Progetti di vita, dalla sperimentazione alla attuazione


Da tempo ci troviamo a riflettere sui diversi passaggi della riforma in materia di disabilità. Lo facciamo leggendo ed analizzando i provvedimenti che si succedono e partecipando a tavoli di lavoro nazionali qualificati e propedeutici all’adozione degli atti. Quando Senaf, azienda che da anni organizza la manifestazione di Bologna, ha lanciato nel giugno del 2025 la 24a edizione di Exposanità, l’idea di proporre un Convegno sul Progetto di Vita ci è sembrata naturale, per quel contesto, e dalle prime interlocuzioni con gli organizzatori il titolo è scaturito spontaneamente: Progetti di vita per le persone con disabilità. Dalla sperimentazione alla attuazione.

Il convegno si è svolto nel pomeriggio del 22 aprile 2026 e ha visto la partecipazione di 167 persone tra operatrici e operatori dei servizi pubblici, enti del terzo settore, organizzazioni del volontariato, familiari delle persone con disabilità1. Lo scopo dell’Expo è favorire l’incontro e, in questo caso, è stato creato uno spazio di scambio per realtà provenienti da centro-nord Italia: Torino, Genova, Venezia, Trento, Ivrea, Civitanova Marche oltre gran parte dell’Emilia-Romagna. 

Una bella atmosfera … si sono catalizzate competenze ed energie positive: fatto non scontato … momenti importanti per mettere insieme esperienze, visioni ed energia collettiva e mantenere alta l’attenzione su aspetti non negoziabili … il tempo è volato, per il clima che si è creato in sala, denso e anche con momenti di leggerezza … momento importante per traghettare una riforma complessa verso una attuazione sostenibile … giornata bella e ricca di valore e confronto … 

sono alcuni dei commenti ricevuti a caldo.

Dimensione culturale. Una prima consapevolezza emersa con forza, anche dai video messaggi di Vittoria Ferdinandi, Sindaca di Perugia e delegata ANCI alla disabilità e da Alessandra Locatelli, Ministra per le disabilità, è che il Progetto di Vita Individuale, personalizzato e partecipato (PdV-IPP) non deve rappresentare solo un adempimento tecnico, ma generare una vera e propria svolta culturale che scardini gli attuali steccati burocratici, valorizzando un procedimento amministrativo complesso ed evoluto che si faccia sostanza per la vita delle persone.

Regia pubblica. Diversi interventi hanno affrontato il tema della regia pubblica del processo. Non si tratta di un ritorno al passato, ma di un’evoluzione: il servizio pubblico deve farsi garante di un percorso che fonde i diritti soggettivi con i Livelli Essenziali di Assistenza (LEPS), assicurando equità nell’accesso ed esigibilità dei sostegni per ogni persona con disabilità e per la sua famiglia. La Riforma e il Progetto di Vita impongono di superare la logica statica dell’appalto per entrare in quella della condivisione di risorse e responsabilità attraverso un uso sapiente dell’amministrazione condivisa, della co-programmazione e della coprogettazione. Gli Enti Locali sono chiamati a costruire un modello di governance che regga alla prova del budget di progetto, garantendo che la co-progettazione con il Terzo Settore diventi uno strumento finalizzato di composizione delle risorse – formali e informali, pubbliche e private – e anche di efficienza gestionale, non solo un adempimento formale.

Interdipendenza. Lavorare insieme nella piena partecipazione significa riscoprire l’interdipendenza tra gli attori. Il patto di fiducia con la comunità si rinforza solo se l’integrazione cessa di essere uno slogan per diventare la prassi operativa nei territori. Una integrazione assolutamente sfidante se legata ai quattro assi declinati dalla Riforma: apprendimento, socialità e affettività; formazione e lavoro; casa e habitat sociale; salute. Quattro dimensioni che aprono uno sconfinato terreno di azioni integrate su tante materie, competenze e livelli, come mai è stato affrontato finora. Azioni integrate legate a precisi diritti e alla loro concreta esigibilità. Solo attraverso questa sinergia e la consapevolezza che bisogna “fare insieme”, il Progetto di Vita si trasforma in una scelta di civiltà che abilita percorsi di autodeterminazione reale.

Rafforzamento del sistema. Il dibattito ha evidenziato come l’impianto della riforma richieda un robusto rafforzamento del sistema pubblico dei servizi. Il potenziale cambiamento positivo individuato nelle sperimentazioni territoriali rischia di scontrarsi con la carenza di “gambe” su cui far camminare i progetti. Sono emerse due necessità impellenti. Le risorse di personale, ovvero professionisti formati per seguire processi complessi di valutazione multidimensionale e co-progettazione, capaci di agire come facilitatori del cambiamento. Professionisti ai quali garantire uno spazio di pensiero, il tempo per la valutazione e la definizione degli obiettivi dei progetti, il tempo per parlare con i componenti della rete senza l’affanno di un eccessivo carico di lavoro o adempimenti burocratici. Le risorse economiche, perché è fondamentale consolidare le disponibilità della rete tra servizio pubblico e terzo settore, e il budget di progetto deve essere supportato da fondi certi, stabili e continuativi nel tempo per attivare i sostegni necessari, garantendo che l’ambizione dei primi progetti non pregiudichi la sostenibilità del sistema per l’intera collettività.

Velocità diverse. La riforma in materia di disabilità sta facendo il suo corso nel Paese, con una buona base normativa e una fase di sperimentazione pensata per accompagnare il percorso, ma i diversi territori non viaggiano alla stessa velocità. L’evoluzione, collettiva e condivisa, va sostenuta da tutti gli attori della rete, con azioni di indirizzo da parte delle Regioni che devono intervenire su sistemi organizzativi del Welfare locale ancora costruiti “per silos” soprattutto attraverso il dialogo e lo scambio di buone pratiche tra i territori, affinché in tutto il Paese le persone con disabilità abbiano accesso alle medesime opportunità. Il confronto al Convegno tra le esperienze di città come Bologna, Genova, Venezia, Parma e Forlì, e la condivisione con oltre 100 realtà diverse del Paese che hanno fatto richiesta del Prototipo di Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato che il Comune di Bologna ha realizzato, dimostra che la strada intrapresa è corretta. La sfida per i prossimi mesi sarà quella di trasformare alcune “isole di innovazione” in un arcipelago connesso, dove la collaborazione e lo scambio di buone pratiche tra i territori diventino la garanzia di un diritto universale e non una variabile legata al territorio di residenza.

Umanizzazione del processo e costruzione di un welfare partecipato. Un contributo essenziale al dibattito è giunto dal Garante dei Diritti delle persone con disabilità del Consiglio regionale della Puglia, Antonio Giampietro, che ha centrato il focus sulla dimensione relazionale e sistemica del welfare. L’attuazione della riforma non può infatti prescindere dal superamento della frammentazione dei servizi e della incomunicabilità tra enti, che troppo spesso costringe le famiglie a rincorrere frammenti di informazioni tra uffici diversi. Secondo questa prospettiva, la costruzione di un welfare partecipato richiede alcuni elementi essenziali: raccordi sostanziali, cioè è necessario passare da coordinamenti formali a sinergie operative capaci di generare un dialogo fluido e costante tra tutti i soggetti della rete; investimento nel capitale umano con la formazione di tutti gli attori coinvolti che è il presupposto per una reale integrazione socio-sanitaria; tempo per la cura del processo con l’ascolto e la riflessione che richiedono tempi propri, incompatibili con la logica della prestazione standardizzata, ma indispensabili per la costruzione del Progetto di Vita.

Alleanza. Se la Riforma e il Progetto di Vita si basano operativamente sul rapporto tra le persone e le famiglie, gli enti pubblici e gli enti del terzo settore, occorre accettare la complessità di questo triangolo e la necessità di una sua evoluzione, anche cambiando il proprio modo di interagire per creare sistemi di lavoro condiviso che siano stabili, codificati, regolati. Ogni soggetto è chiamato a un lavoro duplice: se gli enti pubblici richiedono maggiori risorse in termini di personale qualificato, risorse certe, tempo appropriato, allora sono anche chiamati a cambiare il proprio modo di operare per silos e scompartimenti; se gli enti del terzo settore richiedono una responsabilità diretta in termini di promozione, advocacy, tutela, accompagnamento, amministrazione condivisa, produzione di servizi, allora sono anche chiamati a comprendere che la loro azione non può sostituire e assorbire in toto la responsabilità degli enti pubblici; se le persone e le famiglie richiedono il reale e sacrosanto accesso al diritto alla vita autonoma e alla piena partecipazione, allora sono anche chiamati a considerare la convergenza verso una ragionevole sostenibilità del sistema complessivo. Il cuore del cambiamento risiede nella qualità delle relazioni tra operatori, persone con disabilità e famiglie, e ricostruire un patto di fiducia tra cittadini, istituzioni e terzo settore presuppone il reciproco e simmetrico riconoscimento.

I temi emersi con estrema nettezza durante la giornata di Bologna, confermano che il successo della riforma si gioca sulla capacità del sistema di farsi non solo gestore di risorse, ma attivatore di comunità, trasformando la “scelta di civiltà” del Progetto di Vita in una pratica quotidiana di accoglienza, pratica e supporto. Abbiamo bisogno di più cultura condivisa, più azione integrata e sistemica, più tempo di ragionamento collettivo.

Il passaggio dalla sperimentazione all’attuazione è l’opportunità storica di costruire un’infrastruttura sociale basata sulla corresponsabilità. Se il Progetto di Vita deve essere il motore del cambiamento, esso richiede un investimento massiccio nei servizi pubblici, gli unici in grado di trasformare i diritti enunciati in prestazioni esigibili. La vera posta in gioco è il superamento della frammentazione a favore di una regia capace di valorizzare l’integrazione e garantire equità. Solo riempiendo lo spazio tra la norma e la persona con l’ascolto, la riflessione e la collaborazione tra Istituzioni e Terzo Settore, potremo dire di aver assolto al compito più alto della Repubblica: riconoscere a ogni cittadino, nella sua interezza, la libertà di scegliere e abitare il proprio futuro.

  1. Vedi qui la registrazione dell’evento