto cio’ che di lei si dice nell’articolo in qualche modo é stato rilevatore!Ho trascorso tutta la mia vita professionale operando come Assistente Sociale e sì, l’insegnamento é stato così profondo che mai mi é venuto in mente di non cercare di essere attenta al presente, alle persone, ai bisogni concreti..grazie di aver così bene espresso l’intelletualità della Flavia!