Tra il tempo dell’evento e il tempo del percorso

Narrazione pubblica e lavoro educativo nella giustizia minorile


Michele Scaffidi | 26 Maggio 2026

Il fatto e la sua presa narrativa

Quando un minore è coinvolto in un fatto di reato, il racconto pubblico si organizza quasi sempre attorno a un punto preciso: l’evento. Il gesto, la sua gravità, le sue conseguenze. È lì che si concentra l’attenzione, è lì che si costruisce la notizia, è lì che si attivano reazioni emotive e richieste di risposta.
Questo modo di raccontare non è casuale. Il tempo dell’evento è il tempo dell’immediatezza: ciò che accade interrompe, colpisce, rende possibile una lettura rapida e condivisa. È un tempo necessario, perché consente al fatto di essere riconosciuto socialmente.
Il problema nasce quando questo tempo diventa l’unico disponibile per interpretare ciò che accade.
Nel caso dei minori autori di reato, infatti, il lavoro dei servizi si sviluppa dentro una temporalità diversa: non il momento del gesto, ma il percorso che lo precede e quello che può seguirlo. È una temporalità che non si lascia comprimere, perché riguarda processi di crescita che non avvengono per decreto e che non possono essere forzati senza produrre effetti controproducenti.

Semplificazione e costruzione del problema

Il racconto pubblico tende a semplificare. Per essere comprensibile, individua un punto focale e costruisce una sequenza lineare: un fatto, un autore, una risposta.
Nel caso dei minori, questa semplificazione assume una forma particolarmente marcata. Il ragazzo viene identificato con il reato: diventa “quello che ha fatto quella cosa”, mentre il resto passa in secondo piano. Ne deriva una lettura centrata sulla responsabilità individuale e sulla necessità di una risposta immediata, che lascia poco spazio ai passaggi intermedi, alle ambivalenze, ai tempi lunghi.
A questo si aggiunge un elemento oggi decisivo: la circolazione dei contenuti nei social media. Nei commenti, nelle reazioni a caldo, nelle letture dell’“italiano comune” fuori dai servizi, si attivano spesso logiche aggressive o allarmistiche, focalizzate sull’autore del reato e quasi mai sul contesto. Il gesto viene isolato, amplificato e restituito come prova evidente di una colpa, mentre ogni tentativo di complessificazione rischia di essere percepito come giustificazione.
Questa rappresentazione incide anche sulla percezione che i ragazzi hanno del mondo adulto: un mondo che appare giudicante, distante, poco disposto a comprendere. Si alimenta così una contrapposizione che si riflette direttamente nel lavoro educativo, dove la relazione fiduciaria deve partire abbattendo una diffidenza già costruita altrove.
Un ulteriore effetto, meno evidente ma rilevante, riguarda il restringimento del campo delle soluzioni immaginabili. Se il comportamento viene letto esclusivamente come espressione individuale, le risposte tenderanno a muoversi nella stessa direzione: più controllo, più sanzione, più contenimento. Fatica invece a emergere la dimensione relazionale e contestuale del problema, e con essa la possibilità di pensare interventi che non si limitino a reagire al fatto, ma lavorino sulle condizioni che lo rendono possibile.

Delegittimazione e costruzione dello stigma

La semplificazione non resta senza effetti. Una delle sue conseguenze più rilevanti è la delegittimazione delle professionalità socio-educative.
Le figure che lavorano nei servizi vengono spesso rappresentate come inefficaci, troppo permissive o addirittura dannose. È una narrazione che si rafforza nei momenti di maggiore esposizione mediatica, quando il bisogno di individuare responsabilità porta a spostare lo sguardo su chi “non ha fatto abbastanza”.
In questo contesto si inserisce un luogo comune ormai diffuso: l’idea che gli assistenti sociali siano “quelli che portano via i bambini”. Una formula semplice, spesso ripresa anche nel discorso politico, che contribuisce a darle ulteriore legittimità agli occhi dell’opinione pubblica.
Ne deriva una rappresentazione distorta del lavoro educativo, ridotto a funzione di controllo o sospettato di inefficacia, che produce distanza tra ciò che i servizi fanno e ciò che viene loro attribuito.
Questa distanza ha effetti concreti: le famiglie entrano in posizione difensiva e tendono a leggere gli operatori come antagonisti; i ragazzi, in virtù di un rapporto di lealtà verso i propri adulti di riferimento, assumono spesso la stessa postura. Si crea così una tensione implicita tra il mantenere l’alleanza con il proprio contesto familiare e l’aprirsi a una nuova relazione con i servizi, che rende necessario, prima ancora di lavorare sui comportamenti, costruire le condizioni minime per una fiducia possibile.
Questa rappresentazione ha effetti più ampi sul sistema: quando una professionalità viene sistematicamente delegittimata, diventa più difficile costruire alleanze, attivare collaborazioni e sostenere interventi complessi. Si produce un clima in cui il lavoro educativo fatica a trovare riconoscimento e legittimità, e in cui anche le istituzioni rischiano di essere percepite più come apparati di controllo che come risorse.

Il lavoro educativo: un’altra temporalità

All’interno dei servizi, il fatto di reato non viene cancellato, ma ricollocato dentro una storia più ampia. Il punto non è negare la responsabilità, ma comprendere quali condizioni relazionali, familiari e sociali abbiano reso possibile quel comportamento.
Questo richiede tempo. I percorsi educativi non seguono una linea retta: procedono per tentativi, fasi di apertura e chiusura, passaggi che diventano comprensibili solo nel loro sviluppo.
Ciò che dall’esterno può apparire come immobilità o incoerenza è spesso parte del processo. Costruire una relazione, rendere possibile un minimo di fiducia, permettere al ragazzo di esporsi senza sentirsi schiacciato sul proprio errore sono condizioni preliminari, non effetti immediati.

Come i percorsi vengono letti (e ciò che non si vede)

La distanza tra queste due temporalità produce un effetto rilevante: il modo in cui i percorsi vengono interpretati.
Quando prevale la logica dell’evento, ciò che non appare immediatamente come cambiamento rischia di essere letto come fallimento. I passaggi intermedi scompaiono, le oscillazioni diventano segnali negativi e il percorso viene valutato in modo semplificato. Anche un andamento parziale può essere interpretato come inefficace: una difficoltà o una regressione diventano prova che “non è servito a nulla”, mentre il lavoro educativo procede spesso attraverso cambiamenti fragili e progressivi, non immediatamente stabilizzati.
Una parte di questa distanza si gioca nelle fasi iniziali della presa in carico, quando il lavoro educativo è meno visibile e più esposto a fraintendimenti. Quando un ragazzo entra in comunità, spesso non entra in uno spazio neutro: porta con sé un’immagine già costruita di quel luogo e delle persone che lo abitano. Nei primi giorni osserva molto e parla poco: guarda gli educatori, gli altri ragazzi, i ritmi quotidiani, cercando conferme a ciò che si aspetta di trovare.
Anche le famiglie si muovono in modo simile. Nei primi colloqui la disponibilità è spesso formale, accompagnata da una postura difensiva. Si ascolta, ma si misura. Si osservano i professionisti, si pesano le parole, si cerca di capire da che parte stare.
In questa fase, una parte rilevante del lavoro educativo consiste proprio nello scarto tra ciò che viene immaginato e ciò che viene effettivamente incontrato. Prima ancora di intervenire sui comportamenti, diventa necessario lavorare su questa rappresentazione, costruendo condizioni minime di fiducia. È un lavoro poco visibile, che difficilmente si presta a una narrazione immediata, ma che costituisce il presupposto per tutto ciò che può avvenire dopo.
Quando questo livello non viene riconosciuto, ciò che non si vede rischia di non esistere. La lentezza viene letta come inefficacia, mentre è spesso la condizione necessaria per costruire cambiamenti che possano reggere nel tempo.

Tenere insieme evento e percorso

Il reato esiste e richiede una risposta. Il punto è evitare che esaurisca il significato del minore.
Nel penale minorile, la sfida consiste nel tenere insieme due esigenze: dare una risposta al fatto e costruire un percorso di crescita. Se questa integrazione non avviene, il rischio è duplice: ridurre l’intervento a un adempimento formale oppure attribuire al ragazzo la responsabilità di non adattarsi a un sistema che non tiene conto della sua storia.
Tra il tempo dell’evento e il tempo del percorso si gioca non solo l’efficacia dell’intervento, ma anche la possibilità di riconoscere valore al lavoro socio-educativo. Il problema non è la lentezza del lavoro educativo, ma il tempo con cui continuiamo a misurarlo.

 

Per un approfondimento sull’attività dell’autore di ricerca e sperimentazione nell’ambito della narrazione sociale è possibile ascoltare il podcast da lui curato Vite in corso, dedicato ai percorsi di vita e cambiamento di giovani che hanno attraversato la giustizia minorile.