Molti anziani, pochi giovani: chi aiuterà chi?


Sergio Pasquinelli | 26 Ottobre 2026

Domani nasceranno in Italia circa 960 bambini. Saranno 1.800 in Germania, altrettanti in Francia, 880 in Spagna (paese che peraltro ha conosciuto, l’anno scorso, una lieve crescita dei nuovi nati). Sempre domani diventeranno “anziane”, nel senso che compiranno 65 anni, 1.560 persone nel nostro paese, Ci stiamo avvicinando così al giorno in cui il numero di chi spegnerà 65 candeline sarà il doppio dei nuovi nati. E ancora: tra vent’anni le coppie senza figli, oggi 5,4 milioni, supereranno i sei milioni, mentre gli anziani ultra 75enni che vivono soli, oggi in quattro casi su dieci, saranno la maggioranza.

Ci stiamo preparando a questo scenario? E alla rivoluzione che comporta?

La risposta breve è: molto poco. La risposta lunga si articola lungo un welfare nazionale che balbetta, mentre a livello di regioni e nei territori crescono le attenzioni, gli investimenti e i progetti. Gran parte dei quali ancora da capire, da valutare: per costruire una rete di risposte adeguata alle sfide che abbiamo davanti. I processi sembrano lenti, quasi silenziosi, ma inesorabili, e la strada è impervia. Perché la sfida è duplice: da una parte è quella di sostenere la formazione di nuovi nuclei, la formazione professionale e oggi più che mai l’accesso alla casa, contenendo i processi di denatalità e il calo demografico complessivo; dall’altra parte la sfida è quella di fare in modo che gli anni guadagnati siano anni in buona salute, ancora pieni, vitali, felici.

Longevità è un termine che oggi ricorre molto, a indicare processi che non riguardano solo l’aumento degli anni di vita, ma un’opportunità che richiede molti cambiamenti. Nei prossimi dieci anni andranno in pensione sei milioni di italiani, con un aumento esponenziale della fascia di età tra i 65 e 75 anni, età un tempo considerata anziana, oggi in larga misura non più tale. Gli anni che abbiamo guadagnato possono essere vissuti in buona salute, in modo attivo e dando valore all’esperienza di una vita.

Ma vite più lunghe pongono inevitabilmente anche il tema di come affrontare la non autosufficienza.

Il welfare familiare si è basato a lungo sullo scambio di aiuti tra le generazioni. Si rende concreto – da parte delle generazioni più anziane – per esempio nel passaggio delle competenze maturate, nelle eredità più o meno anticipate trasmesse dai genitori ai figli (quanti giovani campano dell’affitto di case ricevute?), nell’aiuto per la cura dei nipoti. Da parte delle generazioni più giovani l’aiuto si rende concreto, per esempio, diventando caregiver dei propri genitori. Ma questa rete silenziosa di sostegni reciproci si sta vistosamente sfilacciando: perché la denatalità riduce le risorse di cura, o le concentra su un numero ridotto di figli (spesso uno solo), e produce lo stress della generazione sandwich; perché le eredità, dove ci sono beninteso, si riducono nei passaggi generazionali; perché l’aumento degli anziani soli ne riduce la loro disponibilità di cura. Dinamiche segnate da grandi diseguaglianze e faglie strutturali.

Un welfare sociale responsabile dovrebbe aiutare gli uni e gli altri. Superando inutili distinzioni: sostenere le giovani coppie o assistere gli anziani? Perché i benefici sono circolari: sostenere gli uni produce qualità e benessere anche per gli altri, e viceversa. Se aiuto le giovani coppie a trovare casa e rendersi autonome alleggerisco la generazione più anziana dall’onere di “provvedere” per i figli, liberando risorse per sé; se sostengo le generazioni più mature rendo i figli meno schiacciati dalle responsabilità dell’assistenza, spesso opprimenti.

Il disegno di legge “Locatelli” sui caregiver familiari, dopo il via libera alla Camera, è ora al Senato, ed è probabile un’approvazione in questa legislatura. Il provvedimento introduce l’ennesimo bonus, 400 euro al mese. Ogni bonus è un servizio in meno e una delega in più. Qui la scelta, netta, è per i caregiver conviventi. Fatti due conti, potranno beneficarne 53.000 caregiver, a fronte di una platea di 7 milioni. Un disegno di legge che ignora, inoltre, la rete dei servizi domiciliari e la necessità di sostegni psicologici, formativi e di sollievo (sostegni, per fortuna, previsti da molte leggi regionali).

Il Patto per un nuovo welfare per la non autosufficienza propone di rendere concreta la riforma approvata tre anni fa e largamente inattuata, con uno stanziamento relativamente contenuto (500 milioni di euro) nella legge di bilancio 2027. Aiuterebbe le famiglie, finalmente, a ottenere aiuto senza perdersi nella burocrazia; a restare a casa propria più a lungo, con un’assistenza adeguata; a poter contare, quando serve, su un’assistenza residenziale accessibile e di qualità; ad affrontare costi della cura più equi e sostenibili. Sono cose che toccano la vita di molti di noi, più o meno direttamente. O si preferirà “buttarla in politica”?