Tutelare le “famiglie vedove”

Le difficoltà delle famiglie che affrontano la perdita precoce di un genitore


A cura di Alessandra Pernetti | 30 Gennaio 2024

Quando e come è nata la vostra associazione e di cosa si occupa?

Sabrina: L’associazione si chiama Una Buona Idea FaVOr e nasce ufficialmente nel 2020 da un gruppo di vedovi/e già attivi dal 2016 come cittadini, proprio con l’intento di dare voce alle famiglie che sono state colpite dal lutto prematuro di un coniuge. Tuteliamo le famiglie nella loro interezza, quindi vedove/i e orfani, che questi siano minori o no. Certo, poiché trattiamo di morti precoci di genitori, ci sono tanti orfani minori, ma tuteliamo tutti gli appartenenti al nucleo. Io, per esempio, che sono la presidente, non sono una vedova, bensì un’orfana di padre dall’età di 20 anni.

Sono famiglie che si ritrovano a dover fare i conti con una normativa iniqua e mai aggiornata, che non le mette in condizione di affrontare la perdita, e tutte le conseguenze che ne derivano, con serenità. Oltre a cercare di dialogare con la politica per fare luce su queste difficoltà derivanti dalla normativa e fare in modo che vengano superate, forniamo alle famiglie tutte le informazioni necessarie per non incorrervi e le supportiamo nel percorso burocratico che segue la perdita del coniuge.

Iniziamo inquadrando il tema: quali dati sono disponibili sulle “famiglie vedove” e qual è lo stato del dibattito?

Manola: Nel 2021, secondo i dati Istat, i vedovi in Italia sono circa 4 milioni; da questo numero occorrerebbe estrapolare chi lo è per morte precoce del coniuge e i soggetti con figli a carico. Si tratta però di un tema non molto affrontato nella ricerca sul welfare, per cui sarebbe necessario un interesse anche da parte del mondo accademico, in modo tale da avere dati e informazioni utili sulla condizione delle nostre famiglie e per farla conoscere anche all’opinione pubblica e al mondo politico. Quando si parla di morte prematura? Non è un argomento sul quale c’è grande dibattito politico, nonostante durante la pandemia i decessi dovuti al Covid abbiano portato l’attenzione su questo problema. Quindi per un po’ di tempo se ne è parlato, ma non c’è stata quella rilevanza che speravamo.

Quali sono le problematiche principali che queste famiglie devono affrontare?

Sabrina: Sono problematiche varie e differenti. Innanzitutto, la legge considera i nuclei “vedovi” come “non famiglie”. Il coniuge è erede diretto di primo grado per la legge assieme ai figli, al di là dell’età, siano essi minori o no. In particolare, qualora il genitore deceduto abbia versato contributi sufficienti, il coniuge e i figli hanno diritto, ciascuno in quota parte, alla pensione di reversibilità; i figli vi hanno diritto fino alla maggiore età, o oltre, se studiano e non vanno fuori corso. Secondo la legge di riferimento per le pensioni indirette di reversibilità, che è la ormai desueta legge n. 335/1995, detta anche ‘Legge Dini’, se il minore – diventando titolare di quota parte di pensione indiretta di reversibilità (il 20% per ciascun figlio) – supera una certa soglia di reddito, è scorporato fiscalmente dal nucleo famigliare, e il suo reddito è equiparato al reddito da lavoro dipendente, non importa se sono minori, studenti, orfani. Si crea questa aberrazione normativa per cui il fisco li vede come dei lavoratori, senza prendere in considerazione la natura del reddito che ricevono. Uso il termine “aberrazione” proprio perché la norma penalizza dei soggetti fragili, cioè dei minorenni orfani. Fino a qualche anno fa la soglia era pari a 2.840€/anno. Se, però, prendiamo in considerazione un ragazzo o una ragazza che studia e che svolge anche solo un lavoretto estivo, si tratta di una cifra facilmente raggiungibile, ma questo non vuol dire che possa vivere autonomamente. Nel 2016, grazie a una nostra mobilitazione [ancora prima che si formasse l’associazione, ndr] siamo riuscite a far apportare un emendamento alla Legge di Bilancio 2017, che ha introdotto una franchigia di 1.000 euro per i redditi degli orfani. Grazie a questa modifica, molte famiglie sono riuscite a “ricomporsi” dal punto di vista del trattamento fiscale.

Per coloro che ancora superano il nuovo limite, il figlio non risulta più a carico fiscale del genitore vedovo. Di conseguenza, non si ha più diritto alle detrazioni Irpef per i figli a carico, né si possono portare in detrazione le spese per l’istruzione o sanitarie. Ecco che si discrimina il nucleo vedovo rispetto a quella con entrambi i genitori vivi, che mantiene invece tutte queste tutele fiscali attribuite alla famiglia dal 1975 ad oggi.

È come se la legge non prendesse in considerazione la condizione di vedovo/a e orfano/a?

Sabrina: Esattamente. L’ordinamento italiano, in termini di diritto tributario, prevede delle macro-categorie, ma queste non sono comprese. Cos’è l’orfano per lo Stato italiano? Niente. Cos’è la vedova per lo Stato italiano? Niente. Sono status non riconosciuti a monte. Lo stato vede il/la vedovo/a come un singolo “arricchito” di una fonte di reddito e i minori non come figli, ma come percettori di reddito ordinario. Per non parlare del fatto che il genitore reduce si ritrova a dover pagare una doppia aliquota e doppie addizionali, perché viene meno la cumulabilità dei redditi, di fatto pagando le tasse tre volte: sul proprio reddito, sulla pensione e sul cumulo. Di conseguenza, questo comporta che la famiglia vedova percepisce un reddito netto minore rispetto a quando l’altro genitore era in vita, determinando un impoverimento di queste famiglie che già hanno subito un minus affettivo e che, a causa delle storture normative dello Stato, subiscono anche un danno economico. Con il passare del tempo la situazione si aggrava: i figli possono ricevere la loro quota di pensione solo se minorenni o se proseguono gli studi, senza andare fuori corso, fino ai 26 anni di età. Inoltre, se il genitore superstite lavora, oltre certi limiti di reddito da lavoro questa pensione viene decurtata del 50% con le aliquote. Non stiamo parlando di limiti elevati: circa 34.000 euro lordi, quindi sui 1.500 euro al mese. Se si è da soli con magari uno, due o tre figli da mantenere… non sei certamente ricco, specialmente ora con il costante aumento dei prezzi. Per non parlare del fatto che un/a vedovo/a senza figli a carico ha diritto solo al 60% della pensione di reversibilità, previe eventuali ulteriori decurtazioni.

Quali altre implicazioni rilevate?

Manola: C’è una lacuna di indirizzo, per l’INPS e per l’Agenzia delle Entrate, che segnali che quello non è un percettore di reddito ordinario ed è un soggetto debole. Questo crea difficoltà anche nel partecipare a bandi per ricevere borse di studio proprio per gli orfani, come quelli che pubblica INPS, perché nel nostro caso spesso non conviene fare domanda. Quegli 800€, infatti, fanno reddito e possono far sforare la soglia per mantenere i figli a carico. Come associazione cerchiamo di informare le famiglie di questi “tranelli”.

Infatti il nostro obiettivo principale è proprio quello di portare alla modifica della Legge Dini. Inoltre all’epoca la norma non è stata definita attraverso un dialogo con le parti sociali, ma è “piovuta dall’alto”. Poi non è più stata modificata: per esempio, banalmente, i parametri monetari non sono stati adattati con il passaggio all’euro. Le lacune cui ci riferiamo non sono state più affrontate, nemmeno con la successiva Legge Fornero.

Quali sono invece le conseguenze qualora venisse a mancare un coniuge che non lavorava e che quindi non lascerebbe una pensione o altri beni per gli eredi?

Sabrina: La situazione è ancora più grave se a mancare è un coniuge che non lavorava, oppure che non ha fatto in tempo a maturare abbastanza contributi, e che non possedeva beni mobili o immobili. L’unica cosa che concede l’Inps in questi casi è una somma una tantum di poche centinaia di euro. Si tratta quindi di una chiara carenza di tutele rilevanti per questo tipo di famiglie. La Costituzione stabilisce che è dovere dei genitori istruire, mantenere ed educare i figli: se il genitore muore, lo Stato dovrebbe fornire al nucleo gli strumenti per perseguire questi obiettivi.

Come sono affrontate queste difficoltà dai singoli nuclei?

Manola: Ahimè i singoli nuclei non possono fare molto, motivo per cui abbiamo deciso di costituire un’associazione per poter essere portavoce delle richieste delle famiglie vedove nelle sedi istituzionali. Un genitore vedovo ha già un pesante fardello emotivo da dover gestire con la perdita del coniuge: ne consegue che spesso le incombenze burocratiche legate al suo nuovo status civile passano in secondo piano e vengono “subite passivamente”. Certo, si possono impugnare questi provvedimenti dell’INPS e dell’Agenzia dell’Entrate, sperando di ottenere ragione, ma spesso da soli si può fare ben poco contro le leggi dello Stato, nonostante sia abbastanza evidente che questa penalizzazione dell’orfano e delle famiglie vedove in generale sia una palese violazione dell’articolo 3 della Costituzione. Tuttavia, anche intraprendere un percorso dinnanzi alla Corte Costituzionale sarebbe un iter troppo complesso, anche come Associazione; perciò preferiamo mobilitarci per farci promotrici di un cambiamento della norma.

Come associazione quali altri risultati siete riusciti ad ottenere?

Sabrina: siamo riusciti ad intervenire per tempo sul Family Act. È stato un caso, nel senso che quando io ho letto la Legge Delega ad aprile sono balzata e prima che venisse pubblicata avevamo intercettato le istituzioni e fatto presente il problema del carico fiscale del minore orfano. Abbiamo sollecitato l’attenzione nel processo di stesura della norma, cercando di assicurare che l’Assegno Unico fosse veramente “universale”, includendo anche i minori “smembrati” fiscalmente dal nucleo. Ovviamente non c’erano i tempi per una riforma della Legge Dini prima dell’avvio dell’Assegno Unico, per cui abbiamo puntato a correggere la stortura relativa a questo con i decreti attuativi, invitando ad innalzare anche le soglie ISEE per non penalizzare i minori con pensioni e/o eredità giacente. Quindi si procede così: ogni volta dobbiamo fare presente questo problema fiscale e correggere la norma specifica, invece che la Legge Dini a monte.

Quindi per quanto riguarda l’Assegno Unico la specificità delle famiglie vedove è riconosciuta?

Manola: Non del tutto. Sono rimaste delle penalizzazioni: ad esempio, la maggiorazione dell’Assegno è legata alla presenza di entrambi i genitori lavoratori, mentre ovviamente ciò è impossibile nelle famiglie vedove. Quindi sei penalizzato perché un genitore è mancato, non ha senso. Non ha senso, più in generale, creare una maggiorazione a discapito di tutte le famiglie monogenitoriali.

Su quali altri fronti le famiglie vi chiedono supporto?

Sabrina: Riceviamo diverse e-mail di genitori in difficoltà perché ci sono giudici che vincolano loro le quote delle pensioni indirette come se fossero patrimonio, quando invece quelle risorse servono per vivere. Io capisco la funzione del giudice rispetto alla tutela del patrimonio del minore, però lo Stato dovrebbe fornire delle regole generali a riguardo per indirizzare adeguatamente i giudici, per far comprendere loro le esigenze delle famiglie. Abbiamo contatti con persone che non possono vendere macchine vecchie perché il giudice ha deciso che non si deve vendere nulla di questi redditi indiretti, che si deve congelarli. Allora cosa può fare un genitore solo, per giunta senza queste risorse? Lavorare di più? Ma poi verrebbe decurtata la pensione di reversibilità, per cui non c’è neanche l’incentivo a migliorare la propria condizione lavorativa.

Le famiglie cercano la vostra assistenza per relazionarsi anche con altre figure/istituzioni?

Manola: Oltre ai giudici, ci capita anche di ricevere richieste di supporto per interfacciarsi con avvocati, commercialisti, ecc. nella gestione delle pratiche a seguito del decesso del coniuge. Spesso i professionisti non conoscono appieno i “tranelli normativi” di cui abbiamo parlato, per cui il rischio è che le famiglie ci si ritrovino senza la possibilità di accedere ad un supporto adeguato per evitarli. Quindi le famiglie si rivolgono prima a noi per poi andare, ad esempio, al CAF, in modo che sappiano già cosa fare per limitare i “danni” il più possibile qualora si interfacciassero con qualcuno non formato su queste problematiche. A volte ci parliamo direttamente noi al telefono. Di recente abbiamo scritto un vademecum molto dettagliato sulle procedure da avviare quando si diventa vedovo/a, perché ci si ritrova in uno stravolgimento famigliare ed emotivo totalizzante e non è facile trovare persone competenti in grado di sostenerti in quel periodo in cui ti ritrovi a gestire da solo, magari per la prima volta, la fiscalità della famiglia di cui si occupava prima il coniuge defunto. Ci sono anche situazioni in cui le complessità si sommano: ci è capitato di seguire donne rimaste vedove e incinte, ma non sposate, per cui si sono dovute pure occupare del riconoscimento della paternità della persona deceduta. Oltre al supporto diretto da parte nostra, si è anche creata una community molto attiva sui social, per cui gli iscritti si scambiano direttamente consigli.

A livello territoriale quali servizi sono disponibili per queste famiglie?

Sabrina: Esiste qualche piccola situazione felice come quella del Veneto o della Lombardia, ma ad esempio nella mia Regione – la Sicilia – non c’è nulla. Appunto, in Veneto, ad esempio, di recente ci hanno chiesto di sederci a un tavolo tecnico sulla famiglia, perché pensano, come Regione, che le modalità per valutare la fiscalità di queste famiglie per attribuire sostegni non siano corrette e noi siamo perfettamente d’accordo. Si è creato un dialogo. A Torino, invece, è presente la Fondazione Fabretti che organizza sostegno psicologico per elaborare il lutto – li chiamano “death cafè”. Complessivamente, però, c’è molto poco supporto dal punto di vista psicologico e economico. Per noi, consentire a queste famiglie di avere supporto psicologico gratuito per elaborare il lutto, ad esempio, specie per aiutare i vedovi quando hanno figli molto piccoli, utilizzando i consultori familiari già presenti su tutto il territorio nazionale, sarebbe un grande sostegno. Un aiuto che non avrebbe un costo extra per lo stato in quanto i consultori già esistono: basterebbe solo specificare che anche le tematiche inerenti all’elaborazione del lutto da morte precoce sarebbero di loro competenza, magari coinvolgendo anche i medici di base e le scuole.

In che modo è possibile realizzare le riforme necessarie per migliorare le condizioni delle “famiglie vedove”?

Sabrina: Io penso che dal basso si possano cambiare le cose, ma è necessario definirsi come associazione perché bisogna essere riconosciuti come dei forti portatori di interesse e questo a noi ha permesso di acquisire credibilità e autorevolezza sul tema agli occhi della politica, che non conosceva nemmeno le questioni che riguardano migliaia di famiglie vedove. L’associazione ci ha permesso di sviluppare un dibattito, ed effettivamente poi siamo riusciti ad intervenire in maniera strategica sul Family Act, per cui alcuni soggetti nei tavoli tecnici hanno compreso il problema e si sono mossi per sollecitare una modifica della norma. È importante sollecitare e sostenere queste mobilitazioni organizzate dal basso. Anche perché il diritto di famiglia è una materia in continua evoluzione. Il concetto di famiglia stesso ne è un esempio lampante. Perché allora non permettere a questo tipo già particolare di famiglia di poter avere la possibilità di contribuire a un miglioramento giuridico della materia?

Se ci pensiamo bene i più grandi cambiamenti giuridici degli ultimi quarant’anni sono stati il frutto di un forte interessamento della società che, dal basso, è riuscita a spingere le grandi riforme che hanno ammodernato questo Paese, soprattutto in materia di diritto di famiglia. Come Associazione abbiamo questa grande ambizione: essere promotrici e promotori di questo cambiamento, che riporti dignità e diritti alle famiglie vedove.

Accanto alla mobilitazione dal basso, è poi importante il confronto con gli esperti. Quando si desidera modificare una materia in modo organico, bisogna innanzitutto studiarla. Io da giurista mi sono interfacciata personalmente con professori universitari di diritto di famiglia e con noti commercialisti, e nella maggior parte dei casi non conoscevano tutte le storture fiscali e normative che subiscono le famiglie vedove. Se fosse possibile sviluppare un dibattito con docenti ed esperti in diritto tributario, probabilmente eviteremmo di faticare nel dialogo con la classe politica, che appare frammentato e ogni volta viene ripreso da capo in riferimento alle modifiche necessarie sulle singole misure, anziché essere trattato organicamente all’ordinamento. Con il proliferare delle norme in tema di diritto di famiglia, il legislatore non ha posto attenzione al sistema normativo nel suo complesso e nell’applicarle Inps o l’Agenzia delle entrate non hanno indicazioni chiare e specifiche dal legislatore, per cui seguono schemi che non tengono conto della situazione di svantaggio delle famiglie vedove che di fatto hanno un evidente minus. Una riforma organica della materia garantirebbe di ottenere maggiori tutele su più ambiti: ad esempio i vedovi/e che rimangono soli con i figli hanno esigenze diverse rispetto ad altri lavoratori perchè si trovano improvvisamente a dover gestire i carichi famigliari da soli, quindi dovrebbe esserci un’attenzione del legislatore in merito.

Come associazione a livello nazionale dialoghiamo direttamente con il Prof. Lucifora, che è coinvolto nei tavoli tecnici relativi alle politiche per le famiglie, tavoli che però in origine si occupavano specialmente di infanzia e non direttamente di morti precoci. A livello regionale, invece, c’è una grande variabilità sulla copertura di questo tema: ad esempio in Sicilia, dove vivo, non sono ancora riuscita ad attivare contatti nel mondo accademico e politico. Tra l’altro, dato che siamo una Regione a Statuto Speciale, ci sarebbero anche maggiori margini di manovra per introdurre delle misure ad hoc per le famiglie colpite dalla morte precoce di un genitore, ma non è stato predisposto nulla.