Sotto pressione: i caregiver familiari e il lavoro di cura in Lombardia


L’articolo è apparso anche su LombardiaSociale.it

 

Lo scorso 17 aprile è stato presentato a Milano il primo Rapporto dell’Osservatorio Vulnerabilità e Resilienza – OVeR, nato dall’alleanza tra le ACLI Lombarde e l’Istituto per la Ricerca Sociale, in collaborazione con ARS. Il Rapporto si articola in due parti, la prima parte stabile, che verrà reiterata con periodicità annuale, e la seconda parte contenente un approfondimento tematico che varierà di anno in anno. L’articolo che segue sintetizza le principali risultanze della seconda parte del Rapporto, focalizzata quest’anno sui caregiver familiari lombardi e sul lavoro di cura prestato in favore di persone anziane e non autosufficienti.

 

Chi sono i caregiver familiari degli anziani non autosufficienti in Lombardia? Che bisogni e fatiche esprimono? E soprattutto: come stanno cambiando?

Nella seconda parte del Rapporto dell’Osservatorio OVER1 presentiamo i risultati della più estesa ricerca mai realizzata sui caregiver lombardi, rivolgendoci agli utenti dei Patronati Acli delle province lombarde che tra il 2021 e il 2022 hanno fatto domanda di prestazioni di invalidità civile, con particolare riferimento all’indennità di accompagnamento, con una attenzione specifica alle prestazioni richieste per anziani ultra 65enni. L’analisi è stata condotta online, tramite un questionario inviato per email e al quale hanno risposto quasi duemila soggetti, a fronte di un universo stimato di quasi 400mila persone.

Per punti, alcuni dei risultati più rilevanti:

  1. Alcune delle disuguaglianze che abbiamo visto emergere nella prima parte del rapporto fanno da sfondo anche all’affondo realizzato sui caregiver, a partire da quelle di genere: il caregiver è donna in sette casi su dieci, un dato indicativo di quanto l’universo della cura si confermi essere una realtà prettamente femminile, con carichi di lavoro fortemente sbilanciati tra i sessi. Nella grande maggioranza dei casi poi (75%) l’attività di cura è svolta dai figli dell’anziano, mentre nell’11% dei casi sono i coniugi o partner a prestare assistenza; solo nel 14% dei casi si tratta di altre figure familiari (nuore o generi, nipoti o fratelli/sorelle) o di persone esterne alla famiglia. Per quanto riguarda la condizione lavorativa del caregiver, il 56% del campione è occupato (e ben tre lavoratori su quattro hanno un impiego a tempo pieno), quasi un terzo è in pensione (31%).
  2. Il confronto con indagini precedenti ci consente di evidenziare una stabilizzazione dell’età media dei caregiver familiari, intorno ai 60 anni. Questa età, relativamente avanzata, suggerisce che non stiamo più assistendo semplicemente ad una dinamica in cui i caregiver sono gravati sia dal carico di cura dei genitori anziani che da quello dei figli (tre quarti ne hanno, la maggior parte maggiorenni) – la cosiddetta generazione sandwich – ma che si stia andando sempre più nella direzione di caregiver che, simultaneamente, accudiscono i genitori, i figli e i nipoti. Insomma, i caregiver nonni. In una dinamica che può coinvolgere non solo due, ma tre generazioni.
  3. Nella maggioranza dei casi (65%) il carico di cura è condiviso con altri familiari, dato nettamente inferiore rispetto a quanto rilevato in precedenti ricerche lombarde svolte sul tema, dove tale condivisione toccava una media dell’88%. Si tratta, forse, di un primo segnale di quanto le famiglie si stiano assottigliando, o verticalizzando, con una rete di aiuti che si restringe via via, dovuto agli imponenti cambiamenti demografici nella struttura familiare che stiamo attraversando. È certamente una dinamica che acuisce gli elementi di vulnerabilità dei caregiver.
  4. Emerge con chiarezza come si ponga, per i figli che si prendono cura dei propri genitori anziani, un problema di conciliazione tra tempo dedicato alla cura e vita lavorativa: basti pensare che, tra i caregiver occupati, quattro su dieci hanno avuto dei contraccolpi lavorativi, soprattutto in termini di riduzione degli orari di lavoro (nel 26,5% dei casi), o addirittura in termini di aver dovuto lasciare l’occupazione (8%) per fronteggiare le necessità legate all’attività di assistenza. Sono i caregiver tra i 30 e i 39 anni di età ad aver registrato gli impatti lavorativi più pesanti: tra questi infatti la percentuale di coloro che hanno dovuto diminuire il proprio orario di lavoro è addirittura del 48%, praticamente uno su due. Il lavoro di cura ha poi un impatto ancora più forte sulla vita privata. Più di un intervistato su due (56%) dichiara di aver sacrificato il proprio tempo libero, quasi uno su tre (30%) il tempo invece dedicato ad altri familiari. Non si registrano in questo caso forti differenze legate all’età, e nemmeno divari significativi a seconda del numero di anni passati ad accudire una persona anziana. L’attività di cura richiede un sacrificio a tutti e una rinuncia pressoché immediata al proprio tempo libero.
  5. La stragrande maggioranza dei caregiver si sente poco o per nulla sostenuta nel lavoro di cura, anche quando tale lavoro viene condiviso con altri familiari o con un assistente familiare. La badante è presente in quattro casi su dieci, talvolta attraverso forme di convivenza tra assistente familiare e assistito (17% dei casi). Rispetto al passato, però, i tassi di convivenza sono nettamente diminuiti.
  6. I servizi che gli anziani fruiscono sono soprattutto privati, in linea col peso crescente di questa spesa rilevata nella prima parte del Rapporto. Una metà abbondante (52%) degli anziani assistiti usufruisce infatti di servizi a pagamento, badanti ma non solo: parliamo di prestazioni sanitarie e sociosanitarie a pagamento, trasporti, attività riabilitative e così via. Più che una scelta però, quella dei servizi a pagamento appare come un’opzione forzata. Quattro caregiver su cinque che ricorrono a tali servizi vorrebbero per esempio ricevere aiuti gratuiti nelle attività di assistenza. E qui emerge un dato nuovo: l’interesse crescente dei caregiver nei confronti proprio dei servizi che così raramente utilizzano. In ricerche lombarde precedenti il 2020, ossia precedenti la pandemia da Covid, avevamo riscontrato un ampio disinteresse, più forte nei confronti di servizi residenziali e semiresidenziali ma comunque radicato anche per quanto riguarda i servizi a domicilio. Oggi gli orientamenti sono cambiati: ad essere interessato ad un aiuto per le attività quotidiane di assistenza è la stragrande maggioranza degli intervistati. Si conferma peraltro un trend che avevamo già rilevato durante i primi mesi della pandemia: la crescita dell’interesse nei confronti dei servizi “in kind”, in alternativa agli aiuti monetari.
  7. Quasi la metà dei caregiver (46%) apprezzerebbe anche un sostegno alla gestione della propria casa, per alleggerire la pressione del lavoro di cura sul nucleo familiare. Tra i caregiver più giovani, questa percentuale sale al 55% e risulta comunque più alta per chi è in età lavorativa rispetto ai pensionati. Cresce l’interesse per sostegni psicologici – sostegni alla propria resilienza – un tempo pochissimo richiesti e oggi invece considerati da circa un caregiver su tre. Sono però soprattutto le donne (nel 39% dei casi) e, ancora una volta, i più giovani (nel 45% degli stessi) a dimostrarsi maggiormente interessati a questo tipo di sostegno.
  8. Rispetto ai caregiver di ieri, i nuovi e più giovani caregiver esprimono un desiderio forte di potenziamento del servizio pubblico. Siamo entrati in un nuovo paradigma culturale, con una aspettativa di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche decisamente maggiore rispetto al passato, in particolare rispetto a prima della pandemia. Si fa strada la consapevolezza, tra i caregiver stessi, che il loro impegno basterà sempre meno.

Il futuro prossimo vedrà infatti sempre più famiglie di dimensioni ridotte, anziani con redditi da pensione via via decrescenti, più anziani soli. In una Regione che vede aumentare il numero di ultra 65enni a un ritmo di oltre 60.000 all’anno, occorre quindi un potenziamento delle risposte ma anche un loro ripensamento, per un welfare che si faccia “prossimo” alle famiglie, che lo diventi nei fatti, a partire da una migliore informazione per spiegare loro di cosa hanno diritto, di cosa possono disporre, e di quali aiuti il territorio è in grado di offrire. La legge regionale sui caregiver familiari, approvata lo scorso 22 novembre all’unanimità dal Consiglio Regionale della Lombardia, rappresenta un segnale di possibile cambiamento in questa direzione. Rimane però ancora da implementare, con il neo-eletto Consiglio regionale.

  1. Il Rapporto è frutto di un lungo lavoro preparatorio e di impostazione condivisa tra ACLI Lombardia, IRS e ARS, con un Gruppo di coordinamento composto da Giuseppe Imbrogno e Antonio Lagrotteria (ACLI Lombardia APS) e Daniela Mesini e Sergio Pasquinelli (IRS e ARS). Materialmente, la stesura della prima parte è stata curata da Daniela Mesini e Giulia Assirelli, mentre Sergio Pasquinelli e Francesca Pozzoli hanno curato la seconda.