Non autosufficienza: una politica in cerca d’autore


Sergio Pasquinelli | 16 Luglio 2019

Più numerosi, più poveri, con meno aiuti familiari.

Saranno questi gli anziani di domani: lo dice un profluvio di dati e stime sull’invecchiamento nel nostro paese1, sul suo “degiovanimento” come lo chiama Alessandro Rosina su lavoce.info, ossia il crescente peso della popolazione anziana su quella giovanile, che porta con sé conseguenze drammatiche, in termini di equilibri economici (sempre meno popolazione attiva pagherà le pensioni degli anziani) e sociali.

Arriveranno infatti all’età della pensione generazioni con carriere lavorative frammentarie, intermittenti, molto penalizzate dal sistema contributivo. Le pensioni modeste di domani aumenteranno le diseguaglianze tra chi potrà contare su patrimoni familiari e chi no. E inoltre, bassa fecondità e crescita delle separazioni coniugali ridurranno drasticamente il numero di parenti (figli, coniuge) che si prenderanno cura di una persona non autosufficiente, i cosiddetti caregiver.

Ci stiamo preparando a questo scenario?

 

Un “Tavolo” che non basta

E’ stato riconvocato, lo scorso 25 giugno, il Tavolo nazionale sulla non autosufficienza, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Non veniva convocato da oltre un anno e mezzo. Con una rappresentanza ampia di Regioni, Anci, Inps, i sindacati confederali e le principali associazioni impegnate nell’inclusione delle persone con disabilità e non autosufficienti.

Secondo i resoconti dell’incontro2 i temi posti sul tappeto sono stati essenzialmente due. Primo, il Fondo nazionale per la non autosufficienza, un Fondo divenuto “strutturale” con una dotazione di 570 milioni di euro all’anno per quello in corso e i prossimi due. Tale Fondo viene ripartito tra le Regioni in base a criteri che in parte devono ancora essere precisati. Una dotazione, com’è intuibile, che può riguardare in modo limitato l’assistenza alla popolazione non autosufficiente over 65 residente a casa propria: suddivisa tra questi (2,5 milioni di anziani secondo l’Istat, applicando la scala Adl) fanno 230 euro annui a testa. Il secondo tema trattato ha riguardato le modalità di definizione e di classificazione delle persone con disabilità gravi e gravissime a cui il Fondo si rivolge, tema su cui il Tavolo aveva avviato un positivo lavoro, che va sviluppato e completato.

E’ sufficiente tutto ciò per preparare il paese allo scenario di cui sopra? Evidentemente no.

 

L’assenza del Ministro Di Maio all’incontro di giugno e una discussione molto centrata su aspetti tecnici, importanti ma limitati, non fanno che sollecitare l’urgenza di collocare il Tavolo nazionale su un altro livello, quello di una legge quadro, richiesta ormai da molti. Con uno sguardo che produca una visione complessiva dei temi coinvolti3.

Ne richiamo tre in particolare.

  • Definire nuovi livelli essenziali di assistenza (LEA). Che riducano le abissali differenze nella dotazione di servizi sociali e sociosanitari tra le regioni, e che facciano crescere tutto il sistema degli aiuti verso una rete più moderna e al passo di bisogni che cambiano (si pensi alla crescita delle demenze e delle patologie cognitive). Come sollecitano i sindacati confederali, è necessario un Piano triennale che definisca i contenuti dell’Accordo in Conferenza Unificata previsto nel DPCM 12.12.2017 sui nuovi LEA sanitari per attuare gli articoli riferiti all’integrazione tra sociale e sanità, in specie per la non autosufficienza (art. 21 e seguenti);
  • Rivedere l’indennità di accompagnamento. Ogni misura sociale deve essere riveduta in corso d’opera, è una necessità fisiologica, perché cambiano i bisogni, nelle dimensioni e nelle caratteristiche. E invece l’indennità di accompagnamento, la principale misura nazionale a favore della disabilità e non autosufficienza, è da 40 anni rimasta graniticamente uguale a se stessa, con tutte le distorsioni che ha generato e a cui è stato dedicato un “Punto di Welforum.it” curato da Costanzo Ranci.
  • Aiutare chi aiuta. Si stima che siano oltre 5 milioni in Italia i caregiver familiari. C’è un Fondo per il sostegno del caregiver familiare, istituito dalla legge di bilancio 2017 (60 milioni di euro per il triennio 2018-2020, poi aumentato con la legge di bilancio 2018 di 5 milioni di euro per ogni anno del triennio 2019-2021). Per essere utilizzati questi fondi hanno bisogno di una legge. In Senato giacciono sette disegni di legge sul ruolo dei caregiver: si attende la definizione, possibile e necessaria, di un testo unificato, di sintesi.

 

Il lavoro di cura lasciato a se stesso

Totalmente assente dall’agenda politica nazionale è il lavoro di cura, quello svolto dalle badanti. Gli ultimi dati Inps confermano i trend degli ultimi anni: lenta crescita delle badanti (più seimila unità in un anno, con un aumento al nord e un calo al sud) e riduzione marcata delle colf, il cui numero si avvicina a quello delle prime, come mostra il grafico.

 

Fonte: Inps, Osservatorio sul lavoro domestico, luglio 2019.

 

In un paese in cui gli over 65enni stanno aumentando al ritmo di oltre 200.000 all’anno, perché le badanti (regolari) crescono così poco?

Perché le possibilità di accedere in modo regolare al nostro paese sono assolutamente risibili. L’ultimo decreto flussi, uscito alla fine di aprile, consente ingressi col contagocce: 30.850 totali, di cui 18.000 per lavori stagionali. Numeri che indicano quanto drammaticamente manchi la cognizione delle dimensioni di manodopera di cui abbiamo bisogno, non solo nel lavoro di cura. Numeri che spingono verso il dilagante mercato sommerso.

Per le famiglie le possibilità sono tre: assumere italiane o comunitarie (in prevalenza romene); rivolgersi a una badante irregolare; oppure accollarsi in proprio gli oneri della cura. Difficile dire quale opzione prevalga, ma ciascuna di esse in realtà le lascia in balìa di se stesse. Con una scelta, quella di assumersi in proprio gli oneri della cura, sempre meno sostenibile negli anni, stante la diminuzione delle risorse di cura interne alle famiglie4.

Nel contratto che lega i due partiti al governo si parla di “agevolare le famiglie” che ricorrono a una badante. Allo stesso tempo si parla di espulsioni di chi è irregolarmente presente sul suolo italiano. Al di là della contraddizione tra queste due affermazioni (le badanti irregolarmente presenti sono decine di migliaia), finora non è stata fatta né l’una né l’altra cosa. Di immigrati abbiamo bisogno come risorsa strutturale, e alle assistenti familiari continueremo a rivolgerci per dare risposta a una domanda che non trova risposte altrove.

La non autosufficienza si intreccia quindi con le politiche per la famiglia e quelle sull’immigrazione. Limitarci a discutere su come ripartire i fondi e come classificare i bisogni non ci aiuta a fronteggiare le sfide epocali che abbiamo davanti.

  1. Si veda l’ultimo Rapporto Istat 2019.
  2. Si vedano i resoconti riportati a questo link
  3. Una rassegna delle diverse proposte di riforma delle politiche per la non autosufficienza è in C. Gori, F. Pesaresi, La riforma nazionale delle politiche per i non autosufficienti. 20 anni di proposte, in “I Luoghi della Cura”, n. 1, 2019
  4. Si veda B. Da Roit, M. Pantalone, Bisogni e risorse di cura: generazioni di anziani a confronto, in “La Rivista delle Politiche Sociali”, n. 3, 2018.