Dimenticate. Le badanti tra lento declino e politiche distratte


Sergio Pasquinelli | 29 Giugno 2026

Ogni anno, alla fine di giugno, Inps pubblica i nuovi dati sul lavoro domestico, risalenti alla fine dell’anno precedente. E per il quarto anno consecutivo il settore tocca i minimi con 804.464 contratti, 2,3% in meno rispetto all’anno precedente, mai così pochi da vent’anni a questa parte. Con il consolidamento del sorpasso delle badanti sulle colf: 51 contro 49 per cento. Il numero delle lavoratrici domestiche (uso il femminile dato che le donne sono nove su dieci) continua a flettersi, regredendo in un mercato sempre più sommerso, con una irregolarità che assorbe – secondo nostre stime – almeno il 60% del totale.

Mentre la diminuzione delle colf viene da lontano, quella delle badanti è più recente, dopo il Covid e l’ultima regolarizzazione, nel 2020. Temuto da tempo, il rischio che le badanti possano lasciarci inizia a prendere corpo. In un Paese in cui gli ultra 65enni aumentano al ritmo di circa 200.000 l’anno, perché le assistenti familiari (regolari) diminuiscono? Si riducono in valori assoluti, ma soprattutto in rapporto al numero degli anziani: si veda la curva riportata nel grafico.

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Istat e Osservatorio Inps sul lavoro domestico

Diminuiscono in primo luogo perché il mercato irregolare risulta ancora ampiamente conveniente e la distanza di costo con quello regolare si mantiene netta. Quello delle badanti è stato a lungo considerato un welfare low cost ma i suoi oneri, in un contesto di anziani sempre più soli e di pensioni sempre più magre, sono sempre meno sostenibili. Il costo mensile di un’assistente familiare a 40 ore settimanali corrisponde a 1.820 euro1, mentre nel mercato non dichiarato si aggira intorno ai 1.000 – 1.200 euro. Il differenziale è consistente e sempre più dirimente sulle scelte compiute, che vanno verso il sommerso.

Un secondo motivo per cui il numero di assistenti familiari non cresce è legato a flussi migratori ancora troppo ridotti: per quest’anno è previsto l’ingresso 13.600 lavoratori domestici (colf, badanti e baby sitter), più 10.000 “fuori quota” per chi assiste anziani ultra ottantenni e persone con disabilità. Dimensioni ancora inadeguate, per un lavoro privato di cura che conta complessivamente, tra regolari e non, un milione di lavoratrici. È infatti possibile stimare un fabbisogno annuo, solo per coprire il turn over delle badanti straniere non comunitarie, al netto di colf e baby sitter, di almeno 30.000 unità.

Il basso ricambio produce una manodopera a invecchiamento spinto: oggi due terzi delle badanti ha più di 50 anni, dieci anni fa erano meno della metà. Lavoratrici che invecchiano sono anche lavoratrici sempre meno disposte a un carico assistenziale oneroso, inclini a ridurre e semplificare le proprie mansioni. Anche per questo il lavoro in modalità di coresidenza è in calo, ricorre in un caso su tre, quando vent’anni fa risultava essere – soprattutto nel sommerso – largamente maggioritario.

Calano inoltre le assistenti familiari straniere. La quota delle italiane è aumentata, nel mercato dichiarato, dal 21% di dieci anni fa al 28% di oggi, in valori assoluti di 33mila unità, mentre le straniere segnano un meno 9mila. La notizia non è tanto l’aumento delle italiane, quanto il decremento delle straniere. Il lavoro di assistente familiare sta diventando meno attrattivo per la popolazione migrante. I segnali in questo senso crescono e configurano una tendenza decisamente preoccupante. In particolare, le assistenti familiari provenienti dall’Europa dell’Est (la metà di tutte le straniere) sono passate da 392mila dieci anni fa alle attuali 269mila: sono calate di un terzo.

Come si stanno muovendo le politiche nazionali? L’unico ambito su cui si registra movimento è quello della formazione. L’anno scorso sono state pubblicate le linee guida sugli standard formativi delle assistenti familiari (qui), uno dei pochi atti realizzati a seguito della legge delega di riforma dell’assistenza agli anziani (l. 33/2023) e del conseguente decreto legislativo 29/2024. Un documento utile, funzionale alla qualificazione professionale di un profilo poco codificato. È l’inizio di un percorso: la formazione è competenza regionale, quindi la sua messa a terra passa attraverso ciò che le Regioni intendono fare.

Abbiamo allora iniziato ad analizzare quanta e quale formazione viene promossa in questo settore (qui). La realtà è estremamente differenziata in termini di contenuti, durata, modalità formative e numero di persone formate. L’ultimo report Fidaldo considera un primo panel di otto Regioni (l’analisi è in progress e si estenderà). Una proiezione su scala nazionale ci porta a dire che il numero di assistenti familiari formate ogni anno in Italia, sulla base dei corsi promossi dalle Regioni, si colloca tra 3 e 4 mila, riguardando così l’1% del totale della forza lavoro. Una dimensione estremamente ridotta. Peraltro, con la conclusione quest’anno del programma GOL, sostenuto nell’ambito del PNRR, viene meno una linea di finanziamento che ha sostenuto numerosi corsi negli ultimi anni. Diverse Regioni stanno recependo le linee guida nazionali, ma senza soglie minime e obiettivi di servizio (e risorse dedicate), la formazione rischia di rimanere marginale e poco incisiva.

È sul territorio che ricade la responsabilità di interventi efficaci, e oggi è grazie alle politiche e iniziative di Regioni e Comuni che si creano dei ponti con la rete pubblica dei servizi, superando la logica dei binari paralleli. In diversi lavori di ricerca (qui) abbiamo dimostrato quanto le azioni che non si fermano all’aiuto meramente monetario e si traducono in qualcosa di tangibile – informazione, orientamento, matching tra domanda e offerta, supporti amministrativi e così via – siano le più apprezzate.

Fonte: Osservatorio Inps sul lavoro domestico

  1. Livello di inquadramento CS. Il costo comprende i ratei di ferie, tredicesima, TFR e contributi.