Quando il territorio diventa parte del prendersi cura
Cosa insegna l’esperienza della DGR 7504 sull’autismo in Lombardia
Celestina Elvira Del CarroLaura Della BassaRiccardo Morelli | 7 Settembre 2026
Che cosa succede quando una politica per l’autismo smette di guardare soltanto all’individuo e prova a intervenire anche sui contesti in cui quella persona vive? È una domanda che attraversa sempre più spesso il dibattito sui servizi e molto viva nella Rete Immaginabili Risorse (www.includendo.net), soprattutto in una fase storica in cui appare evidente come il benessere delle persone con disabilità non dipenda esclusivamente dalla qualità delle prestazioni ricevute, ma anche dalla capacità delle comunità di accogliere, riconoscere e sostenere le differenze.
I risultati di una ricerca1 promossa dalla Rete Immaginabili Risorse con il coordinamento di Coop. Itaca e ASC Comuni Insieme, realizzata su dieci progettualità territoriali finanziate attraverso il Fondo Autismo ex DGR 7504/2022 di Regione Lombardia, offrono alcuni elementi interessanti per affrontare questa domanda. Più che una valutazione degli interventi realizzati, il lavoro restituisce una riflessione sul significato che queste esperienze hanno assunto nei territori e sugli apprendimenti che possono essere messi a disposizione delle future politiche regionali.
L’impressione che emerge dall’indagine è chiara: la DGR 7504 non è stata soltanto una misura di finanziamento; per molti territori ha rappresentato la possibilità di sperimentare un diverso modo di pensare l’inclusione, spostando l’attenzione dal singolo intervento all’allestimento di contesti più accessibili, competenti e accoglienti.
I numeri raccontano una storia diversa
Spesso i dati vengono utilizzati per misurare l’efficienza di un intervento. In questo caso, invece, aiutano a raccontarne la natura, a descrivere i processi sociali che hanno innescato.
I dieci progetti coinvolti nella ricerca hanno beneficiato complessivamente di circa 2,9 milioni di euro e hanno raggiunto 650 persone con disturbo dello spettro autistico, di cui 547 minori. A queste si aggiungono circa 970 persone con altre disabilità che hanno partecipato alle attività. Il budget medio dei progetti, nella biennalità di sviluppo, è di € 360 mila, con un range dai 190 mila ai 470 mila euro. Si sono tutti conclusi con la fine del 2025. Sono numeri importanti, ma non sono quelli che colpiscono maggiormente.
Il dato più significativo riguarda infatti le oltre 8.000 persone normotipiche coinvolte come partecipanti, volontari, studenti, insegnanti, allenatori, cittadini, commercianti o membri delle realtà associative locali. Questa cifra racconta qualcosa che raramente compare nei sistemi di monitoraggio tradizionali. Racconta che l’intervento non si è fermato alle persone direttamente destinatarie delle attività, ma ha coinvolto le comunità in cui queste persone vivono.
In altre parole, si è lavorato per includere le persone con autismo nei contesti esistenti ossia anche e soprattutto perché quei contesti diventassero maggiormente capaci di includere. È una sottolineatura che può apparire troppo fine ma che, in realtà, modifica profondamente il significato dell’azione sociale.
Allestire contesti, non soltanto erogare prestazioni individualizzate e costruire servizi “a parte”
L’analisi delle linee di intervento attivate conferma questa lettura. La quasi totalità delle progettazioni ha privilegiato azioni orientate alla partecipazione sociale, alla vita di comunità e alla costruzione di reti territoriali.
Nei racconti dei partecipanti emerge un concetto ricorrente: il territorio può svolgere una funzione educativa e, in senso ampio, anche terapeutica. Non perché sostituisca i servizi specialistici, ma perché offre occasioni di apprendimento, appartenenza, reciprocità e riconoscimento che difficilmente possono essere generate all’interno di contesti esclusivamente professionali.
Le esperienze raccolte mostrano come scuole, associazioni sportive, gruppi culturali, oratori, biblioteche e persino attività commerciali possano diventare luoghi in cui sperimentare forme concrete di inclusione.
È il caso, ad esempio, del progetto Reti Blu di Cooperativa Itaca di Romano di Lombardia, che ha portato alla trasformazione di 21 luoghi del territorio in contesti autism friendly, tra cui 13 plessi scolastici. Ma la stessa logica attraversa l’insieme delle esperienze analizzate: non creare spazi speciali per alcune persone, bensì rendere più accessibili e competenti gli spazi di tutti.
Il lavoro invisibile che rende possibile l’inclusione
Se c’è un dato che restituisce con particolare efficacia la complessità di questo approccio è quello relativo al lavoro di rete. La ricerca stima in circa 42.000 le ore complessivamente dedicate alla costruzione, manutenzione e sviluppo delle collaborazioni territoriali. Un numero che rende visibile un lavoro spesso invisibile.
Quando si parla di inclusione si tende infatti a guardare alle attività realizzate: un laboratorio, un gruppo sportivo, un’esperienza culturale, un percorso formativo. Molto meno attenzione viene dedicata a ciò che rende possibili queste esperienze: incontri, mediazioni, relazioni, coordinamenti, negoziazioni, accompagnamenti. Tutte attività che mirano a favorire la nascita di dinamiche cooperative sul territorio e della scoperta di quanto sia generativo e vitale fare comunità. Eppure, è proprio qui che si gioca una parte decisiva del cambiamento.
I focus group realizzati nell’ambito della ricerca restituiscono con chiarezza la centralità di questa funzione di cucitura e allestimento di contesti. Funzione che ha bisogno della governance attenta degli enti pubblici per prendere corpo, come nel caso del progetto “Rete Terzo Tempo Cantieri per la vita interdipendente” (www.reteterzotempo.it) coordinato dall’ASC Comuni Insieme sull’Ambito di Garbagnate Milanese. Allestire contesti inclusivi richiede tempo, continuità, fiducia e competenze specifiche. Significa tenere insieme organizzazioni diverse, linguaggi differenti, aspettative non sempre convergenti. Significa uscire dalla logica dell’individualizzazione degli interventi e della compressione del ruolo dell’ente pubblico in quello del committente, del ripartitore ed erogatore di fondi per aprire ad una logica di cooperazione, valorizzazione e riconoscimento delle differenze anche tra gli attori delle reti territoriali.
Dal punto di vista degli ETS non sorprende poi che molte realtà abbiano indicato come insufficiente il limite del 10% del budget destinabile alle attività di coordinamento. La manutenzione delle reti non è stata percepita come un costo accessorio, ma come una delle principali condizioni di efficacia dei progetti. In questo senso emerge una questione di policy rilevante: se il lavoro di comunità viene considerato strategico, allora occorre riconoscere e sostenere anche il lavoro necessario a costruirlo.
Comunità più competenti
Un secondo apprendimento riguarda il tema della capacitazione dei territori. Molte delle azioni sviluppate hanno investito sulla formazione diffusa di insegnanti, volontari, operatori, famiglie e cittadini. Non si trattava semplicemente di trasmettere informazioni sull’autismo, ma di costruire competenze diffuse capaci di modificare concretamente i contesti.
Questo investimento ha prodotto effetti che vanno oltre la durata dei progetti. Nelle parole dei partecipanti emerge l’idea che una delle eredità più importanti lasciate dalla DGR 7504 sia proprio l’aumento della consapevolezza collettiva. Un cambiamento culturale difficile da quantificare, ma percepibile nella maggiore accessibilità degli ambienti, nella riduzione di alcune paure, nella disponibilità a sperimentare forme nuove di partecipazione.
Si tratta di risultati che raramente trovano spazio nei sistemi di rendicontazione tradizionali ma che spesso rappresentano la condizione necessaria affinché le innovazioni possano durare nel tempo.
Le fragilità da non ignorare
La ricerca non restituisce però un quadro privo di criticità.
Tra i problemi più frequentemente segnalati emerge la crescente difficoltà nel reperire operatori sociali disponibili a lavorare in orari serali, festivi o comunque esterni ai tempi tradizionali dei servizi. Una difficoltà che richiama la più generale crisi delle professioni educative e sociali.
Permangono inoltre disomogeneità territoriali significative nell’offerta di servizi per gli adulti con autismo. Solo cinque territori sui dieci coinvolti dichiarano la presenza di servizi sanitari specialistici dedicati, mentre negli altri casi la presa in carico si appoggia a servizi più generalisti.
Infine, molte organizzazioni evidenziano la necessità di rafforzare i dispositivi di governance condivisa tra pubblico e privato sociale, considerati essenziali per garantire continuità alle esperienze avviate.
Un patrimonio da consolidare
Forse il dato più interessante riguarda il futuro. Sette delle dieci realtà coinvolte dichiarano l’intenzione di proseguire, in forme diverse, il lavoro avviato grazie alla DGR 7504. Non necessariamente mantenendo inalterati i progetti, ma integrandone gli elementi più significativi nelle attività ordinarie.
È un segnale importante. Indica che molte delle innovazioni sperimentate non vengono percepite come iniziative straordinarie destinate a esaurirsi con la fine del finanziamento, ma come pratiche da consolidare nel tempo.
La continuità immaginata dai territori non si fonda tanto sulla replica dei singoli interventi quanto sulla valorizzazione delle relazioni costruite, delle competenze diffuse e delle reti attivate.
In questo senso la ricerca suggerisce una lettura interessante della sostenibilità. Ciò che appare maggiormente sostenibile non è il progetto in sé, ma la capacità di un territorio di fare proprie alcune modalità di lavoro e di incorporarle nella vita quotidiana delle organizzazioni e delle comunità.
Una domanda per le politiche regionali
Le esperienze analizzate sembrano consegnare a Regione Lombardia una domanda prima ancora che una richiesta. Se il territorio può effettivamente svolgere una funzione educativa, inclusiva e generativa; se il lavoro di rete produce benefici che vanno oltre i destinatari diretti; se l’investimento sulle comunità genera capitale sociale e competenze diffuse, allora come rendere strutturale questo approccio?
La questione non riguarda soltanto il finanziamento di nuove progettualità. Riguarda il riconoscimento di un modello di intervento che considera la comunità non come semplice scenario dell’azione sociale e delle progettazioni individualizzate, ma come parte integrante nella ricerca alle risposte ai problemi ed alla domanda di vita delle persone con disabilità e di tutti noi.
I numeri raccolti dalla ricerca – 650 persone con autismo coinvolte, oltre 8.000 cittadini raggiunti e 42.000 ore dedicate alla costruzione delle reti – mostrano che questa strada è stata percorsa in molti territori lombardi.
La sfida, oggi, sembra essere quella di trasformare queste esperienze da sperimentazioni riuscite a patrimonio stabile delle politiche regionali per l’autismo e per l’inclusione sociale.
- La versione integrale della ricerca è reperibile a questo indirizzo web https://www.includendo.net/site/erty/document/Esitidgr7504def.pdf