Un Patto di Comunità per cambiare il rapporto tra famiglie e servizi


A cura di Claudio Castegnaro | 26 Giugno 2026

Nel panorama attuale delle politiche sociali, caratterizzato da interventi altamente frammentati, individualizzati e spesso ridotti a mere erogazioni economiche o voucher, emerge l’esigenza di un radicale cambio di rotta, a livello del sistema di welfare. Il Patto di Comunità nel Garbagnatese, nato dalle esperienze della Rete Terzo Tempo, dell’Ambito Territoriale Sociale e dall’Azienda Speciale Consortile Comuni Insieme, non si configura come un contratto giuridico, ma come un accordo morale ed etico tra chi vive e lavora nel territorio, volto a rimettere al centro il senso dell’incontro e della relazione umana.

Il Patto è un nuovo tassello che si aggiunge a un modello di intervento basato sull’inclusione e la co-progettazione. L’esperienza del Patto non è un evento isolato, ma il frutto di oltre dieci anni di governance territoriale orientata all’inclusione sociale delle persone con disabilità come strumento di coesione per l’intera comunità. Il cuore di questo processo è la co-progettazione, intesa come percorso sociale che ha coinvolto attivamente il servizio pubblico, il privato sociale, le persone con disabilità e le loro famiglie.

Il valore aggiunto di questa iniziativa, a mio modo di vedere, risiede nel superamento della dicotomia “erogatore-utente” per approdare a una relazione di corresponsabilità. In questa cornice, le famiglie smettono di essere considerate semplici “portatrici di problemi” per diventare portatrici di conoscenza, alleate preziose nella costruzione dei percorsi di vita.

Uno dei principali motivi per dare visibilità al Patto è la sua capacità di offrire una risposta concreta alla sfida della sostenibilità economica e sociale dei progetti di vita individuali personalizzati e partecipati, come disegnati dalla Riforma in materia di disabilità. Il modello proposto critica la deriva neoliberista che tende a isolare l’individuo e la famiglia, riducendo il progetto di vita a una procedura amministrativa o a una mera richiesta di prestazioni monetarie. Il Patto suggerisce, invece, che la vera inclusione nasce dall’interdipendenza. Un progetto di vita è realmente sostenibile e inclusivo solo se è anche comunitario: “nessuno si salva da solo”. La sostenibilità non è dunque solo economica, ma risiede nella capacità della comunità di farsi incubatrice di relazioni e opportunità, evitando che la disabilità resti confinata in una “riserva indiana”.

Il Patto di Comunità rappresenta uno strumento per rafforzare la capacità d’intervento della rete dei servizi pubblici, affinché si passi, progressivamente, dall’erogazione di misure e contributi all’abilitazione della persona con fragilità, della famiglia e dei contesti di vita. In tale prospettiva, anche il ruolo dell’operatore sociale viene ridefinito: non più mero esecutore di protocolli e minutaggi, ma figura centrale nell’allestire e abilitare contesti in cui le diversità possano essere valorizzate.

Adottare il Patto significa, in particolare per i servizi, prendere una “via di uscita” dall’automatismo professionale e dalla logica prestazionale per investire, invece, nella qualità delle relazioni. Condividere un linguaggio comune e una cornice etica tra pubblico e privato sociale, superando la rigidità degli accreditamenti standardizzati che spesso premiano l’adempimento a discapito del senso, significa nel contempo abbracciare la flessibilità come opportunità per tracciare percorsi inediti e personalizzati, realmente rispondenti all’evoluzione dei bisogni della persona nei vari cicli di vita. La forza del Patto, a detta dei promotori, risiede infatti nel suo schema radicale: prima si condivide il “perché” (il senso), poi il “come” (lo stile) e solo alla fine il “cosa” (gli strumenti). Questa metodologia è essenziale per evitare che la recente Riforma in materia di disabilità appiattisca i percorsi di vita su procedure tecniche o legali.

Le sfide per il futuro sono ambiziose: trasformare il Patto da documento simbolico a pratica quotidiana attraverso obiettivi concreti, come lo sportello “Cantieri per la vita interdipendente” e la co-progettazione di percorsi sulla protezione patrimoniale. Dare visibilità a questa esperienza significa promuovere un’idea di politica sociale dove “insieme è meglio” e dove la comunità non è un concetto astratto, ma un’esperienza vissuta fatta di ascolto, fiducia e reciprocità.

Avendo avuto l’opportunità di partecipare al convegno di presentazione pubblica del Patto, avvenuto a Paderno Dugnano l’8 maggio 2026, propongo qui la lettura dell’intervista a cui hanno gentilmente partecipato Riccardo Morelli e i membri del gruppo di lavoro estensore, nonché il testo documento qui allegato.